Spunti di riflessione su Macerata:
dal baby boom al senior boom
VERSO LE ELEZIONI - Lettera aperta dell'avvocato Renzo Tartuferi, al centro la questione demografica che s'intreccia con lo sviluppo economico. «La città che voteremo è la città in cui invecchieremo e in cui i nostri figli decideranno se restare»

Bambini giocano in strada negli anni Sessanta
La Macerata che si accinge al voto, la riflessione sulla città che era e che è diventata, i nodi da sciogliere da chi sarà chiamato a governare dopo le elezioni di maggio. L’avvocato Renzo Tartuferi con una lettera aperta prende parte al dibattito nato mesi fa da un editoriale di Matteo Zallocco su Cronache Maceratesi e relativo ad una classe politica che non ha saputo affrontare il passaggio generazionale e che propone da anni sempre gli stessi volti.
Il centrosinistra, forse rendendosi conto che una svolta era necessaria, si è affidato ad una new entry della politica, Gianluca Tittarelli. Lo stesso aveva fatto cinque anni fa il centrodestra con Sandro Parcaroli. Certo non basta questo a rinnovare la classe politica in città che continua a necessitare di idee nuove.
Ecco la lettera scritta da Renzo Tartuferi.

Renzo Tartuferi
Gli anni ’60 rappresentarono il miracolo italiano e l’esplosione delle nascite: il baby boom. Quella generazione, la più numerosa nella storia del nostro Paese, sta ora raggiungendo la terza età. Il presidente dell’Istat Giancarlo Blangiardo, intervenendo agli Stati Generali della Natalità, ha ammonito che, qualora non venisse arrestato il crollo delle nascite, l’Italia conterà nel 2050 cinquantaquattro milioni di abitanti, cinque in meno rispetto a oggi, con la perdita di due milioni di giovani e i novantenni destinati a raddoppiare, dagli ottocentomila attuali a un milione e settecentomila.
Il dato più significativo riguarda la concentrazione temporale. Tra il 1956 e il 1965 si registrò il periodo di massima natalità. Nel 2035 questa intera coorte avrà superato i 70 anni, entrando, come massa critica, nella fase della grande anzianità. È come se un’intera scuola elementare, che negli anni ’60 riempiva le aule di Macerata, varcasse simultaneamente questa soglia.
Negli anni ’60 Macerata costruì scuole, oratori, espanse quartieri, potenziò servizi per l’infanzia. Oggi la sfida è speculare: il sistema sanitario dovrà gestire un incremento significativo della domanda, il patrimonio abitativo risulta sovradimensionato, la struttura urbana dovrà adattarsi alle esigenze di accessibilità. Il contesto economico è diverso, ma le competenze e gli strumenti di programmazione sono oggi più raffinati. Fra trent’anni solo il 52% della popolazione, quella tra i 20 e i 66 anni, dovrà provvedere alla cura dei giovani sotto i vent’anni (16%) e al mantenimento dei pensionati (32%).
L’invecchiamento non riguarda solo chi ha superato i 65 anni. Le famiglie sono sempre più nucleari, spesso con un solo figlio trasferitosi lontano. Chi rimane deve conciliare lavoro e cura dei genitori in un equilibrio sempre più difficile. Una città che sviluppa soluzioni per la popolazione senior — come pure il sostegno alla natalità — consente ai giovani di impegnarsi sul proprio presente, sapendo che i genitori vivono in sicurezza e dignità. Prendersi cura di chi invecchia è anche trattenere chi è giovane.
Il sistema sanitario locale dovrà valutare se l’attuale dotazione di posti letto, le capacità del pronto soccorso e i servizi di cure intermedie siano dimensionati per una popolazione con patologie croniche multiple e tempi di degenza più lunghi. Il modello che prevede solo ospedale o casa rischia di non essere più sostenibile. Altrettanto urgente è la residenzialità per non autosufficienti: occorre verificare la capacità ricettiva delle strutture, la sostenibilità economica per le famiglie, la disponibilità di posti convenzionati e di soluzioni intermedie come centri diurni e assistenza notturna. La programmazione deve partire da un dato semplice: quello demografico.
Vi è poi una questione che merita attenzione specifica: l’isolamento sociale. Le cronache registrano con frequenza crescente anziani trovati senza vita dopo giorni, o persone che scivolano nella povertà senza che nessuno se ne avveda. Per prevenire questi esiti occorrono servizi sociali efficienti e meccanismi di sorveglianza attiva di circondario: reti di prossimità che coinvolgano vicini, commercianti, volontari, parrocchie e associazioni, un tessuto capillare capace di intercettare i segnali di fragilità prima che diventino emergenze.
