Museo della nostra terra,
tesoro di Pieve Torina

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cucina

di Luciano Burzacca

A meno di un’ora di strada da Macerata, andando verso Visso, la cittadina di  Pieve Torina ospita una numerosissima raccolta di oggetti del passato, più o meno recente, il  “Museo della nostra terra”. Circa seimila reperti, testimoni della vita agricola, artigianale e della pastorizia, appartenuti alla comunità di questa zona dell’alto maceratese. La raccolta è ordinata in vari ambienti in modo da ricostruire fedelmente il modo di vita quotidiano, in un periodo compreso tra fine ottocento e anni cinquanta del secolo scorso.
Il museo, allestito nei locali dell’ex Convento di S. Agostino, è aperto al pubblico fin dal 1976, dopo che un paio di appassionati cittadini avevano raccolto e collezionato oggetti e utensili in disuso, ma ancora diffusi nella zona.
Sono ricostruiti con cura i vari ambienti della casa contadina,  il granaio (lu magazzinu), la cantina, la cucina, la camera. E’ ricostruita anche un’aula scolastica completa di banchi, lavagna, cattedra, libri, cartelle e quaderni: oggetti soprattutto dell’epoca fascista, ma qualche quaderno risale addirittura all’ottocento (uno, in particolare,  è “in bella scrittura”, ma sembra stampato).
Altre sale espongono attrezzi per il lavoro nei campi e utensili di vari artigiani, come il calzolaio, il norcino, il facocchio (che costruiva il cocchio, cioè il carro), il fabbro, il falegname, il pastore: una rappresentazione pressoché completa della vita economica dell’epoca. C’è perfino un’osteria con la macchina per confezionare le gassose.
Troviamo esposte anche documentazioni fotografiche, ritratti, cartoline. Alcune diapositive descrivono la lavorazione del pane, l’uccisione del maiale e la conservazione della sua carne: quest’ultima attività era fondamentale per la sopravvivenza,  perché permetteva di ottenere una scorta di proteine molto duratura ed era  una delle grandi “raccolte” insieme alla mietitura e alla vendemmia.
Non mancano oggetti da svago:  radio, giradischi, apparecchi telefonici, giocattoli per l’infanzia.
Visitando una sala, per esempio la cucina, non ci si trova di fronte solo ad un’esposizione di oggetti:  osservando pentole, tavolo, sedie, focolare, battilardo, mattora ecc. disposti come in una vera casa di campagna, sembra di essere immersi nella vita giornaliera  del tempo, con la sua semplicità ed essenzialità, ma anche con le difficoltà che oggi abbiamo dimenticato, grazie ai moderni elettrodomestici. Il focolare svolgeva un ruolo fondamentale: unica fonte di energia della casa, riuniva attorno a  sé i familiari (ma anche vicini e parenti) nelle lunghe serate invernali, per raccontare storie, prendere decisioni, fare canestri e lavorare a maglia. Sul fondo del focolare si cuoceva la crescia di granturco, mangiata calda e farcita con salciccia (a volte anche con un po’ di cenere). Prima dell’avvento della televisione, attorno al fuoco usava anche  dire il rosario e la cucina, se sufficientemente spaziosa, a carnevale diventava sala da ballo.
Colpisce subito la presenza preponderante del legno nei vari ambienti, abituati come siamo alla plastica e al metallo. Di legno sono anche oggetti curiosi come i cannili, sorta di guanti fatti con fusti di canna per proteggere le dita durante la mietitura con il falcetto, e le cartelle per la tombola. Troviamo il legno perfino nel fondo degli scarponi (ciocchi) e nei cerchioni di alcune biciclette.
La “tecnologia del legno” ci suggerisce una riflessione e un confronto con il mondo odierno: il mondo era più pulito perché non c’èra bisogno di discariche, visto che il legno si riciclava o  serviva  per il fuoco. Data la relativa facilità di lavorazione, il contadino con il legno poteva costruirsi svariati oggetti, come lu camminarellu, passeggino inserito tra due lunghe tavole, che impediva la caduta del bambino lasciato solo mentre la famiglia lavorava nei campi, o lu prete per scaldare il letto. Oggetti non raffinati, ma robusti e senza fronzoli, a volte  con piccole decorazioni: un’arte minima, perché non si sprecava energia per cose non indispensabili.
Nel granaio troviamo lu svecciaturu, macchina per separare i semi della veccia (erba infestante) dal frumento, in cantina lu frisculu (torchio per il mosto), grossi attrezzi che funzionavano ad “energia muscolare umana”, mentre per l’aratro e il carro si usavano le vacche. Sono presenti antichi telai per confezionare tessuti di lana grezza. Emerge chiaramente la dura vita di campagna, alleviata a volte da canti e filastrocche  e da rare feste, ma  complicata anche da  avversità naturali che compromettevano l’integrità del magro raccolto. A giudicare dalle numerose trappole per topi esposte, si comprende come l’infestazione di queste bestiole sempre in cerca di cibo doveva essere una calamità non di secondaria importanza. Una di queste trappole merita una menzione particolare,  perché permetteva di catturare più animali senza dover essere ricaricata ogni volta: una vera e propria miniopera di ingegneria.
Incuriosisce anche uno strumento scientifico, l’idrometro (misura de lu tempu), fatto con un filo di cuoio sensibile all’umidità e in grado di indicare, con un buffo pupazzetto, le previsioni meteorologiche; oppure il carro armato o trattore, giocattolino fatto con un rocchetto di legno ed un elastico, capace di muoversi e superare piccoli ostacoli: da mostrare soprattutto ai bambini dell’era “playstation” per far capire come si divertivano i loro nonni e bisnonni. Non si può dimenticare la raganella, piccolo  marchingegno  rumoroso che veniva usato come segnale di richiamo per la gente, quando a Pasqua  venivano legate le campane .
Dopo aver osservato un po’ tutto ci si sente più vicini a quel mondo fatto di semplicità, di essenzialità, di scarsa raffinatezza nei modi e nel linguaggio (le tante “u” nei nomi), ma costituito da  gente generosa, molto operosa e di tempra robusta.  Forse un po’ diffidente verso il mondo esterno,  ma aperta  e schietta al suo interno. Ci rendiamo conto che, con tutte le comodità di oggi, forse non abbiamo ereditato la caratteristica più nobile di quella gente: lo spirito di sacrificio che ha permesso alle nuove generazioni di emanciparsi e raggiungere uno stato di benessere.
Da visitare in un pomeriggio, o meglio un’intera giornata anche di sole invernale, se interessa curiosare nel vicino “Museo dell’automobilina”,  nel vecchio mulino restaurato e cercare qualche altra attrattiva che il paese offre.

 


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