Cam-Caminì
Niente infinito, per noi, dietro la siepe…
di Filippo Davoli
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Ci sono generazioni fortunate, a dispetto dell’eventuale sfortuna dei singoli: ad esempio, la generazione di Giacomo Leopardi può vantare non solamente un cantore impareggiabile ancora oggi, ma anche – come motore aggiuntivo della sua poesia – un infinito dietro la celeberrima siepe. Non so chi – non lo ricordo, sinceramente… – scrisse che a noi, invece, è toccata in sorte una discarica. Peccato non ricordarne il nome: temo abbia scritto una delle cose più vere di tutti i tempi.
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Ci sono generazioni che, anche artisticamente, segnano il proprio tempo e aprono la strada a quelli successivi. A noi, anche qui, è toccata in sorte un’epoca di transizione, destinata a travolgere sé stessa e noi che tentiamo in una qualche maniera di tradurla coi nostri segni sempre più deboli e indistinti nel grande bailamme dei rumori quotidiani. Anche Pasolini – è dato sospettare – se fosse nato oggi, non l’avrebbe cagato nessuno: l’avrebbero subito anestetizzato con un applauso del Teatro Sistina durante una puntata del Costanzo Show, oppure scimmiottato come “esagerone” in qualche parodia di Crozza o chi per lui, ma ancora più facilmente obliato, lasciato decantare nel suo “delirio” interpretativo, in nome del politically correct, di ogni buonismo costruttivo, tanto gradito in giro. E come allora, in caso di sua fastidiosa tenacia, gli avrebbero opposto la domanda clou: “Scusi, ma lei dove insegna?”, e a seguire: “Ah, non insegna all’Università? Scusi, ma allora…” e fine delle trasmissioni.
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Noi, per essere figli e interpreti veraci del nostro tempo, dobbiamo assumere su di noi il destino di coloro fatti per passare il testimone senza figurare nell’elenco dei partecipanti. Forse proprio per questo in così tanti si accaniscono con ogni mezzo per passare alla storia: restare nel ricordo visivo della gente, apparire dovunque e comunque, segnare il proprio spazio con un sigillo immodificabile e memorabile, finire in antologie storicizzanti ancor prima di diventare maggiorenni (come è accaduto alla generazione oggi quasi quarantenne dei “poeti di vent’anni”, cresciuta all’ombra della rivista Atelier negli anni scorsi) e spesso a fronte di nemmeno una plaquette pubblicata. Un’ansia rovinosa e tragica che – se il sentire dei poeti è profezia – la dice lunga (può dirla lunga) sul senso di sconfitta e di paura che attraversa i nostri giorni.
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Forse, approfittando del fatto di vivere in una minuscola città e dunque di conoscerci praticamente tutti, potremo anche ammettere che spesso sbagliamo (che grande lezione di civiltà, ammettere i propri errori). Perché non sbagliare mai non è degli umani. Ma non sapersi perdonare e ricominciare magari insieme, che cos’è?
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Ci vorrebbe un augusto camino, una ciminiera come quelle ormai assurte a monumenti nazionali del lavoro, per eliminare le infinite scorie che ci portiamo addosso rivestite e ammantate di vivibilità e che, invece, non sono altro che le mordacchie che ci impediscono di volare. Tra l’altro, quando fondammo la rivista “Ciminiera” (ormai secoli fa…) ci proponevamo proprio questo ideale: lavorare al chiuso di una fornace, fianco a fianco, solidi e sodali, perché l’unica cosa che avesse per sua dimensione l’aria aperta e una propria riconoscibilità fosse l’opera (musicale, pittorica, letteraria, questo veniva dopo). Volevamo scongiurare all’arte la fine che sta facendo: una sorta di Festival sanremese dove ad essere celebrati sono (e vogliono che siano) gli autori più che le opere. Ma questa è già un’altra storia.
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Putroppo, l’unico camino che mi viene davanti agli occhi in questi giorni è quello del CO.SMA.RI. Scopriamo (perché nessuno ce l’è venuto a dire) che riprende a fumare. Aveva smesso tanto bene (non so se grazie a quel metodo che ha dato risultati insperati con un sacco di gente, tranne che con il sottoscritto il quale – intuendo che probabilmente funzionava – ha interrotto la lettura del libro…) e adesso riprende? Ragazzi, che autogol!
