Il lento crepuscolo dei candidati sindaci

MACERATA - La maledizione di Montezuma sui cinque protagonisti dell’appassionante tornata elettorale del 2010
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di Giuseppe Bommarito

Una lenta parabola discendente sembra accomunare i candidati sindaci della primavera del 2010, passati, a distanza di poco più di un anno e mezzo da quella tornata elettorale, dal centro dell’attenzione dei giornali locali e dell’interesse dei cittadini, al disamore dell’elettorato e della pubblica opinione, se non alla vera e propria scomparsa dalla ribalta politica.

Cominciamo da Carancini, il candidato sindaco risultato poi vincente contro ogni previsione. Romano nell’aprile 2010 impersonava agli occhi della gente la possibilità di una reale “nuova storia”, diversa da quella inconcludente della precedente amministrazione Meschini, che nulla aveva fatto se non lasciare mano completamente libera ai vari comitati d’affari ben rappresentati in Consiglio Comunale e nella stessa Giunta. All’interno del suo partito, almeno per una parte di questo partito, il PD, Carancini però in quel momento sembrava rappresentare anche qualcosa di più: per tanti iscritti provenienti dai ranghi dell’ex PCI, ex PDS, ex DS, rappresentava la speranza di un ritorno nei centri decisionali cittadini della componente del partito meno affaristica e meno legata alla sinistra del mattone, dopo anni di pesanti frustrazioni e di umiliante dominio interno di altre componenti, tutte con le mani bene in pasta nei disastri urbanistici della città di Macerata.

Non va infatti dimenticata, guardando per un attimo a ritroso verso il recente passato per meglio capire l’attualità, l’operazione da manuale compiuta dagli ex repubblicani maceratesi alla fine degli anni novanta o nei primi anni duemila, allorché una parte consistente della locale sezione, contraria alle scelte nazionali del PRI di affiancamento al centrodestra berlusconiano, aderì compatta come una falange armata ai DS maceratesi, finendo in breve tempo, evidentemente per maggiore scaltrezza e per più raffinate capacità politiche, per prendere di fatto il sopravvento e, soprattutto, arrivando facilmente ad accaparrarsi quasi tutti i posti che contano, in particolar modo quelli dove si prendono le decisioni più significative nei settori dell’edilizia, dell’urbanistica, dei lavori pubblici, della ricettività residenziale per gli studenti, delle grandi lottizzazioni artigianali e commerciali. Poco dopo aderirono ai DS anche diversi socialisti, che pure non mancarono, per una sorta di diritto acquisito che nessuno poteva mettere in discussione, di rivendicare e di ottenere posti di rilievo nell’amministrazione e nelle società partecipate. E così i vecchi militanti più legati alla tradizione ex comunista rimasero con il cerino in mano, dediti a lunghe, nostalgiche ed appassionate discussioni, tutte naturalmente all’insegna dell’amarcord e del politicamente corretto, mentre altri, fregiandosi dell’etichetta dei DS, in città, nella Macerata (per loro) da bere, facevano i fatti, e che fatti!

Ma per gli ex comunisti non era finita qui, perché tanto altro amaro fiele erano destinati a mandare giù appena qualche anno dopo, precisamente a seguito della costituzione del PD avvenuta a fine 2007. A Macerata, infatti, nel PD, caso rarissimo in tutta Italia, ebbero la meglio gli ex democristiani poi passati alla Margherita, con la conseguenza che la componente cattolica, già rappresentata in Comune dal sindaco Meschini, portò subito a casa pure la segreteria cittadina con il buon Narciso Ricotta (senza dimenticare il deputato Mario Cavallaro, nominato anche segretario provinciale del PD, e il consigliere regionale Angelo Sciapichetti), con gli ex comunisti, di fatto sottomessi e ininfluenti, con un’incidenza del tutto irrilevante nel dibattito politico interno e tuttavia costretti ancora una volta a fare buon viso a cattivo gioco.

Ebbene, tornando ai giorni nostri dopo questo tuffo nel passato e riprendendo il discorso sul lento crepuscolo dei candidati sindaci del 2010, nel PD maceratese a trazione democristiana e repubblicana, Carancini, inaspettato vincitore delle primarie e delle elezioni comunali, ha finito per rappresentare, per la componente ex PCI ed ex PDS, poi transitata, ma sempre sotto scoppola, nei DS e nel PD, e comunque per tanta brava gente che in totale buona fede vota a sinistra per scelte di onestà, di rigore e di correttezza politica e amministrativa, la speranza di un riscatto, di una rivincita della politica seria sugli affari, di una messa all’angolo dei tanti maneggioni e dei numerosi traffichini camuffati da militanti di centrosinistra.

