Sanità, Ciccarelli parla della riforma
“Oggi il lavoro sulle strutture,
domani sui professionisti”

L'INTERVISTA - Il Direttore Generale dell'Asur illustra la filosofia di fondo della riforma sanitaria, dopo la valutazione del governo che colloca la nostra regione al terzo posto in Italia. E rivendica la scelta di un unico presidio ospedaliero per Area Vasta
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Il Direttore Generale dell'Asur, Piero Ciccarelli.

Il Direttore Generale dell’Asur, Piero Ciccarelli.

 

di Marco Ricci

La sanità è prima di tutto un servizio al cittadino. Spesso funziona bene, in altri casi così poco efficace da diventare inefficiente. Liste d’attesa, scarsa valutazione del personale medico, reparti non sempre all’altezza. Per molte famiglie è diventata oltretutto costosa se le cifre incassate con i ticket sono diminuite di percentuali a due cifre. I progressivi tagli del Governo hanno però avuto un merito. Quello di mettere le regioni con le spalle al muro e costringerle a riorganizzare. Non è quindi un male  – in uno scenario complessivo fatto di inerzia, sottovalutazione dei problemi e atavica filosofia del tirare a campare – che le riforme vengano fatte.
Il direttore generale dell’Asur Marche, Piero Ciccarelli, ha spiegato nei giorni scorsi alla conferenza dei sindaci la proposta di riorganizzazione che sarà definitivamente assunta dopo il vaglio della V Commissione. Ciccarelli dichiara che con la riforma l’Area Vasta 3 non sarà penalizzata.

Nei giorni scorsi il governo ha indicato la sanità marchigiana come una delle migliori a livello nazionale  per spesa ed efficienza delle strutture. Cosa significa questo riconoscimento?
Questa valutazione è l’insieme dell’analisi di moltissimi dati che riguardano la qualità e l’efficienza dei servizi erogati da tutte le regioni per scegliere, tra  le cinque scelte le tre cui saranno costruiti i costi standard della sanità. In questa classifica le Marche sono al terzo posto in Italia dietro ad Umbria ed Emilia Romagna (che è stata “ripescata” pur non essendo in equilibrio economico nel 2011, ndr) ed avanti a regioni come Lombardia e Veneto. Ciò significa che, per i prossimi finanziamenti del servizio sanitario nazionale, i costi delle tre regioni che saranno scelte costituiranno il benchmark su cui costruire il valore di finanziamento per tutte le aree ospedaliere, territoriali e della prevenzione di erogazione dei servizi.

Il Governatore della Regione Lombardia, Roberto Maroni, ha detto che le altre regioni scelte, tranne Lombardia e Veneto, hanno però usufruito di piani di rientro nel passato…
Hanno già risposto i presidenti delle Regioni interessate, confermando come questa affermazione non corrisponda al vero. Non voglio fare nessuna polemica, sono soddisfatto di operare in una regione virtuosa. Sono anche consapevole che i dati del 2011 non costituiscono un punto di arrivo, ma un punto di partenza, perché nel frattempo i finanziamenti nazionali continuano a ridursi e la nostra regione ha necessità di proseguire nell’opera di riorganizzazione dei propri servizi per mantenere la qualità finora riconosciuta e l’equilibrio economico. Quando saranno presi i dati del 2012, la Regione Marche confermerà i livelli di qualità e il rispetto della sostenibilità economica, ma la scommessa più difficile riguarda proprio il 2013, perché questo è l’anno nel quale, per la prima volta da quando è stato istituito il Servizio Sanitario Nazionale il finanziamento dello stesso – in termini assoluti – è inferiore a quello dell’anno precedente.

In effetti, nonostante i riconoscimenti, non sempre i cittadini sono soddisfatti dei servizi erogati. Anche per questo si è reso necessario il nuovo piano. Quali sono i punti principali? 
I principi di base sono stati tre. L’appropriatezza d’uso delle strutture, dei ricoveri, della diagnostica e del personale. Poi i bacini di utenza di riferimento. Da questo punto di vista il decreto Balduzzi impone dei criteri molto precisi che in alcuni casi avevamo anticipato rispetto al legislatore nazionale. E penso all’avere deciso fin dall’inizio di avere dal punto di vista amministrativo un unico presidio ospedaliero per Area Vasta. In Av3 avremo così presidio ospedaliero di Macerata ma di fatto tre Dea di primo livello. Macerata, Civitanova e Camerino. Inoltre con questa scelta all’interno dell’Area possiamo mantenere praticamente tutte le specialità. Un esempio è la radioterapia. Senza contare una maggiore economia di scala e la mobilità del personale medico all’interno dell’Area Vasta. Dunque avere un unico presidio consente anche ad alcuni altri ospedali di sopravvivere. Questo pur se dal punto di vista amministrativo, le ripeto, avremo un unico ospedale.

