Perché non pensare ad un obbligo di cura per i tossicodipendenti?

Riflessioni sull’ultima morte maceratese per overdose da eroina
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Giuseppe Bommarito

di  Giuseppe Bommarito * 

Nei primi giorni dello scorso mese di dicembre si è consumata a Macerata l’ultima tragedia dovuta ad un’overdose fatale da eroina. Vittima uno sfortunato ragazzo tossicodipendente di appena 24 anni, che da diverso tempo camminava sullo stretto crinale che divide la vita dalla morte, tra innumerevoli tentativi di smettere e ricadute sempre più pericolose. Pochi giorni dopo la Squadra Mobile della Questura di Macerata, con una brillante operazione,ha individuato ed arrestato due giovani, ritenuti responsabili dello spaccio dell’ultima dose, quella che non ha lasciato scampo al ventiquattrenne maceratese: una delle due persone assicurate alla giustizia è una ragazza di 29 anni, anch’essa tossicodipendente da anni, già arrestata per spaccio di sostanze stupefacenti appena un mese e mezzo prima e ovviamente in quell’occasione subito rimessa in libertà. Tante sono le riflessioni che possono farsi su questa tragica vicenda, su queste due vite irrimediabilmente spezzate, una pervenuta senza biglietto di ritorno al cimitero di Macerata e l’altra giunta per adesso al carcere di Camerino, ma comunque segnata per sempre.

 Viene da chiedersi, per esempio, per quale motivo, nella stragrande maggioranza dei casi dopo un overdose mortale le forze dell’ordine individuano in pochi giorni gli spacciatori responsabili, mentre invece tanta solerzia investigativa (che potrebbe evitare tragedie irrimediabili) non si registra nel contrasto allo spaccio e al microspaccio quotidiano che comunque compromettono pesantemente la salute, le aspettative e la vita di tanti giovani e giovanissimi, nonché delle loro famiglie. Così come è difficile non tornare a riflettere su un sistema normativo assurdo che non assicura affatto la certezza della pena e non sanziona adeguatamente i reati connessi al traffico, al commercio ed allo spaccio di sostanze stupefacenti, tutti reati con esiti potenzialmente mortali, e consente a migliaia di spacciatori di entrare ed uscire dal carcere nel giro di pochissimo tempo – come se,anziché istituti penitenziari, fossero alberghi ad ore con le porte girevoli – per poi riprendere, sempre più impuniti ed arroganti, il loro infame mestiere esattamente dove l’avevano interrotto.Infine un ragionamento molto approfondito andrebbe condotto anche sull’efficacia delle pratiche terapeutiche adottate in ordine alle tossicodipendenze consolidate, per le quali i soli farmaci sostitutivi (il metadone e il subutex) – diciamo la verità – nella maggior parte delle situazioni non risolvono un bel nulla, e a volte finisono anche per aggravere il problema. Tutte questioni fondamentali, che abbiamo già affrontato diverse volte su questo giornale e sulle quali sarà necessario comunque ritornare. Ora però, proprio partendo dall’ultima tragedia maceratese dovuta alla stramaledetta droga, vorrei portare, con una domanda molto semplice, la riflessione su un altro tema: il dramma di chi in questa occasione (e in migliaia di vicende analoghe) ha trovato la morte e quello di chi ha dato la morte sarebbero stati evitabili se in Italia fosse vigente un regime di obbligo di cura per il tossicomane? Detta in altri termini: un serio obbligo di cura avrebbe evitato la morte al primo protagonista della triste storia da cui siamo partiti? E avrebbe scongiurato alla seconda protagonista il carcere ed un rimorso che la schiaccerà per tutta la vita? Non è una questione nuova, se ne parla da anni: il primo a parlarne, se non sbaglio, fu il grande giornalista e scrittore Guido Vergani nel 1999 sulle pagine del Corriere della Sera; l’argomento è stato poi ampiamente ripreso da due psichiatri, Roberto Bertolli e Furio Ravera, nel più bel libro sulla droga che mi sia mai capitato di leggere: “Un buco nell’anima”. Però mi sembra utile ridiscuterne, partendo da un presupposto che ormai, almeno in teoria, è comunemente accettato, senza farne discendere tuttavia le dovute conseguenze: la tossicodipendenza non è un vizio, ma una vera e propria malattia, così come stabilito anche in sede scientifica dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali. Una malattia inizialmente autoindotta, certo, ma pur sempre una patologia, per di più grave, tendente alla recidiva ed anche a cronicizzare, con esiti pesanti e a volte pure mortali,da cui comunque con un determinato percorso si può guarire. Una malattia – è questo il punto centrale – che, per l’effetto delle sostanze sul sistema cerebrale, indeboliscesempre di più, sino a cancellarla, la volontà di chi le assume.

