Via il “cous cous”,
pietanza di Satana!

Il problema dell’integrazione e il buffo caso delle mense scolastiche di Porto Recanati
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

Già sapevo che Porto Recanati, la mia seconda città, primeggia in iniziative originali (basti pensare ai sassi aguzzi nelle spiagge per attirare l’afflusso turistico dei fachiri), ma l’altro giorno, parlando con un amico lungo viale Scarfiotti, me ne è stata riferita una che ben merita di figurare nel Guinness dei Primati: il divieto, deciso dal Comune, di inserire il “cous cous” nei menù delle mense scolastiche. Con quale motivazione? La trovata, stavolta, è venuta dall’assessore Roberto Sampaolo: “Questo piatto non è tipico della nostra cucina, che è mediterranea e tale deve restare”. Debbo ammettere che in un primo momento sono stato solidale con lui, perché le mie visite a quasi tutti i paesi arabi m’hanno portato a concludere che a me il “cous cous” piace pochissimo e, per esempio, preferisco di gran lunga il brodetto alla portorecanatese. Poi, però, ho capito che il senso di questo anatema non è affatto gastronomico ma esclusivamente politico e consiste nell’evitare che bambini di etnia ariana siano minacciati – profanati, contaminati – da pietanze in uso presso bambini di etnia araba ma anch’essi regolarmente iscritti a quelle scuole elementari. Sono venuti – o sono nati – in Italia? Ok, rassegniamoci. Magari diamogli – obtorto collo – la cittadinanza, se è questo che vuole, imbelle, il governo. Ma siano costretti a mangiare tagliatelle alla papera, spaghetti alle vongole e olive fritte all’ascolana. E rinuncino, almeno nei luoghi delle pubbliche istituzioni, al loro satanico “cous cous.”.

cous-cousChissà se nel difendere così strenuamente la cucina mediterranea l’assessore Sampaolo è contrario anche ai wurstel e al ketchup, roba che non ha sangue italiano e che forse, di tanto in tanto, ha lietamente gustato anche lui. Ma, ripeto, il punto suo non è questo. Lungi dall’essere un innocuo pasticcio di semola di grano servito con verdure lesse e carne di pollo o di agnello, il “cous cous” ha, secondo la sua visione del mondo, un forte valore ideologico. Come una bandiera, un inno o una sacra scrittura, esso inneggia a una sorta di crociata contro le nostre radici, le nostre tradizioni, la nostra fede. E non è bastato spiegargli che quel “cous cous” non era un vero “cous cous” ma un semplice semolino con verdure, e che il Comitato mensa era d’accordo, e che la Asl aveva approvato, e che nelle vicine scuole di Loreto lo si cucina normalmente, senz’alcun problema.. Niente da fare. Semolino con verdure? Pazienza, purché non lo si chiami “cous cous”. E’ la parola, infatti, che conta, è la parola che offende, è la parola che oltraggia.

   So bene, intendiamoci, che a Porto Recanati la presenza di extracomunitari raggiunge il 15 per cento ed è in gran parte concentrata in quel casermone di vacillante legalità che è l’Hotel House, la qual cosa non manca di suscitare, nella gente del luogo, un diffuso senso d’insicurezza. Questo è un problema, anche se, come spesso ha dichiarato anche il sindaco, il processo d’integrazione va avanti in modo abbastanza positivo. Ma che bisogno c’è di tirarci dentro, in un problema così complicato, il semolino con verdure? Non ci si rende conto che in tal modo lo si riduce a barzelletta, lo si affoga nel ridicolo?

   Porto Recanati ha una lunga e importante storia alle spalle. L’imperatore Federico Secondo amava questa terra e nel 1229 decretò che vi si costruisse un castello. Il castello c’è ancora, ed è una perla ammirata da chiunque venga da fuori, extracomunitari compresi. Federico Secondo era chiamato “stupore del mondo” per la sua straordinaria modernità, a quei tempi, per quel suo aprirsi ai popoli, alle diverse culture, alle diverse religioni, tanto che, lui di sangue tedesco, spalancò la propria corte ai filosofi, ai matematici, agli astronomi arabi. Probabilmente gli piaceva pure il “cous cous”. Non risulta, comunque, che l’abbia mai bandito dal menù dei suoi cuochi. Ma sì, buttiamola sullo scherzo. E poniamo il caso che un lontanissimo antenato dell’assessore Sampaolo fosse vissuto nel Cinquecento e avesse avuto responsabilità pubbliche in questa zona del litorale adriatico. Avrebbe forse vietato che i figlioletti dei pescatori mangiassero pomodori, patate e fagioli perché questi ortaggi non rientravano nelle ricette della “cucina mediterranea” ma provenivano dal Messico, dall’Ecuador e dal Cile, ed erano stati portati per la prima volta in Europa da Cristoforo Colombo e dai navigatori portoghesi?



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