Il Castello di Loro Piceno
Perchè venderlo? E a quale prezzo?

LA RICOSTRUZIONE - Una brutta storia di tentati affari milionari e di poca riconoscenza anche da parte di uomini e donne di Chiesa. Al centro della vicenda un complesso monumentale dall’inestimabile valore storico, artistico, architettonico, ed anche economico
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Il castello Brunforte

di Giuseppe Bommarito

“Credo che un dono d’amore della città e dei paesani di Loro Piceno nei confronti delle suore non possa essere mercificato … lo stesso affetto che ha spinto i Loresi al gesto di donazione nei confronti delle suore, oggi, a fine d’uso, se così si può dire, deve valere affettivamente nella restituzione dell’oggetto stesso ai Loresi … non si può sempre e solo pensare di aver diritto a ricevere senza mai essere nell’obbligo anche di dare”. E’ il passo chiave di un’accorata lettera del dottor Giuseppe Giuffrè (l’editore milanese al quale si devono migliaia di pubblicazioni di stampo giuridico, di origini loresi e da tempo cittadino onorario del paese del vino cotto) indirizzata a suor Maria Pia Mecocci, l’anziana attuale Priora del Monastero Domenicano di Loro Piceno, una delle ultime due suore lì rimaste, e fa riferimento – nel tentativo di scongiurarla – alla incombente vendita ad un privato del Monastero-Castello che da secoli si identifica con l’essenza e la storia della piccola cittadina dell’entroterra maceratese, a suo tempo ricevuto in dono dalle suore.

Una brutta storia che, pur affondando le sue radici in un tempo ormai lontanissimo, nei suoi più recenti e preoccupanti sviluppi si trascina ormai da un paio di anni; che vede all’opera una priora ormai ottantaseienne, rappresentante legale dell’ente ecclesiastico divenuto proprietario (poi vedremo con quale trafila) del Monastero-Castello di Loro (o di Brunforte, che dir si voglia), ed un Vescovo, quello di Fermo, Monsignor Luigi Conti (già Vescovo di Macerata), che sembra aver preso gusto nell’autorizzare la vendita a terzi degli storici monasteri domenicani siti in provincia di Macerata, calpestando le aspettative e le sacrosante ragioni delle popolazioni e degli enti locali; che evidenzia una profonda divisione, e comunque una notevole sottovalutazione del problema, da parte degli enti territoriali coinvolti (Regione Marche, Provincia di Macerata e Comune di Loro Piceno), alle prese con un immobile (forse monumento nazionale) del valore di milioni e milioni di euro, problemi economici, sottili questioni di diritto civile e di diritto canonico, frettolosi e superficiali pareri della Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio delle Marche.
Prima però di scendere nel merito della vicenda, è bene ricostruire la storia e la struttura di questo complesso monumentale di eccezionale valore storico, architettonico ed artistico, anche per meglio comprendere la reale posta in gioco e gli appetiti che sono sorti al riguardo. Tuffiamoci quindi velocemente nel passato e nelle fotografie pubblicate ad illustrazione del presente articolo.

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L’interno del Castello

Ecco allora svettare in tutta la sua imponenza il Castello di Brunforte, il Castello di Loro Piceno, una delle rare fortificazioni medioevali del Maceratese. Un impatto visivo straordinario, con i suoi alti muri a scarpata e quattro torrioni ben conservati, purtroppo in parte deturpato ai suoi piedi da alcuni edifici realizzati, negli anni settanta, nella zona di rispetto sottostante.
Un vero e proprio complesso monumentale in laterizio e pietra naturale ancora con l’impianto e le strutture originarie, un aggregato di fabbricati con varia elevazione e dalla struttura particolarmente complessa e affascinante, frutto di un’evidente stratificazione storica, che tuttora domina, qualifica e caratterizza l’intero centro abitato. All’interno una superficie enorme di 1.600 metri quadrati, distribuita su quattro piani, con ben 65 vani interni perfettamente conservati (tra i quali la stupenda cucina seicentesca, il coro con scranni di noce e un organo settecentesco, il refettorio, le stanze dei telai, le antiche cantine ove già secoli fa veniva prodotto il vino cotto lorese) ed un’ampia corte-giardino.
Eretto tra il XII e il XIII secolo, da oltre novecento anni il Castello, con la sua possente mole, è – come già detto – il simbolo e l’emblema della storia politica, amministrativa e religiosa di Loro Piceno e, al tempo stesso, un bene storico-artistico dall’elevatissimo profilo culturale (come tale riconosciuto nel 1982 dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici di Ancona, e addirittura – occorre aggiungere – qualificato come “monumento nazionale” in numerosi documenti del competente Ministero, sia pure in assenza di uno specifico provvedimento, e dello stesso ente ecclesiastico oggi proprietario).