Speranza vana e molto transitoria, però. La stella di Carancini, con le prime scelte della sua amministrazione tutte azzeccate, è brillata rilucente nel cielo della politica maceratese solo per pochi mesi, come una sorta di meteora, per poi appannarsi a gran velocità grazie all’attacco concentrico della sua stessa maggioranza e al metodo assurdo e incomprensibile dei continui rinvii e dell’indecisione su quasi tutto, agli occhi non solo del suo partito (con varie gradazioni di appannamento, ovviamente), ma anche delle altre forze politiche della maggioranza di centrosinistra e dell’opinione pubblica. Sino a pochi mesi fa, a ben vedere, Romano doveva solo decidere di quale morte (politica, naturalmente) morire: dimissioni, sfiducia della sua stessa maggioranza o accompagnamento sotto stretta blindatura sino al 2015 (un vero e proprio tutoraggio, come quello proposto ad Ancona da Ucchielli e Favia per il sindaco Gramillano), per poi ritornarsene al suo lavoro di avvocato.

Negli ultimissimi tempi Carancini sembra aver ripreso un po’ di slancio: parole chiare, di netta chiusura, sul futuro della scandalosa vicenda della cittadella dello sport e il rilancio, almeno a parole, di una parte importante del programma della coalizione, il parcheggio di rampa Zara. Non c’è dubbio, tuttavia, che la sua stella, sondaggi a parte, si sia molto offuscata in città, nella maggioranza di centrosinistra e nel suo stesso partito.

Non se la passa bene al giorno d’oggi neanche per il suo principale antagonista di quella primavera del 2010, l’amico Fabio Pistarelli, entrato in conclave da papa ed uscito dopo la fumata bianca ancora con la tonaca da cardinale. Dato da tutti per vincente, almeno all’inizio della competizione elettorale, grazie al disastroso bilancio delle due amministrazioni Meschini, specialmente dell’ultima, Fabio, poi sconfitto per i rovinosi contrasti interni alla coalizione di centrodestra e alla fine rimasto al palo solo per un centinaio di voti, sembra non aver mai metabolizzato quell’amara debacle.

Anche nel suo caso propositi iniziali bellicosi (“faremo sentire di continuo a Carancini il fiato sul collo”, fu una delle sue prime esternazioni dopo la sconfitta) e di grande impegno (ad esempio, l’interessante tentativo, presto inspiegabilmente abbandonato, di costruire in città una sorta di trasversale laboratorio delle idee, per mettere in piedi un’opposizione che fosse anche e soprattutto propositiva), non seguiti però dai fatti.

Sicuramente ha pesato la delusione per il mancato successo e per il conseguente ridimensionamento di ruolo politico (non è la stessa cosa essere capogruppo del PDL alla Regione Marche o in Consiglio Comunale a Macerata), di certo Pistarelli sembra guidare l’opposizione consiliare senza collegamenti con la base del partito, senza entusiasmo, quasi per una sorta di dovere d’ufficio: ogni tanto un intervento sui conti della stagione lirica, oppure il rituale invito alla Giunta Carancini a tornare a casa, con un solo guizzo di protagonismo qualche mese fa con la mozione di censura relativa alle parcelle pagate dall’APM a Carancini (che io personalmente ritenni un errore politico, costituendo quelle parcelle, a mio avviso, un mero peccato veniale di inopportunità politica e non altro), che finì per  ricompattare almeno su questa vicenda la rissosa parte avversa. Tutto ciò mentre si è rotto (proprio a causa di quella mozione) il cordone quasi ombelicale che legava il PDL alla lista civica “Macerata è nel cuore”; mentre l’ultimo Consiglio Comunale ha evidenziato il gran rifiuto di ben tre consiglieri PDL di votare sul piano casa di Villa Potenza come indicato dal capogruppo Pistarelli; e mentre all’interno dello stesso gruppo consiliare del PDL, ove sta in qualche modo riemergendo la vecchia spaccatura tra AN e Forza Italia e si sta evidenziando anche una sorta di frattura generazionale, avanza e si fa sempre più largo Deborah Pantana, forte di un invidiabile pacchetto di preferenze e di un instancabile attivismo e pronta, in prospettiva di elezioni comunali anticipate o di scadenza naturale al 2015, a giocarsi tutte le proprie carte per candidarsi al massimo vertice comunale.

Tra i banchi dell’opposizione c’è pure la candidata Anna Menghi, già sindaco di centrodestra per una breve e combattutissima parentesi politica negli ultimi anni novanta, anch’essa oggi, almeno in apparenza, profondamente delusa da un risultato elettorale che nell’aprile 2010 sperava fosse largamente migliore. Rimasta sola in Consiglio a rappresentare la lista che porta il suo nome (il professore Placido Munafò, compagno di tante battaglie, questa volta non è riuscito ad entrare a far parte dell’assise comunale), la battagliera Anna, probabilmente anche a causa di un problema personale che l’ha tenuta a lungo assente dai banchi dell’assise comunale, sembra ormai aver perso molto del suo smalto e della sua grinta. Ed è un peccato, perché dai banchi dell’opposizione la Menghi, dal 2000 in poi, è stata sempre protagonista di interventi acuti ed equilibrati sui principali temi cittadini (anzi, sinceramente a me è piaciuta più come consigliere di opposizione che nella sua brevissima stagione di Sindaco).