L'ospedale di Macerata

L’ospedale di Macerata

E il terzo principio?
I volumi minimi. L’esito delle cure è legato a un numero minimo di prestazioni erogate per ogni Unità operativa o per interi ospedali. Un’unità sottoutilizzata è un’unità che non offre la migliore risposta possibile. Mentre un carico adeguato delle strutture diminuisce i tassi di mortalità e le complicanze. All’interno del sistema andiamo a semplificare i punti di erogazione partendo proprio dall’assunto che laddove non ci sono i numeri la struttura lavora in modo inadeguato. In futuro quindi la stessa prestazione verrà erogata in un numero minore di sedi spostando i professionisti, aumentando la qualità della risposta. E poi c’è un ultimo punto.

Quale?

Un’integrazione maggiore all’interno dell’Asur e con le altre Aziende Ospedaliere. Sia di prestazioni che di competenze, con la possibilità di realizzare equipe di professionisti all’interno o all’esterno di ogni Area Vasta per garantire un approccio multidisciplinare, partendo ovviamente dall’evidenza che alcune tecnologie non possono essere diffuse. Per quanto riguarda le prestazioni, inoltre, Torrette dovrà sgravarsi in futuro di circa un sessanta per cento di quella attività che possiamo definire di base, per concentrarsi sulle prestazioni di alta complessità. E il flusso di pazienti, oltre che verso Osimo o Jesi, sarà diretto anche verso l’Area vasta 3 che non è affatto penalizzata dalla riforma anche in merito ai posti letti. Al contrario, all’interno dell’Asur, si procede verso una maggiore uniformità.

L'ospedale di Torrette.

L’ospedale di Torrette

Parlando di integrazione veniamo alle reti cliniche. Un concetto un po’ difficile da spiegare.
Il concetto è una semplificazione del sistema nel suo complesso, l’individuazione all’interno della rete del punto più idoneo per garantire la prestazione in sicurezza, la mobilità del personale medico e del paziente con la possibilità di utilizzare, all’interno della rete, la struttura, la strumentazione o il professionista più adeguato. Questo garantisce non solo una maggiore sicurezza ma anche un accesso più equo alle cure, indipendentemente da dove si risieda. Noi abbiamo individuato diciannove differenti reti. Ad esempio quella dei trapianti, la rete oncologica, la rete pediatrica e via elencando.

Nella scelta delle sedi, dei punti della rete da mantenere così come delle Unità Operative o degli ospedali da chiudere o trasformare in Case della salute, come avete proceduto?
Siamo partiti dallo scenario al 2011. E valutando caso per caso i numeri per capire l’appropriatezza delle strutture, il tasso di utilizzo delle Uo e dei posti letto. E per molte strutture i numeri erano molto più bassi di quelli imposti dal Decreto Balduzzi. Ma questo è solo l’inizio. Perché oggi abbiamo agito sulle strutture, domani andremo ad agire sui professionisti. Ci sarà inoltre bisogno di una costante revisione dell’organizzazione, praticamente annuale.

In che senso revisione e cosa vuol dire agire sui professionisti?
Revisione perché un sistema così complesso ha bisogno di una costante manutenzione per valutare l’efficienza, la qualità delle prestazioni erogate e l’adeguatezza ai criteri che ci siamo dati. L’intervento sul personale sarà invece il prossimo passo. Non in senso economico intendo ma sulla professionalità operatori. Per prima cosa ci dovranno essere investimenti mirati in formazione. Ma anche la necessità di una precisa valutazione delle attività e della qualità dei risultati di ogni singolo professionista è importante. Se sei in linea con i risultati attesi va bene. Se non sei in linea c’è qualcosa che non va e bisogna intervenire. E l’accorpamento di strutture, oltre all’introduzione delle reti cliniche, permetterà ai professionisti impegnati in presidi con scarso carico di lavoro di riqualificarsi e lavorare meglio, accrescendo le proprie competenze anche a contatto con colleghi più esperti.



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