Pietra, acqua e la Porta di Babilonia:
il “Nabucco dei popoli”
conquista lo Sferisterio (Foto)
MACERATA OPERA FESTIVAL - La "prima" della stagione 2026 si è conclusa con un trionfo sotto ogni punto di vista. L'opera verdiana ha visto l'Arena "giocare" tra macchine mobili costruite sui modelli settecenteschi e ultramoderni videomapping: una scommessa vinta

Il Nabucco al tramonto con la torre civica che splende sullo sfondo
di Marco Ribechi
Il “Nabucco dei popoli” trionfa allo Sferisterio, la prima è un successo che lancia la 62esima stagione lirica. Grandi apprezzamenti per il debutto dell’opera verdiana, nuova produzione targata Mof, che convince pubblico e critici praticamente sotto ogni punto di vista.

Lo Sferisterio gremito durante la serata
Difficile trovare delle ombre in una serata capace di valorizzare allo stesso tempo regia, musiche e Sferisterio grazie al pregevole gioco di proiezioni che lo esaltano nella sua complessa maestosità. Sicuramente una sfida vinta da tutti i protagonisti che, con un lavoro attento, minuzioso e rispettoso sono stati capaci di far recepire appieno un melodramma non sempre facile da comprendere ma che, allo stesso tempo, ha costituito dal 9 marzo 1842, data della prima rappresentazione alla Scala di Milano, il trampolino di lancio dell’inarrestabile gloriosa carriera di Giuseppe Verdi. “L’opera perfetta” l’ha definita lo stesso direttore d’orchestra Fabrizio Maria Carminati.

Un “Nabucco” che, negli intenti del regista, voleva essere fuori dallo spazio e dal tempo per caratterizzare l’identità profonda dell’essere umano, ricucendo quasi in maniera catartica gli inevitabili conflitti e separazioni causati dalla mancanza di reciproca comprensione. In questo sta la sua attualità, trasmessa però senza ricorrere a nessun simbolo esplicito ma facendo parlare soprattutto le scene e, ovviamente, la musica. “Una storia come quella della Torre di Babele” lo ha definito lo stesso regista Paul-Émile Fourny che a più riprese, ultima delle quali durante gli Aperitivi culturali agli Antichi Forni, aveva insistito sul concetto di dialogo come chiave interpretativa. Possono essere quindi pienamente soddisfatti il direttore artistico Marco Vinco e la soprintendente Lucia Chiatti, sicuramente consci di aver iniziato la stagione con il piede giusto nonostante la complessità del titolo che mancava dal 2013, quando fu realizzato sotto la guida di Francesco Micheli.

Da un punto di vista scenico le intuizioni di Benito Leonori, insieme ai costumi di Giovanna Fiorentini, hanno fornito una cornice davvero evocativa dalla duplice natura. Da un lato delle macchine mobili costruite sui modelli settecenteschi, capaci di creare spazi e volumi in cui incastonare la recitazione. Costruzioni semplici ma evocative che ricordano a volte le sabbie del deserto, altre volte una scogliera del mare ma anche le colonne del tempio, le mura di un palazzo e persino la la monumentale Porta di Ištar, situata originariamente a Babilonia e oggi ricostruita al Pergamon Museum di Berlino. Una vera finezza scenica riprodotta nel suo blu e oro come l’originale. Tra un movimento e l’altro lo spettatore è in grado di cogliere, con un po’ di attenzione, i timoni meccanici che ne azionano lo spostamento, posti a ridosso del muro dello Sferisterio. Questa trovata del passato si sposa a meraviglia con un videomapping che, pur appartenendo alla contemporaneità tecnologica, stranamente non trasmette un’idea di modernità, apparendo piuttosto come un tendaggio necessario per caratterizzare i luoghi delle diverse scene.