Gli strumenti normativi esistono. La Legge n. 33/2023 e il D.Lgs. n. 29/2024 hanno promosso nuove forme di coabitazione solidale. Il senior cohousing in Danimarca e Svezia è realtà consolidata, e anche in Italia le esperienze concrete si stanno moltiplicando. Il Consiglio Nazionale del Notariato ha elaborato gli strumenti giuridici necessari. Il Pnrr offre risorse per la rigenerazione urbana. Le forze politiche dovrebbero sviluppare posizioni chiare su programmazione demografica, potenziamento dei servizi sanitari e delle Case di Comunità, residenzialità per non autosufficienti, destinazione di edifici pubblici inutilizzati a nuove forme abitative.
Un tavolo permanente che coinvolga istituzioni, servizi sanitari, terzo settore, ordini professionali e rappresentanze dei cittadini senior potrebbe elaborare un piano strategico pluriennale con trasparenza e continuità oltre i cambi di amministrazione. Non nuove burocrazie, ma competenza e visione.
La generazione del baby boom ha costruito la prosperità di cui beneficiamo. Garantire un invecchiamento dignitoso è anche una questione di interesse collettivo: una città che sa prendersi cura di chi invecchia è più serena.
Questo intervento vuole offrire a chi si accinge alla gestione pubblica elementi di riflessione per inserire nei programmi obiettivi specifici e verificabili, nella consapevolezza che la questione demografica non è un tema a sé stante ma si intreccia con il sostegno alla natalità, lo sviluppo economico, la qualità urbana e la coesione della comunità.
Negli anni ’60 si costruirono scuole, oratori e quartieri con visione di lungo periodo. Oggi si tratta di affrontare con la stessa serietà la transizione demografica. La città che voteremo è la città in cui invecchieremo e in cui i nostri figli decideranno se restare.
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Egregio Avvocato, la sua riflessione è da sottoscrivere e mette, come si dice “sul tappeto”, tutte le questioni centrali che riguardano Macerata e, direi, l’Italia in generale. Tuttavia ogni analisi, se ben fatta, deve partire dalle cause che l’hanno generata. Non bisognava aver frequentato i grandi Centri Studi per sapere che, fin dagli anni a cavallo tra gli ottanta ed i novanta del secolo scorso, la traiettoria se non si cambiava metodo era già segnata. Non mi riferisco, ovviamente, al grosso della opinione pubblica, ma alla classe dirigente locale che forte del triangolo banca/politica/professioni ha fatto tutto per inchiodare Macerata ad un ruolo di “pivot” di un tessuto industriale circostante che già aveva in serbo criticità che poi sono esplose. Ora che cosa si può fare? Mah non so: il meglio di quello che si può fare con quello che c’é con un sogno “un candidato sindaco che faccia un discorso di verità dicendo che se si comincia a fare un lavoro serio i risultati non potranno essere raccolti prima di 10 anni. Tranquilli: era solo un sogno.
Ode a la vecchiaia non lasciata sola
O tu, vecchiezza, grave e disiata
più che non par, ma poco proveduta,
che ’n questo nostro mondo se’ venuta
quale nave sanza timone e sanza vela,
ecco ’l tempo t’assale e ti divora,
e ’l diserto mortal t’empi di pianto:
l’omo solo more, e ’l corpo suo langue
dopo ’l terzo dì, non conosciuto,
né pianto, né soccorso, né memoria!
Ahi, crudele costume, ahi fera usanza,
che l’anzian lass’omo in sua magione
come ligno marcescente in bosco,
sanza vicino che ’l saluti o ’l vegghi!
Ma or si voglia inver’ lo mal far guerra,
e con retto consiglio e con pietate
si tenda rete amica intorno al vecchio,
ché non perisca solo in sua miseria.
Sian le chiese e le botteghe e ’l rione
guardia fedel, non per forza ma per amore:
“sorveglianza amica” si dica questo nodo,
che ’l parroco, il mercatante e ’l vicino
battano porta e dimandin: “Come stai?”,
ché ’l silenzio uccide più che la malattia.
E i centri diurni s’aprano qual braccia,
e la notte non sia d’abbandono oscura,
ma d’infermieri e d’aiuto sia vestita.
Mappisi ’l nome d’ogni ultraottantenne
che solo vive, e si ponga termine
al vitupero: “trovato morto dopo giorni”.
Questo si faccia in prima e con fretta,
ché ’l tempo corre e la morte non aspetta.