Ma la storia del sito dove sorge il Castello di Brunforte, che presenta tracce picene, romane e benedettine, è ancora più antica e si perde nella notte dei tempi. Una stele sepolcrale di età picena rinvenuta durante l’ultima guerra in un tratto della circonvallazione risale addirittura al VI secolo a.C.. Un’iscrizione apposta su una lamina di piombo, di cui v’è traccia documentale nella Biblioteca Comunale di Fermo, e numerosi reperti di età imperiale rinvenuti durante alcuni lavori di scavo effettuati nel XVII secolo, evidenziano invece che il Castello è stato edificato sui resti di un “castrum” di epoca romana, sicuramente in collegamento con la vicinissima “Urbs Salvia”. Nell’alto Medioevo, tra il VII e l’VIII secolo, ormai dissoltosi del tutto l’impero romano, nel sito lorese si insediano i monaci benedettini (in seguito arriverà anche una consistente presenza francescana, dalle cui fila proviene il Beato Liberato da Loro, menzionato anche nei Fioretti di San Francesco), ed è proprio durante il periodo monastico che il preesistente complesso difensivo, grazie anche ai vari Signori feudali che si succedono negli anni, prende la forma definitiva ed inizia così a presentarsi ai cittadini loresi e ai visitatori nella sua attuale consistenza, dotato di potenti mura e di ben cinque porte di accesso.
castello_brunforte1Di origine franca e di fede ghibellina, i Brunforte sembrano essere stati i più importanti Signori feudali di Loro, al punto da lasciare per sempre il loro nome al Castello. Secondo altri studiosi, invece, è la famiglia Gualtieri quella che lascia il segno nella fase feudale lorese. Sta di fatto che sin da quest’epoca il Castello diventa a tutti gli effetti la residenza, il “palatium”, dei Signori di Loro, e svolge quindi la più significativa funzione pubblica per la comunità lorese.
Durante il successivo periodo comunale il Castello – la cui storia si intreccia sempre più con le vicende della vicina città di Fermo – diventa la sede del Comune di Loro Piceno e viene definito negli antichi documenti come il Palazzo della Comunità di Loro. Tutti i più importanti luoghi di vita e di governo sono ospitati al suo interno: il Palazzo di Giustizia, il Palazzo dei Priori, le Carceri, la Sala Magna del Parlamento cittadino, la Cancelleria Comunale, nonché la campana, l’orologio del Comune, il pozzo, il mulino a vento. In quei secoli (dal secolo XIV al secolo XVII) la vita della Comunità si identifica totalmente con il Castello, attorno al quale nel frattempo si verificano eventi terribili e molto significativi legati all’eterna guerra tra guelfi e ghibellini, a tentativi locali di svincolarsi dalla sudditanza verso Fermo, a scontri con altre signorie vicine.

Nel 1600 inizia il periodo “domenicano” del Castello, ancora oggi in essere. Nei primi anni di questo secolo, infatti, il Parlamento lorese decide di ospitare una comunità religiosa, un Monastero, che potesse divenire luogo di preghiera e di penitenza, e quindi di protezione per l’intera popolazione. Il Municipio eroga consistenti fondi a questo scopo e per lasciare spazio alla struttura religiosa sposta altrove alcuni propri uffici, mentre tutte le famiglie loresi più abbienti concedono generosi lasciti, necessari per affrontare gli lavori di ristrutturazione durati diverse decine di anni. Si arriva così all’anno 1692, allorchè il Parlamento lorese dà finalmente l’assenso all’insediamento di un primo nucleo di monache all’interno del Castello, ponendo la condizione che il Castello rimanga per sempre Monastero. Ed ecco nell’agosto del 1693 arrivare il primo nucleo di suore domenicane, guidate dalla straordinaria Priora Madre Giacinta Bassi, che nello stesso periodo darà origine anche ai monasteri domenicani, anch’essi di clausura, di Macerata e di Montefiore dell’Aso. Preghiera, meditazione e lavoro scandiscono per secoli, per oltre trecento anni sino ad arrivare quasi ai giorni nostri, le giornate delle suore nel Castello, con l’annessa Chiesa del Corpus Domini, strettamente intrecciate alla vita del paese in una costante attività educativa, di formazione, di sviluppo e di stimolo culturale.
Ma l’integrazione è reciproca, testimoniata non solo dall’impegno comunale e dai contributi di tanti cittadini versati per l’originaria costituzione del Monastero, ma anche dalla costante e fattiva solidarietà, dall’aiuto fornito alle religiose nei periodi di soppressione napoleonica e poi sabauda, dalle ingenti spese continuamente affrontate dal Comune per la manutenzione del complesso monumentale.
Il tutto in un clima di continuativa e amichevole collaborazione tra l’istituzione comunale e quella religiosa, che va avanti per secoli. Alla fine del 1800 cominciano però i primi problemi, che a ben vedere si trascinano ancora al giorno d’oggi e sono tuttora fonte di grande preoccupazione per i cittadini loresi.
Nel 1890 un decreto ministeriale dello Stato italiano impone all’improvviso di concentrare le suore domenicane di Loro Piceno, ormai ridotte a cinque unità, nell’ex monastero di San Giacomo, a San Ginesio. Il Comune allora si muove su due piani: da un lato, cerca di ottenere una revoca del decreto in questione; dall’altro, chiede alle competenti autorità che il Monastero passi dal patrimonio governativo a quello comunale, dal quale, in assenza di atti di vendita o di donazione, formalmente non era mai uscito. La Direzione Generale del Fondo per il Culto risponde negativamente sulla base di un cavillo burocratico, però indica ai loresi una via di salvezza, immediatamente perseguita: potrebbe ottenere la restituzione del Monastero, lasciando comunque una parte del complesso all’uso delle religiose, qualora intendesse destinarlo a scopi di pubblica utilità o di beneficenza (asilo, scuola elementare, ricovero, ospedale …). Entrambe le mosse in breve tempo arrivano a segno, tanto che nel 1893 viene soppresso l’odioso decreto di concentramento delle suore e nel 1894 viene stipulato l’atto di cessione al Comune.