Poi c’è Giorgio Ballesi, avvocato anche lui, sceso in politica proprio nel 2010 sull’onda di una lunga tradizione familiare tutta giocata nelle file democristiane. Una lista civica, la sua, che ottenne un apprezzabile risultato nell’aprile 2010, anche se buona parte del credito politico acquisito in prima battuta Giorgio se lo giocò nelle immediate vicinanze del ballottaggio tra Carancini e Pistarelli. In quell’occasione, infatti, Giorgio si rifiutò di dare indicazioni di voto per Pistarelli, come gran parte della sua lista (quasi del tutto gravitante nell’orbita del centrodestra) si aspettava e di fatto pretendeva, con il risultato che parecchi elementi della lista Ballesi decisero alla fine di testa loro e apertamente si schierarono per Pistarelli nell’incerto testa a testa dell’ultima ora tra i due sfidanti. In seguito però Giorgio Ballesi, l’unico della sua lista approdato in Consiglio Comunale, si è fatto apprezzare per la ragionevolezza di molti suoi interventi ed anche (perchè non ricordarlo?) per il coraggio con il quale pure lui ha dovuto affrontare un improvviso problema di salute, sino a calamitare verso di sé, in posizione più centrale rispetto all’iniziale posizionamento, la lista “Macerata è nel cuore” dei giovani e brillanti Fabrizio Nascimbeni e Francesca D’Alessandro. Sembrava l’inizio di una possibile più ampia aggregazione di elementi provenienti pure dalla società civile, stanchi dell’inconcludenza della attuale maggioranza e delle prepotenze della sinistra del mattone e al tempo stesso delusi dalla scarsa vitalità della tradizionale opposizione targata PDL. Poi, inopinatamente, un incomprensibile scivolone finale di Giorgio, quello di assumere la difesa del privato potenziale venditore della famigerata area di Fontescodella, una scelta formalmente e professionalmente del tutto legittima, ma politicamente (almeno a mio avviso) fortemente inopportuna e comunque tale da far saltare il gruppo consiliare “Lista Ballesi – Macerata è nel cuore” (da pochissimo tempo messo in piedi, come si è detto) e da allontanare molte simpatie che si erano raccolte intorno al suo nome.

A concorrere per la carica di Sindaco c’era anche Paolo Ranzuglia, leader della lista Maceratiamo, un’aggregazione politica apparsa durante l’ultima campagna elettorale come un esperimento politico sicuramente interessante, sia per diverse innovative proposte programmatiche che per la buona qualità dei componenti della lista stessa, tutti o quasi provenienti dalla società civile. Maceratiamo, sia pure fuori dal Consiglio Comunale, ancora esiste e ogni tanto si fa sentire (ad esempio, con il ricorso al TAR Marche contro la minitematica), ma di Ranzuglia da qualche mese ci sono poche notizie, politicamente parlando, probabilmente per motivi di lavoro che ogni giorno e per molte ore al giorno lo impegnano nel capoluogo regionale. Il suo ultimo intervento, se non sbaglio, riguardò una interessante proposta di “azionariato popolare” per l’ex caserma dell’aereonautica in via Roma, nel tentativo di allontanare anche da quel grande contenitore, che potrebbe e dovrebbe essere destinato a finalità sociali e culturali, la mano della speculazione immobiliare (tuttora fortemente impegnata, nonostante l’attuale crisi del settore edilizio, nel progetto di acquistare l’intera area con qualche cordata ben organizzata, buttare giù tutto e costruire anche lì qualche bel palazzone).

Insomma, come si è visto, tutti i protagonisti di quella forte battaglia politica costituita dalle elezioni comunali del 2010 (una scadenza elettorale sicuramente importante, perché, almeno nelle intenzioni proclamate, poteva veramente aprire per Macerata una nuova stagione politica, interna o esterna alle precedenti coalizioni), chi per un verso chi per un altro, sono in fase calante, di scivolamento verso il basso nelle simpatie e nell’interesse dell’elettorato ed anche dei propri partiti di riferimento, oppure di disimpegno, se non di vera e propria sparizione dalla scena politica.

Contrasti politici anche interni alla propria coalizione, motivi di salute o di lavoro, scelte non sempre azzeccate: vicende diverse per i vari candidati sindaci di quella primavera, tutti però oggi segnati dal venir meno del forte impatto propositivo, emotivo e politico avuto durante la campagna elettorale del 2010. Ed è un vero peccato, perché a mio avviso stiamo parlando di personaggi che, senza eccezione alcuna, in quel momento avevano suscitato in città notevoli aspettative.



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