Quando i genitori, assolvendo i figli, autoassolvono se stessi

DROGA E DINTORNI - Il destino triste, problematico e sfilacciato delle giovani generazioni non è solo colpa loro o delle istituzioni, ma è anche e soprattutto colpa nostra
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Giuseppe Bommarito

di Giuseppe Bommarito *

Una mamma residente in un centro dell’entroterra maceratese mi ha scritto nei giorni scorsi una lettera dura, piena di dolore e fortemente critica nei miei confronti, anche se civile e rispettosa. Una lettera che mi ha fortemente colpito e alla quale ho già risposto in via diretta, che mi sollecita comunque a svolgere qualche riflessione di carattere più generale.

La vicenda di fatto è simile – anche se con delle particolarità – a tante altre brutte storie di droga che quasi tutti i giorni escono sulle nostre cronache locali. Qualche mese fa, nei primi giorni di gennaio del 2012, il figlio di questa signora venne arrestato dai Carabinieri insieme ad altri ragazzi nell’ambito di un’operazione contro il commercio ed il traffico di sostanze stupefacenti (leggi l’articolo).

Le peculiarità di quell’operazione furono sostanzialmente tre: la dimostrata collaborazione per gli approvvigionamenti tra diverse reti di traffico e di spaccio nel nostro ambito provinciale; il sequestro di un ingente quantitativo di eroina, che rafforzò ulteriormente la convinzione sia delle forze dell’ordine che delle autorità sanitarie circa il prepotente ritorno in auge di questa sostanza, specialmente nella versione da fumare o inalare, sempre più diffusa tra consumatori anche giovanissimi grazie alla atroce bugia degli spacciatori secondo cui solamente la modalità del buco in vena scatenerebbe la dipendenza vera e propria; e infine le dimensioni della rete locale di spaccio stroncata in quell’occasione dalle forze dell’ordine, composta da ben sette elementi, cinque italiani e due stranieri, quasi tutti nullafacenti e già con precedenti specifici per traffico o spaccio di sostanze stupefacenti.

Io venni allora invitato dal Corriere Adriatico a commentare la vicenda e scrissi un breve articolo nel quale sostenevo che quegli arresti confermavano ancora una volta che in molti giovani si è sempre più radicata la convinzione che il mezzo più rapido e più fruttuoso per fare i soldi sia quello di vendere la droga – la morte travestita da piacere – a ragazzi giovani e giovanissimi (l’età di avvio alle sostanze ormai si colloca infatti intorno agli undici, dodici anni), nella convinzione dei trafficanti e degli spacciatori che, a fronte della prospettiva di un veloce e facile arricchimento, il rischio sia minimo a causa di una legislazione repressiva che in effetti reprime poco o niente per gli innumerevoli benefici che possono essere sfruttati dagli imputati e dai condannati in fase di processo o di esecuzione della pena. Efficacia deterrente pari quasi allo zero riscontrabile anche nel caso specifico e dimostrata dal fatto che, ancora una volta, quasi tutti i sette arrestati avevano già avuto a che fare con la giustizia per problemi di droga e tutti si erano rimessi subito alacremente e allegramente all’opera (uno di essi addirittura venne fermato mentre spacciava pur trovandosi agli arresti domiciliari per una precedente vicenda del tutto analoga: situazione identica ad un’altra emersa proprio in questi giorni a Montecosaro, se non erro).

Auspicavo quindi, accanto ad una sempre più estesa e capillare attività di prevenzione, importantissima e per molti versi determinante, anche una presa di coscienza collettiva che potesse portare a modifiche legislative finalizzate ad adeguare le pene previste per i reati di traffico e spaccio alla ormai innegabile gravità delle conseguenze sociali e sanitarie della droga, nonché una costante attività repressiva delle forze dell’ordine e, in ogni caso, la garanzia della certezza della pena.

Ebbene, a distanza di qualche mese, e a processo ormai celebrato (immagino con il rito abbreviato), quella mamma mi ha accusato, più o meno esplicitamente, di aver influenzato in sede processuale il Giudice con le mie considerazioni apparse sulla stampa locale e di aver sbagliato a considerare anche suo figlio come uno spacciatore alla ricerca di facili guadagni (come a dire che avevo sparato nel mucchio, senza fare distinzioni). Sola contro tutti, e contro anche la sentenza di condanna poi emessa dal Giudice, quella signora infatti era rimasta l’unica a credere nell’innocenza di suo figlio, il quale ha sostenuto di non aver conosciuto i traffici dei suoi compagni di sventura e di essersi trovato con loro solo per provare l’esperienza di uno sballo occasionale.

Questo ragazzo, a detta della mamma, comunque avrebbe già pagato oltre ogni misura non solo con la condanna finale (per lei ingiustamente riportata), ma anche con l’esperienza sconvolgente e traumatica del carcere preventivo, con il licenziamento in tronco dal posto di lavoro, con la situazione di disoccupazione in cui si è venuto a trovare. Poi, per finire l’accusa più forte nei miei confronti, un pugno sullo stomaco del tutto inaspettato. La linea di duro contrasto alla droga, e a chi con la droga traffica e prospera, che io sostengo da mesi e mesi con i miei articoli sarebbe il frutto dell’odio che io nutro verso il mondo intero perché la droga, quasi tre anni fa, si è portato via mio figlio.

Sono accuse pesanti, frutto di un amore materno meritevole di grande considerazione, ma assolutamente da chiarire, sia pure nel rispetto dell’altrui sofferenza.