Un bel colpo per i loresi. Però la storia non finisce qui, anzi da questo momento, con un susseguirsi di colpi di scena non sempre ben comprensibili, inizia a complicarsi sempre di più, perché il Comune ormai non gliela fa più a sostenere le ingenti e continue spese di manutenzione del Castello-Monastero, ed è quindi giocoforza decidere nel 1904, con profonda tristezza degli amministratori comunali, di vendere l’intero complesso tramite una pubblica asta. Quando tutto sembrava perduto, ecco materializzarsi però un aiuto insperato: un mecenate, un benefattore di altri tempi, il facoltoso ingegnere di origini loresi Enrico Mori (il nonno dell’editore milanese Giuseppe Giuffrè, nominato proprio all’inizio di questo articolo) nel 1906 acquista dal Comune all’asta il Monastero per persone da nominare, che poi in sede di atto pubblico vengono dall’acquirente individuate nelle quattro monache rimaste nel Monastero. Il tutto al fine di perpetuare la destinazione del Castello e il suo simbiotico rapporto con la città di Loro Piceno e di garantire allo stesso sicurezza e stabilità per il futuro. Si tratta, senza ombra di dubbio, di una nobile e generosa “donazione di fatto”, che circa un secolo dopo non troverà tuttavia adeguato riconoscimento.
Ma torniamo ai primi anni del Novecento. Pochi anni dopo la donazione, nel 1913, le monache, in violazione di uno dei vincoli posti nell’atto di vendita (cioè che nessuna, salvo l’ultima rimasta, possa disporre liberamente del bene), vendono l’intero immobile al loro confessore don Carlo Grazioli, il quale, a sua volta, nel 1937, lo cede (fatta eccezione per la Chiesa del Corpus Domini, peraltro in seguito acquisita per usucapione) all’ente morale ecclesiastico, nel frattempo costituito, denominato “Monastero delle Domenicane di Loro Piceno”.

A questo punto, sia pure tortuosamente transitato dal patrimonio governativo a quello comunale, e da quest’ultimo a quello di un ente morale ecclesiastico, il Monastero-Castello, l’unico esistente nelle Marche, più volte oggetto nel frattempo di manutenzioni ordinarie e straordinarie dal costo di svariati miliardi delle vecchie lire erogati dal competente Ministero e poi (in euro) dalla Regione Marche, sembrava ormai destinato a rimanere per sempre un patrimonio a servizio della comunità civile e religiosa di Loro Piceno. Senonchè – e qui veramente, per farla corta, arriviamo ai giorni nostri – nel settembre 2010 ecco che suor Maria Pia Micocci, l’attuale Priora ottantaseienne, legale rappresentante dell’ente morale eclesiastico di cui sopra, decide di sua iniziativa, all’improvviso e senza preavviso alcuno agli amministratori comunali (che saranno informati solo a distanza di diversi mesi), di attivare la procedura per la vendita del Castello presso la Direzione Regionale di Ancona per i Beni Culturali e Paesaggistici, peraltro senza disporre delle previe e necessarie autorizzazioni richieste dal codice di diritto canonico. Nell’istanza, una vera e propria bomba per la comunità lorese, poco più di tre righe per individuare il potenziale acquirente (la famiglia Mosiewicz, costituita da imprenditori operanti su Milano, anch’essi di lontane origini loresi, attivi nel settore del raffreddamento industriale e titolari di un’azienda vitivinicola in Urbisaglia) e la futura destinazione che lo stesso intende dare al Monastero-Castello: sede di rappresentanza per le sue società e le sue aziende, nonché spazi espositivi e museali.

(1/continua. La seconda e ultima parte dell’articolo sarà pubblicata nei prossimi giorni)

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Un video realizzato l’anno scorso dal Comitato

 



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