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Fuor di battuta, mi metto nei panni dei concittadini di Sforzacosta: anni ed anni di manifestazioni, proteste formali e informali, appelli alle amministrazioni che si sono succedute, promesse su promesse da parte dei candidati alle elezioni, e che risultati hanno ottenuto? Nessuno. Come dice, scusi? Ho detto nessuno. Ah, ecco…
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Ma che pazienza hanno, gli abitanti di Sforzacosta? Mi rimandano di colpo a quegli artisti, volutamente obliati a dispetto del loro reale valore, che hanno fatto grande la cultura del proprio tempo, venendo riconosciuti solo dopo la loro morte: prima hanno subìto un veto spesso ideologico, a volte gratuito, sempre illogico; hanno patito un senso indotto di impotenza, quando non di inutilità. Qualcosa di simile deve capitare, credo, ai cittadini di Sforzacosta: potrà bastar loro un veto unanime del nostro consiglio comunale? A voi basterebbe? Ci andreste a vivere, nei pressi dell’inceneritore? Io no. Ho letto che i dirigenti di quella struttura precisano non esserci sostanze velenose nel camino, ma quel fetore micidiale – ancorché non tossico – chi può gradirlo, nei pressi della sua abitazione? Anche per questo non so darmi pace – pur non potendo fare nulla al di là di manifestare il mio fastidio e la mia solidarietà – di fronte a questa perpetuata indifferenza nei confronti dei residenti di quella frazione.
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Nel frattempo in città si festeggia l’editoria. Piccola e media, ossia quella che ancora tiene duro per come può in termini di qualità di ciò che pubblica (non tutta, ovviamente; quella che fa pagare gli autori, ad esempio, già non lo è in partenza); ma mentre la grande editoria si mantiene sul proprio nome e sui contributi statali, ottenuti anche per le copie mandate al macero, la piccola editoria che non lucra sui propri autori sa di dover puntare – come sua unica chance – sulla qualità di ciò che scrivono). Hanno tuttavia una lonza davanti al loro cammino, proprio come nell’antinferno dantesco: la distribuzione. Bisognerebbe organizzare un convegno sull’esosità delle agenzie di distribuzione. Richiedono cifre che incistano ogni possibilità di diffusione di chi deve reggersi sulle proprie gambe, spesso stringendo la cinghia per farcela. Anche qui c’è un camino che brucia le speranze di chi vorrebbe crederci ancora (e questo ancora prima di arrivare in libreria, dove i titoli che girano sono quelli che possono vantare un richiamo televisivo o sulle terze pagine, belli o brutti che siano).
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Forse l’estate arriverà. Anche la primavera ci sta deludendo, sempre grigia, offuscata, piovosa, umida, asfissiante. Forse verranno giorni migliori. Forse ricominceremo a trovarci in piazza a parlare insieme (anche litigando, se necessario), e ad aiutarci nelle piccole cose: anche ascoltarsi reciprocamente, anche tentare una soluzione condivisa, può significare tanto, per chiunque. A proposito di piccole enormità, come il camino dell’inceneritore. E in quelle solo apparentemente superflue, come un piccolo editore.










Il Poeta e Scrittore Davòli (con l’accento sulla “o” e non sulla “a” come lo pronunciano a Macerata) è sempre piacevole leggerlo. Soprattutto per gli spunti che offre e le “cartelle” mentali che apre.
La conclusione dello scritto mi fa pensare che quando la cosiddetta Sinistra ci si mette con le cretinerie non la batte nessuno. L’ultima scemata che ha fatto è aver voluto come ministra dell’immigrazione Cècile Kyenge, definita italo-congolese… Precisiamo: Italiana lo è, ma non “congolese”. Il “Congo”, o “Zaire”, non esiste. E’ solo una espressione geografica retaggio del colonialismo belga, lasciato intatto dalle multinazionale occidentali ed orientali, ed ancora luogo di scontri tra politici e militari criminali e magnaccia per una leadership a Leopoldville, oggi Kinshasa.
La Kyenge è una italo-mukunda, della tribù Bakunda. Quale ruolo ha avuto la sua tribù nella insaguinata ed atroce vicenda della rivolta dei Simba? Certamente, poiché si trova a duemila miglia dal Kivu Meridionale ove è la cittadina di Kindu non ha partecipato alla uccisione ed alla vendita dei cadaveri a pezzi nel mercato della città dei nostri sfortunati aviatori… Per fortuna non è della tribù dei Baluba, dedita al cannibalismo. Gli ultimi “bianchi” mangiati furono due mercenari di Ciobè nel 1961, Simon Donaldson e Ted McKay… Sarebbe, però, interessante sapere se il clan della Kynge parteggiava per i Simba, oppure, stando dalle parti di Elisabethville, oggi Lumumbashi, nel Katanga Meridionale, faceva parte del corpo militare katanghese che combatteva i Simba in appoggio al Quinto Commando sudafricano del colonnello Mike Hoare.
A parte questo delizioso sfoggio di conoscenza storica, la neo-ministra ha posto un problema non prioritario per la pubblica opinione. Abbiamo altri problemi concreti molto dolorosi che dare una immediata cittadinanza ai neonati extracomunitari. Altro aspetto al di fuori della realtà è aver invitato il Balotelli milanista a fare da testimonial di integrazione razziale: abitudinario del gossip e non molto amato dagli Juventini.