Il giro delle sette chiese

Pellegrinaggi post-moderni ai centri commerciali
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logodi Filippo Davoli

Sono quasi sicuro del fatto che, se chiedessimo in giro che cosa si commemora con la visita ai sepolcri nel giovedì santo, la maggior parte della gente risponderebbe “la tomba di Gesù”. Trattasi invece del sepolcro dell’eucaristia, vale a dire il tabernacolo. Il giovedì santo, infatti, corrisponde all’istituzione dell’eucaristia nell’Ultima Cena del Signore. I fiori e le luci, allora, servono a ringraziare per tanto dono e non – come probabilmente molti pensano – a onorare il luogo della deposizione. Anche perché, secondo tradizione, dovendo morire il giorno dopo, si tratterebbe quanto meno di una infausta profezia, ancorché precisissima.

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Leggo negli articoli del nostro giornale dell’apertura del settimo supermercato lungo il fiume Chienti. Anziché il giro delle sette chiese, si potrà intraprendere dunque quello dei sette supermercati. Dopo la sostituzione del direttore spirituale con lo psicologo e del predicatore con l’intellettuale (degenerato poi in opinionista, come il poveraccio che vi scrive), la sostituzione dei templi con i centri commerciali è nelle cose. Certo, se la gente dovesse frequentarli tutti e sette contemporaneamente sarebbe un dilemma trovare persone a sufficienza. A meno di augurarsi – e non ce lo auguriamo affatto – una sparizione totale della popolazione dalla vita all’aria aperta (quasi ci trovassimo nel freddissimo Canada, dove la vita si svolge regolarmente nei lunghissimi e articolatissimi sottopassi, ricchi di negozi e fortemente riscaldati; ma qui il clima è temperato e, peraltro, la nostra provincia non è paragonabile alla nazione del Canada in nessuna maniera).

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Vigendo la dittatura dei magri, davvero non si capisce a che pro tanti spazi sottratti alla natura per impiantarvi – dentro casermoni di cemento – supermercati. I centri commerciali, si sa, sono ossimori: da un lato ci rimpinzano di cibi e bevande, dall’altro ci propongono magliettine striminzite e intesite, adatte a sottolineare le tartarughe dei ventri più aitanti (pochi) e destinate contemporaneamente a alimentare le sindromi da prestazione tonico-muscolare fallita di tutti gli altri che, con la bilancia, hanno – quando va bene – qualche problema di relazione e di dialogo. Quando va male, come nel mio caso, si passa facilmente agli insulti. Mi capita ogni volta che entrando in farmacia, la vipera bilanciuta esclama con la sua vocina fastidiosissima: “Vuoi conoscere il tuo peso ideale?”. Ovviamente no, non lo voglio conoscere. E quando sul bancone appaiono le sue sorelle (quelle pasticcone per facilitare la memoria, nella loro scatola sorridente e multicolorata) la mia replica continua: “al contrario, voglio dimenticare!”.

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Sette supermercati dalla collina al mare. E l’ultimo in ordine di tempo è dato credere che non sarà l’ultimo della serie. Forse servono a soddisfare quel signore che qualche tempo fa, non ricordo se qui in CM nei commenti o nel mio blog, assicurava di non salire più in centro a Macerata a causa del traffico: ecco fatto, può recarsi dentro uno dei magnifici sette, dentro i quali non c’è traffico automobilistico e le uniche ruote sono quelle sferraglianti dei carrelli. Del resto, all’apparire del primo centro commerciale, furono moltissimi (troppi, vorrei dire con malinconica rassegnazione…) quelli che vi si cominciarono a recare la domenica pomeriggio, passeggiando per quei corridoiotti come si fa per le vie dei borghi; salutando gli amici con larghi sorrisi soddisfatti; fermandosi a scambiare due chiacchiere entusiaste; e intasando tutte le vie asfaltate del circondario per raggiungere l’agognato paradiso commerciale, accettando di buon grado finanche file di qualche ora e oltre. Forse era l’occasione per sentirsi finalmente un po’ metropolitani, sia pure con quarant’anni di ritardo.

Ma che solenne tristezza, a pensarci un momento di più.

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I supermercati e i centri commerciali sono come i sepolcri. Laici sepolcri. Dalla cultura del culto (com’era nell’antichità) siamo progressivamente passati al culto della cultura (l’aveva intuito Adorno negli anni ’30, quando aveva coniato l’espressione “industria culturale”; eppure a nulla sono valsi i tentativi di antidoto – Pasolini per tutti -, perché gli operatori del settore culturale sono i primi ad aver tradito: Gruppo ’63, Postmodernismo, Sperimentalismo a oltranza, Neoavanguardismo, Morte della poesia, Generazionalismi, ed altre amene menzogne). Fatto sta che qui ormai è molto peggio: non c’è più culto e non c’è più cultura. Vivesse oggi, Pasolini, non lo cagherebbe nessuno. Ormai si tratta solamente di un andirivieni ipercinetico per coprire il vuoto di un’accidia mortale.

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È così che anche i centri storici – che mai avremmo creduto spopolabili – diventano musei a cielo aperto, e la gente che li teneva in vita da generazioni li abbandona.

Nelle vie crescevano le piccole solidarietà della quotidianità, l’identità di un popolo che giorno dopo giorno, anno dopo anno, si raccontava nelle mura dei palazzi, nei portoni di casa, negli odori delle botteghe. Elementi distintivi di una inconfondibilità pulsante, senza soluzione di continuità. Non, cioè, alla stregua di un presepio vivente o di un set cinematografico dismesso da rianimare nelle feste comandate: ma come vita vissuta. Come realtà. Come umanità.

La piazza virtuale del centro commerciale finisce per diventare un attentato alla vita vissuta dei borghi, in nome di un progresso di cui riusciremo a pentirci quando, è dato credere, sarà troppo tardi.

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È un dato di fatto che – per tanti motivi – non se ne sappia più fare a meno, sia che spuntino lungo le valli o lungo il fiume. Ma noi, se continuiamo ad assolutizzarli così, direttamente dentro il fiume.



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