Poi la casa, la casa, che è radice
e prigione insieme del vecchio corpo:
non più palagi vasti e senza vita,
ma co-housing di savi e di pietosi,
ove ’l vecchio co’ giovani si mescoli,
e la solitudine sia vinta in comune.
Case picciole, piane, senza scale ingrate,
con cortile e con mensa e con conforto,
e i grandi appalti si faccian trilocali
per chi resta solo con la sua vecchiezza.
E la città si rinnovi co’ danari
che ’l PNRR ancora tiene in serbo,
e s’impari da’ popoli del freddo
come si vive quando il sangue langue:
spazi comuni, servizi sotto mano,
e non più barelle inutili all’ospedale.
Case di Comunità si voglian forti,
équipe che vadan per le case e curino,
geriatra, infermiere, OSS e l’assistente,
ché ’l vecchio non finisca in letto altrui
per male che potea curarsi a casa.
E al figlio che sostiene la fatica
si dia denari, riposo e dignità,
ché ’l sangue non si stanchi e non si spezzi.
E se la culla più non suona in villa,
si faccia forza a chi parte e a chi resta:
nidi gratuiti, case per gioventù,
sgravi e promesse a chi medico torna,
a chi fabbrica apre, a chi resta e suda.
Università si leghi al territorio,
ché ’l laureato non fugga oltre confine,
ma pianti radice dove nacque il seme.
E tu, cittade, scrivi in pietra e in cuore
un patto lungo trent’anni e più,
che tenga insieme demografia e cura,
abituro e cammino, vecchio e fanciullo.
Marciapiedi piani, luce ne le vie,
panchine dove ’l vecchio si riposi,
palestre per membra che non voglion cedere,
e l’Università terza età fiorisca
come olivo che ’nverno non atterra.
O vecchiezza, non sarai più derelitta
se ’l comun si ricorda che tu se’ lui:
ché quando l’ultimo vecchio more solo,
tutta la terra n’ha vergogna e duolo.
Ahi, piaccia a Dio che questo canto giunga
a cuor che ’l voglia e a man che ’l metta in opra,
ché ’l tempo stringe e ’l bene non s’aspetta.
Or si faccia, or si faccia, or si cominci!
Ché vecchiaia onorata è corona
di città viva, e non già sepoltura.
L’anno 1960 è stato un anno di massimo per gli anni appunto dal 1960 ad oggi, un massimo, come si dice nella matematica che si studia alle superiori, relativo. Infatti prima si facevano ancora più figli. Banale ma vero.
https://www.youtube.com/watch?v=UU5XDkc7XNI
La generazione dei baby boom non è eterna, tra vent’anni al massimo sarà scomparsa portandosi nella tomba le relative pensioni e malattie da curare, 5 milioni in meno di Italiani nel 2050 non mi sembra un grosso problema
…e t’attardi a
capir del mondo dettato
che tempo germogliato
ti distrae ti ignora e
che in posa d’atto o percorso
ti turbi o appari
preso impegnato
dell’apparso soffuso
aggrappato al filo del nulla
che immenso possiede
così allor t’adagi se savio
su pietra attempata che
ancor dura e severa
accoglie giaciglio
a te quieto accordato
che resta sovviene e rimembra
che pur casto sorriso vissuto
nel pel d’un oceano tra tanti
capir conta più
di sì curva schiena
in lume attenta
a frugar
dell’immane… m.g.
…a Voi, mes-seri… gv
L’accurata e dettagliata analisi dell’Avv. Renzo Tartuferi è del tutto condivisibile, come è condivisibile la speranza che chi ci governa, ad ogni livello, abbia a cuore la questione demografica del nostro Paese ed i vari problemi legati ad essa.
Sonetto de la Vecchiezza e del Non Essere Veduto
Vecchiezza è un foco che ’n cenere si muta,
e ’l corpo langue come foglia al vento,
ché li anni tolgono il vigor ch’è spento
e ’l volto segna come carta rugata.
Ma peggio è quando l’occhio d’altrui rifiuta
di posarsi in me con vero sentimento:
allor divento ombra senza argomento,
ché senza sguardo l’om non è, ma è muta.
Amore antico, se tu mi riguardi ancora
con quel disio che già mi fe’ valente,
allor rinasco in parte dal dolore;
ché ’l non-riconoscimento è morte vera,
e solo in occhi che mi fan presente
ritrovo vita, onore e la mia essera.
Che tutti s’invecchia è una banalità, che da “baby” si diventa “senior” è una grossa scoperta scientifica dell’ISTAT.
Il leone da tastiera
tutto azzecca che poi si avvera,
ma se una cosa gli chiedi da fare
….lui continua a digitare!
