Auditorium intitolato a Dante Cecchi:
la vita e le opere nel focus
di Alberto Meriggi
MACERATA - L'approfondimento del presidente del Centro Studi Storici Maceratesi su uno dei maggiori protagonisti della scena culturale del territorio

Alberto Meriggi
Auditorium della Biblioteca Mozzi Borgetti intitolato a Dante Cecchi. Dopo la cerimonia che si è svolta nei giorni scorsi e che ha ripercorso anche la vita e le opere del professore – uno dei protagonisti della scena culturale maceratese -, a intervenire è Alberto Meriggi, presidente del Centro Studi Storici Maceratesi che durante la cerimonia di intitolazione ha approfondito la figura del docente universitario e scrittore.
Di seguito il testo del suo intervento.
Desidero innanzitutto ringraziare la famiglia del prof. Dante Cecchi e in particolare il figlio Giovanni, per avermi fatto l’onore di presentare in questa occasione un ricordo della figura e dell’opera di Dante Cecchi. A nome del Consiglio Direttivo del Centro Studi Storici Maceratesi, che ho l’onore di presiedere, esprimo viva gratitudine al Comune, alla famiglia e alla Biblioteca per la decisione di dedicare l’auditorium a un grande maceratese come il prof. Cecchi, un gesto nobile e anche doveroso. La famiglia ha chiesto a me di dire due parole in questa occasione perché nel 2016, ad appena un anno dalla morte del professore, su iniziativa del Centro Studi e della stessa famiglia, riuscimmo a creare una specie di comitato organizzativo allo scopo di redigere e pubblicare un libro su Dante Cecchi, al fine di tracciare e rendere pubblico un bilancio dell’opera storiografica, umana e culturale del compianto professore. Molti furono i soggetti che parteciparono: il Comune di Macerata, la Provincia, il Consiglio regionale, la Curia vescovile, l’Università di Macerata, la Fondazione Carima, l’Accademia dei Catenati, la Deputazione di storia patria, l’Unione libero teatro, gli autori delle relazioni presenti nel libro, ed altri. Del resto il Centro Studi Storici Maceratesi non poteva esimersi dal ricordare d’aver avuto tra i suoi fondatori, tra i membri più autorevoli del Consiglio Direttivo e tra i collaboratori con maggior numero di saggi nella collana dei volumi “Studi Maceratesi”, un maestro insigne della storia e, più in generale, un educatore culturale stimatissimo del rango di Dante Cecchi.
Nel 1965 venne fondato il Centro Studi Storici Maceratesi proprio su iniziativa del prof. Cecchi, allora anche assessore comunale, del prof. Pio Cartechini, direttore dell’Archivio di Stato e del dott. Aldo Adversi, direttore della Biblioteca Mozzi-Borgetti. Tre persone che a Macerata costituivano un vero e proprio presidio culturale. Sottolineo quella data, il 1965, perché con soddisfazione, quest’anno, a novembre, durante il prossimo convegno festeggeremo la ricorrenza del 60° dalla fondazione e ricorderemo le fasi essenziali di un impegno da allora mai interrotto. Sono convinto che tra i presenti alcuni di voi ricorderanno la bella manifestazione, promossa proprio dal Centro Studi, che si tenne nell’ottobre del 2016 al teatro Lauro Rossi per la presentazione del libro. Un evento che attirò un gran pubblico, il teatro era strapieno e il libro che venne dato in omaggio a tutti i presenti andò a ruba, tanto che fummo costretti a procedere ad una ristampa per coloro che in quella occasione erano rimasti senza. Ancora oggi ci troviamo nella condizione che, non avendo più copie, non siamo in grado di soddisfare le tantissime richieste del volume che giungono da tutte le Marche e anche da biblioteche e istituzioni culturali nazionali. Dalla morte di Dante Cecchi sono passati 10 anni, ma basterebbe solo la continua richiesta del libro per testimoniare che è ancora molto vivo il ricordo, ma anche l’affetto, di Macerata e delle Marche e non solo, per un uomo amato da tutti, anche perché lui ha amato tantissimo la sua gente e la sua terra. Un legame che emerge chiaramente anche in tutta la sua produzione bibliografica consistente in più di 230 titoli e qualche inedito.