In primo luogo, una considerazione credo sia scontata. Figuriamoci se un giudice si lascia condizionare da un articoletto a mia firma uscito su un giornale locale mesi prima del processo! I giudici hanno le loro logiche, sono vincolati da strettoie giuridiche e normative, si basano sulle prove che con chiarezza emergono o non emergono in dibattimento, e, tra l’altro, quando emettono sentenze di condanna in materia di droga, le pene nella maggior parte dei casi sono ridicole (a causa dell’attuale sistema sanzionatorio, e quindi non per loro scelta, anche se essi dispongono di alcuni margini di discrezionalità, quasi sempre però usati per alleggerire le sanzioni, anche nei confronti di soggetti già recidivi).

Quanto al fatto di auspicare una maggiore severità nel contrasto normativo e giudiziario ai delitti in qualche modo connessi alla droga, la mia personale convinzione – l’ho detto e ripetuto più volte – è che il legislatore, se veramente volesse combattere il traffico, il commercio e lo spaccio di sostanze stupefacenti, dovrebbe aumentare le pene vigenti, garantirne la certezza e l’effettività e infine abolire una serie di benefici nel processo e in fase di esecuzione della pena che, lungi dal favorire la rieducazione dei condannati, incentivano solo i delinquenti a ricominciare quasi subito a fare le stesse cose, cioè a trafficare e a spacciare droga, certi di una relativa impunità. Credo che queste siano riflessioni che nascono non dall’odio, ma dalla palese non deterrenza del sistema attuale (che sembra fatto apposta per incentivare a delinquere di nuovo e che proprio per la sua particolare insignificanza attira criminali da tutto il mondo), nonché dalla pura e semplice osservazione di quello che accade tutti i giorni accanto a noi, anche rimanendo alle attività di più basso livello criminale dello spaccio e del microspaccio. Non a caso, esse sono condivise da tutti i magistrati di punta che lottano contro la criminalità organizzata (ricordiamoci infatti che l’affare criminale “droga” e la criminalità organizzata sono sostanzialmente, anche se non del tutto, le due facce della stessa medaglia).

Consideriamo poi, per cercare di superare l’attuale sistema di pene blande, che più blande non si può, che anche riferendoci ai livelli del piccolo spaccio non stiamo parlando di reati di poco conto, ma in realtà di reati particolarmente gravi per le potenziali conseguenze sulle vittime. Anche una singola dose di eroina, o una sola striscia di cocaina, o una piccola pasticca di ecstasy, possono infatti portare in particolari circostanze alla morte per overdose o ad un cervello fuso irrimediabilmente, per tutta la vita. Quanto allo spinello e alla gravità delle possibili conseguenze connesse al suo uso, e senza voler riaprire qui una discussione infinita svolta già in altre occasioni, vorrei solo segnalare l’articolo “Lo spinello avvelenato” apparso nel numero di febbraio di quest’anno della rivista scientifica “Focus”, dove si evidenzia la pericolosità di un nuovo tipo di cannabis prodotto in serre straniere e denominato “skunk”, ormai ben presente anche da noi, che arriva ad una concentrazione di principio attivo, il Thc, pari a 120-150 mg (contro i 5-6- mg della cannabis dei figli dei fiori e i 30-35 mg di quella che normalmente oggi si trova disponibile nella piazze reali e virtuali delle nostre città, Macerata compresa). E – sia detto per inciso – è proprio per la presenza di questa marijuana, sempre più allucinatoria e pericolosa, che l’Olanda ha iniziato a chiudere i coffee-shop ed ha ormai inserito la cannabis tra le droghe pesanti.

Poi, per finire, alcune riflessioni finali su questa mamma che mi ha scritto e che, contro tutto e contro tutti, ancora crede nell’innocenza di suo figlio, nonostante la condanna riportata. Beh, io non conosco il caso concreto e so per esperienza personale che gli errori giudiziari sono sempre possibili, quindi non mi azzardo in questa specifica vicenda a mettere in discussione la sua granitica fiducia nell’innocenza del figlio. Al di là del caso concreto, però, mi pongo alcune domande di fondo: ci siamo mai chiesti quanti e quali danni facciamo ai nostri figli quando andiamo a protestare a scuola per i cattivi voti da loro riportati, pur sapendo che i libri a volte rimangono sigillati nel cellophane per tutto l’anno? Oppure quando li difendiamo contro ogni evidenza per essere stati coinvolti in situazione di pesante bullismo (“è stata solo una sciocchezza”); o, ancora, quando, in nome dell’educazione inesistente, consentiamo a ragazzini di 14-15 anni di tornare a casa alle tre o alle quattro di notte (“lo fanno tutti”), senza nemmeno accorgerci che rientrano a casa ubriachi e fatti di droga, e con il passare degli anni li cresciamo sempre più ignoranti, vuoti, indifferenti a qualsiasi norma etica, religiosa, di buon senso, di legge? Ci limitiamo a finanziarli, come se fossimo dei bancomat, e poi chi s’è visto s’è visto.

La verità è che spesso e volentieri assolviamo i nostri figli, a volte ormai degli sconosciuti, ma in realtà stiamo autoassolvendo noi stessi.

La verità è che abbiamo gettato un po’ tutti la spugna, ci siamo ritirati, abbiamo rinunziato a svolgere un qualche ruolo educativo, abbiamo preso spunto dalle alte sfere per rifiutarci di punire i nostri figli, di castigare, di reprimere chi sbaglia, abbiamo fatto loro credere che potranno essere felici e soddisfatti senza fare nulla e senza meritare nulla. Insomma, senza tanti giri di parole: il destino triste, problematico e sfilacciato delle giovani generazioni non è solo colpa loro o delle istituzioni, ma è anche e soprattutto colpa nostra.

* Avv. Giuseppe Bommarito

 presidente onlus “Con Nicola, oltre il deserto dell’indifferenza”



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