Scusate. Non c’entra niente con il tema dell’articolo e non voleva “buttare in vacca” come si dice la serità dei temi proposti dall’articolo e condivise nei commenti. Non so, mi è venuta così. Una banalissima rima baciata senza alcuna pretesa artistica.
Fannulleone.
Il leone da tastiera tutto indovina,
sbaglia di rado, la profezia è fina.
Però se gli chiedi di fare davvero,
digita e basta… movimento zero!
C’era una volta
un povero Zero
tondo come un o,
tanto buono ma però
contava proprio zero e
nessuno
lo voleva in compagnia.
Una volta per caso
trovò il numero Uno
di cattivo umore perché
non riusciva a contare
fino a tre.
Vedendolo così nero
il piccolo Zero,
si fece coraggio,
sulla sua macchina
gli offerse un passaggio;
schiacciò l’acceleratore,
fiero assai dell’onore
di avere a bordo
un simile personaggio.
D’un tratto chi si vede
fermo sul marciapiede?
Il signor Tre
che si leva il cappello
e fa un inchino
fino al tombino…
e poi, per Giove
il Sette, l’Otto, il Nove
che fanno lo stesso.
Ma cosa era successo?
Che l’Uno e lo Zero
seduti vicini,
uno qua l’altro là
formavano un gran Dieci:
nientemeno, un’autorità!
Da quel giorno lo Zero
fu molto rispettato,
anzi da tutti i numeri
ricercato e corteggiato:
gli cedevano la destra
con zelo e premura
(di tenerlo a sinistra
avevano paura),
gli pagavano il cinema,
per il piccolo Zero
fu la felicità.
(Gianni Rodari)
…una volta lo zero,
reclutato fu a sinistra,
poi la destra invero,
lo aggiunse a minestra;
cinema sì gli pagava,
ma gli attori eran scelti,
dalla manca che odiava,
pur in altro coinvolti;
ed allora lo zero,
che in fondo era tutto,
lasciò rosso e nero,
si arrabbiò sì di brutto;
e però ne ven fuori,
accozzaglia di uno,
con dei gran urlatori,
a divider ognuno;
e la destra e la manca,
sol così indebolite,
manca ancor più arranca,
che credeva finite,
lotte per i diritti,
dati poi a chi sappiamo,
per finir dritti dritti,
come adesso noi siamo;
che lo zero infinito,
abbia qui una lezione,
dallo zero patito,
pur a resurrezione;
che se senza lo zero,
sia a manca che a destra,
puoi stampar pur dinero,
non apriam più finestra… m.g.
…a Massimo, a Rodari (mah!!!) e agli altri mes-seri… gv
…mi son fermato coi ‘versi’ (si fa per dire), per non mancar di rispetto a Rodari, che ne ha messi, giustamente, di più, lui se lo può permettere!!! gv (p.s.: minuti dieci, forse meno…)
Caro Renzo Tartuferi,
i temi che la sua lettera aperta sviluppa sono di grande interesse e giusta lucidità. Mi trova sostanzialmente d’accordo. Purtroppo qui siamo già invecchiati senza accorgercene più di tanto: la città si trascina nel suo ritmo sedentario, abitudinario, con pochissime o nulle varianti quotidiane.
Lei cita il PNRR per nobilissimi scopi che qui sono stati disattesi quasi completamente: le Case di comunità sì, alcune sono state realizzate, ma se penso che il grosso dei finanziamenti si è riversato sulla realizzazione di piste ciclopedonali (tra le colline e l’età che avanza vorrei tanto vedere quanti ciclisti le metteranno a frutto negli anni a venire…) e dintorni, mi viene un coccolone.
Ci sarebbe stato da investire per rivoluzionare in meglio il sistema di raccolta dell’immondizia; per dare il via ai lavori dell’Ospedale e creare la rete di abitazioni e servizi alla popolazione disabile e/o anziana; come pure per riconquistare alla residenzialità il centro storico con politiche mirate e innovative, ad esempio per giovani coppie; per potenziare l’integrazione tra Università e Città non solo a livello edilizio (penso alle opportunità professionali che alcuni volani come lo Sferisterio, i musei, potrebbero rappresentare oltre l’ordinaria attività).
Insomma, di prospettive – con tutti quei danari – se ne sarebbero potute mettere in campo tante di più (o qualcuna in meno, magari, ma più attinente ai reali bisogni della nostra gente).
Gli attuali amministratori non brillano per capacità d’ascolto: di fronte ai distinguo si arroccano. Peccato.
Speriamo di poter cambiare atteggiamenti e intenzioni nel prossimo futuro.