In altri termini, la dipendenza è, per definizione, schiavitù, capitolazione alla sostanza, un comportamento compulsivo che mette al centro di tutta la vita quotidiana la ricerca ossessiva e l’assunzione della droga, aggredisce la capacità di intendere e annulla del tutto la capacità di volere. Certo, stabilire un obbligo di cura per i tossicodipendenti apparentemente è poco democratico, poco rispettoso della libertà individuale: ma la volontà del tossicodipendente che nega a se stesso la malattia (giacchè anche tale negazione è una componente della malattia) e quindi rifiuta di curarsi, o fa semplicemente finta di curarsi con il metadone seguitando di fatto a drogarsi, è libera, oppure è una volontà coartata e intrappolata dalla sostanza? Se la tossicodipendenza intesa come patologia implica proprio l’annullamento della volontà, soffocata dalla ricerca compulsiva ed irrefrenabile di un piacere artificiale, non è un comportamento falso ed ipocrita delle istituzioni quello di lasciare ad un soggetto privo della libera espressione della propria volontà la scelta tra curarsi e no? Potrebbe anche sostenersi, ed anche con qualche ragione, che senza il consenso convinto del tossicodipendente qualsiasi terapia di fuoriuscita dalla droga rischia fortemente di essere inefficace. Il che, appunto, in molte situazioni è vero, ma è pur vero che in tanti altri casi una terapia iniziata senza convinzione o per sfuggire al carcere ad un certo punto, allorchè l’autodeterminazione è tornata ad essere realmente concreta,può acquisire la consapevolezza ed il convincimentodel soggetto interessato e diventare risolutiva.

Cerchiamo quindi di uscire tutti quanti dall’ipocrisia di Stato e dai pregiudizi ideologici, visto che la lotta contro la droga e per le migliori terapie di fuoriuscita dovrebbe essere non solo prioritaria, ma anche assolutamente bipartisan, e proviamo a sostenere realmente chi è in difficoltà ed è in grado solo di prendere le decisioni più sbagliate. Iniziamo pertanto a discutere, almeno nei casi più gravi, degli strumenti per aiutare veramente chi, a causa della droga e della tossicodipendenza che questa innesca, rischia di uccidersi e/o di uccidere, nonché le loro famiglie, costrette ad assistere nell’impotenza e nella disperazione alla lenta agonia dei loro figli. Si potrebbe, in ipotesi, pensare di obbligare il tossicodipendente a curarsi nelle comunità terapeutiche nei casi di inutile frequentazione dei Sert per oltre un anno o due, nonché al primo o al secondo TSO (trattamento sanitario obbligatorio); oppure fare altrettanto sin dal primo reato connesso all’uso di sostanze (spaccio, furti, rapine, violenze in famiglia, ecc.), anziché mandare in carcere o, peggio ancora, rispedire a casa con il beneficio della condizionale un tossicodipendente reso ancora più spregiudicato da una distorta sensazione di impunità e pronto a reiterare il reato all’infinito. Sarebbe opportuno, in vista del medesimo obiettivo, anche utilizzare di più, nelle situazioni di tossicodipendenza prolungata, gli strumenti dell’amministrazione di sostegno e pure dell’interdizione.

Poi, dopo la disintossicazione fisica ed un periodo di comunità sufficiente a recuperare una reale libertà di scelta, gli interessati potranno tornare ad esprimersi in prima persona circa la loro ulteriore permanenza nella struttura comunitaria: ma in tal caso, a parlare e a prendere posizione saranno veramente loro, e non la droga che sino a quel momento ha comandato nel loro cervello.  Certo, per imporre ai tossicodipendenti una cura prolungata e a lungo termine nelle comunità terapeutiche (che, in prospettiva, può anche ridurre i costi sociali e sanitari connessi a tossicodipendenze che si trascinano per anni, se non per decenni) bisogna avere il coraggio di raccogliere l’inespressa richiesta di aiuto di tanti giovani, incapaci di fermare da soli la loro corsa verso il nulla e l’autodistruzione, e quella invece urlata di tante famiglie, lasciate da sole a combattere qualcosa che nemmeno riescono a capire sino in fondo. Bisogna superare gli schematismi, i pregiudizi, i richiami solo formali ed ipocriti a valori certamente importanti come la libertà, la democrazia, che vanno però riempiti non di vuoti slogan, ma di contenuti reali. Bisogna cercare di fare qualcosa di concreto, e non riproporre all’infinito, senza metterli mai in discussione, modelli terapeutici che non garantiscono affatto la risoluzione del problema.  Di tutto ciò, tuttavia, come peraltro anche delle varie problematiche giovanili connesse all’istruzione, alla formazione, alla ricerca ed alla conquista di un posto di lavoro, alla costruzione di un futuro decente per i nostri giovani, nessuno, nell’ambito della presente campagna elettorale, ha speso una sola parola. E questa è, a mio avviso, una grave colpa.

* Avv. Giuseppe Bommarito

Presidente onlus “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza”

 

 



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