Al centro in blu la Porta di Ištar
Alcune proiezioni sono davvero memorabili come il crollo del muro nel momento in cui Nabucco viene folgorato oppure il fiume Giordano che si tramuta in un mare spumeggiante sull’aria del “Va, pensiero”. Discorso molto simile si può fare per i costumi anch’essi collegabili al passato ma anche alla contemporaneità in una fusione di stili che sospendono il tempo della narrazione. In questo contesto si muovono gli attori in delle scene piuttosto statiche ma sempre focalizzate sulla musica, probabilmente una precisa volontà della regia atta ad enfatizzarne la solennità. D’altronde Carminati, anch’egli perfetto alla direzione musicale e incredibilmente capace di far percepire molte finezze sonore nonostante l’ampissimo spazio aperto, aveva spiegato come: «Il Nabucco affronta in musica la domanda suprema dell’uomo […] il Nabucco è un’opera sfidante soprattutto perché ci pone di fronte al divino che trascende le barriere linguistiche e ci unisce attraverso i secoli al cospetto del più sublime mistero».

Questi aspetti sono stati tutti valorizzati nella rappresentazione dello Sferisterio dove i popoli, spesso ai lati della scena, si contrappongono alle lotte e alla brama di potere che invece avviene sempre al centro dominando il palco. Protagonista assoluto quindi il Coro lirico marchigiano “Vincenzo Bellini” diretto da Christian Starinieri, autore di una prestazione davvero di primo livello. Il riferimento esplicito alla modernità, delicatamente appena accennato dalla regia, forse è proprio durante l’aria del “Va, Pensiero”, ormai celebre nell’immaginario non solo degli italiani ma del mondo intero. Qui le proiezioni partono dalle acque di un fiume, il Giordano, per poi trasformarsi lentamente in quelle di un mare spumeggiante che si abbatte contro una scogliera. Di fronte al coro un gruppo di ballerini rotolano avanti e indietro, come dei cadaveri portati in braccio dalla corrente. Il dramma del popolo senza patria di Israele diventa quindi, in questo preciso istante, quello di ogni individuo che fugge per la sopravvivenza trovando, spesso anche sul fondo del mare, la sua drammatica fine.

Le acque del Giordano trasformate in un mare spumeggiante
Dal punto di vista del canto il cast, formato da giovanissimi, regge botta a una prova durissima da cui però esce vincitore nonostante le indiscrezioni e i timori trapelati dopo le prove generali. La notte della prima è stata un’altra storia e i vari interpreti hanno strappato meritatamente solo forti applausi. Ottimo il baritono Ariunbaatar Ganbaatar nei panni di Nabucco, capace di veicolare grande personalità sia tramite la voce che con la recitazione. Da ammirare la sua presenza scenica molto carismatica. Applaudita Anastasia Bartoli nelle vesti di Abigaille, parte che ha condotto con convinta decisione e con doti vocali a più riprese molto apprezzate.

Una particolare nota di merito va al basso Alberto Comes nel difficilissimo compito di impersonare Zaccaria debuttando allo stesso tempo sia nella parte che in un teatro all’aperto. Probabilmente per lui si è trattato di un duro banco di prova da cui esce trionfante, anche considerando la sua giovanissima età totalmente celata da un personaggio che, invece, doveva apparire vecchio e canuto. Ma ogni interprete merita le lodi in uno spettacolo in cui, come già detto, è difficile trovare dei lati negativi. Quindi doveroso tribuire un grande plauso a Laura Verrecchia (Fenena), a Renzo Ran (Gran sacerdote di Belo), A Simone Fenotti (Abdallo), a Alessia Camarin (Anna) e infine a Alessandro Scotto di Luzio (Ismaele).

Un Nabucco che, senza la necessità di riferimenti diretti, vuole mandare un messaggio di pace, dialogo e speranza. Prendendo a prestito le parole del filosofo e critico letterario tedesco Walter Benjamin, secondo cui l’arte è uno strumento di liberazione, risveglio e rivoluzione, “la nostra identità è il nostro modo di vedere e incontrare il mondo: la nostra capacità o incapacità di capirlo, di amarlo, di affrontarlo e cambiarlo”, un messaggio fondamentale che il Nabucco del Mof sicuramente contribuisce a riscoprire, opponendosi alla barbarie culturale, sociale, politica ed economica dell’attualità.
(foto Mof)















Non abbiamo piu’ niente da invidiare a Verona anzi noi Marchigiani dobbiamo uscire dal nostro guscio dalla nostra confort zone e dimostrare alla Nazione che anche in una citta’ di Provincia come Macerata si riescono ad allestire spettacoli eccelsi !!!