Parima, una variante al Prg e l’alternativa: pane o cemento?

La Minitematica contiene una variante che concede l'edificazione di un terreno nelle adiacenze dello storico panificio. Data l'assenza di vincolo tutta l'area dello stabilimento è edificabile. C'è qualche legame con la chiusura dei cancelli?
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Carlo Cambi

di Carlo Cambi

Stavolta, prometto, non la faccio lunga. Mi è però venuto di chiedermi: e se la repentina crisi della Parima fosse frutto di una non troppo remota delibera urbanistica? Fantasie, certo. E’ che a me il pane piace e il cemento un po’ meno. Ho letto – come sempre puntualmente qui su CM – della lodevole iniziativa del Sindaco Romano Carancini che ha ricevuto le maestranze della Parima, accompagnate dai sindacati, nella Sala del Consiglio per fare il punto della drammatica situazione dello stabilimento chiuso senza preavviso e, diciamolo, in maniera brutale. Lo stesso Sindaco ha però dovuto ammettere che i suoi poteri d’intervento sono limitatissimi, se non attuare una moral suasion nei confronti della proprietà perché vengano rispettati i diritti minimi dei dipendenti che sono quelli di vedersi riconosciuti subito i crediti vantati e l’apertura di procedure di salvaguardia come previsto dal nostro Stato di welfare. Bravo Sindaco: si fa così. Si è anche in attesa di conoscere quali esiti hanno dato i colloqui tra il Sindaco e il signor Giacomo Bonifazi e i responsabili della Gasteghini srl che sono i titolari della Parima. Sia detto per inciso: risulta che la Gasteghini sta servendo anche in queste ore con prodotti a proprio marchio i clienti della Parima, evidentemente c’è stato un disinvolto piano di ristrutturazione delle attività di queste due aziende e l’attuazione di una sinergia, come dire, molto accelerata. Ciò detto però mi preme ritornare su di un argomento che ho sollevato qui su Cronache Maceratesi e cioè se immaginare uno sviluppo della città tutto centrato sull’edilizia sia o no all’origine della perdita di competitività della città, del suo devalorizzarsi in quanto a differenziazione delle attività economiche e se l’assenza di un progetto complessivo per il futuro di Macerata abbia una qualche influenza su questa decisione, che definirei improvvida, di chiusura dello stabilimento. Alcuni lettori di CM nel commentare il mio pensiero hanno detto che ho parlato tanto di centro storico e poco di Parima, un’altra signora dice che siccome mi occupo di cucina dovrei lasciar perdere. A parte il fatto che la cucina è cultura e che occuparsi di pane da mangiare significa anche interrogarsi su come il pane viene prodotto e quale economia s’immagina per produrre quel pane: se armonica legata alla filiera terra-forno-alimentazione o solo consumistica, il pane come merce, mi viene il dubbio che anche nella chiusura repentina della Parima c’entri il cemento e dunque quel pensiero dominante di una Macerata “grande” che è la prima causa dello svuotamento del centro. Discutere del centro storico significa sottoporre a critica in un rapporto di causa/effetto lo sviluppo immaginato per la città. Perché se si è progettata una Macerata che si regge solo sul cemento, forse abbiamo costruito una città con i piedi d’argilla. Ed è dunque probabile che la Parima chiuda: un po’ per crisi, molto per opportunità.

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La sede della Parima a Macerata

Perciò chiedo al Sindaco e lo segnalo ai sindacati e ai dipendenti così maltrattati, che c’entra la delibera n° 86 del 10 novembre 2009 con la chiusura della Parima? Non sarà che tra pane e cemento, la Parima ha in animo di scegliere il cemento? Perché quella delibera ha questo innocente titolo: “Variante al Prg per modifiche puntuali di lieve entità”. Quando è stata adottata Romano Carancini era “solo” capogruppo del Pd, ma quando poi quella delibera è entrata a far parte della Minitematica Carancini era già Sindaco. E in quella delibera al capo 40 si fa una piccola variante da terreno agricolo a completamento e si specifica che il terreno di cui trattasi è nelle “Adiacenze Parima” concedendosi l’ edificazione, con indice 1,50, di 2.226 metri cubi che corrispondono grossomodo a sei appartamenti. C’è in questa parte della delibera una stranezza. Mentre per tutte le altre variazioni viene indicato il tipo di edilizia che si consente di realizzare qui nulla si dice. E’ poca cosa? Forse. Ma alcuni amici architetti mi suggeriscono che quando si rende edificabile un terreno agricolo in adiacenza di uno stabilimento in assenza di vincolo (data dal fatto che non si è specificato che tipo di completamento e che tipo di intervento edilizio è ammesso) per analogia tutta l’area su cui insiste lo stabilimento può ritenersi edificabile. E non è difficile ottenere una diversa classificazione: che so da industriale a commerciale e poi da commerciale a residenziale. E tutto sommato Contrada Mozzavinci non è poi così poco appetibile come zona residenziale. Ora al Sindaco sarebbe opportuno porre questa domanda: non è che per caso sono arrivate richieste di questo tipo da parte della Parima? E soprattutto non sarà il caso di capire se la ragione ultima di quei cancelli chiusi – e il modo ancor m’offende avrebbe detto Dante – è data dal dilemma pane o cemento? Si perché in quello stabilimento si producevano filoni. Sarebbe il caso di evitare che sulla pelle dei lavoratori qualcuno faccia il filone.



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