Qualche giorno fa, quando ho avuto certezza di dover fare questo intervento, per rinfrescarmi un po’ la memoria ho ripreso il libro che contiene 15 relazioni riguardanti la pluralità degli aspetti che hanno caratterizzato la vita di Dante Cecchi. Ma è bastato il primo tentativo di sfogliarlo per rendermi conto che non potevo procedere in quel modo, perché ogni pagina conteneva qualcosa di importante, interessante, intrigante, curioso e piacevole da dover sottolineare e riferire in questa occasione. Ho abbandonato l’impossibile impresa di poter ridurre a sintesi trecento pagine per un intervento di circa mezz’ora. Mi sono affidato all’introduzione che feci all’epoca e a qualche altro breve scritto che preparai per riviste e organi di informazione. Però il solo sguardo all’indice del libro mi ha fatto tornare in mente quello che dissero in molti e che tanti ancora ripetono: come sia stato possibile che una singola persona abbia potuto fare tante cose diverse ed eccellere in tutte! Ma prima di fare qualche cenno alle sue opere più importanti e ai tratti essenziali della sua vita, desidero far apparire sullo schermo il suo volto, il suo viso, uno sguardo che ha fatto nascere una felice espressione al collega prof. Giammario Borri, una espressione che ricorre più volte nel libro: “Dante Cecchi, il professore del sorriso”… mi chiederete perché del sorriso? Accennerò tra breve al fatto che il prof. Cecchi ha occupato ruoli importanti, è stato un’autorità in più settori, ha avuto incarichi politici, ha anche gestito potere, insomma anche lui ha fatto parte di un mondo in cui da sempre, magari è più facile imbattersi in sguardi accigliati, occhiate frettolose, atteggiamenti superbi e severi. Dante Cecchi non è mai stato così, neanche nei momenti più bui della sua vita. Quando stavamo preparando il libro, parlando di lui non vi è stata una persona che non abbia evidenziato la serenità del suo sguardo. Perché il suo volto era sempre illuminato da un sorriso spontaneo che non si poteva evitare, un sorriso che metteva di buon umore chiunque e in ogni circostanza, un sorriso carico di simpatia e di ironia.

L’inaugurazione dell’auditoirum
Quel sorriso era sempre presente, di fronte agli studenti, ai colleghi, agli amici, ai malati che andava spesso a trovare all’ospedale, agli avversari politici, che non definiva mai avversari ma semplicemente persone che la pensavano diversamente. Sono in molti, ancora oggi, coloro che identificano il prof. Cecchi con quell’immancabile sorriso, che era il segno esteriore più evidente della sua anima nella quale gareggiavano simpatia, affabilità, rispetto e umiltà. Vi ho fatto rivedere il suo volto illuminato dal sorriso, e se un giovane oggi mi chiedesse chi era il prof. Cecchi, cioè mi chiedesse un suo rapido profilo, io comincerei a presentarlo con un’altra espressione presente nel libro, gli direi: è stata una persona capace di vivere una avventura! E proverei a spiegare dicendogli: tu che sei un giovane di oggi, sappi che Dante Cecchi è stato un rappresentante della miglior gioventù maceratese del secondo dopoguerra, nato nel 1921 e cresciuto in anni difficilissimi e molto diversi dai tuoi, e continuerei sottolineando che è stato un intellettuale che è riuscito ad offrire una sintesi compiuta di impegno civile e cultura, mettendo benissimo insieme questi due aspetti in una vita vissuta all’insegna dell’avventura, come recita il sottotitolo del libro che lo ricorda, con una felice espressione suggerita da Maurizio Verdenelli. Allora forse quel giovane mi chiederà perché la vita del prof. Cecchi è stata vissuta all’insegna dell’avventura.
Gli risponderei semplicemente così: perché Dante Cecchi nella sua vita ha coltivato tanti interessi e si è impegnato, eccellendo, in tanti settori, fin da giovane quando si è tuffato con entusiasmo nella fase della ricostruzione post-bellica – e questo glielo sottolinierei – ha fatto quella scelta con la consapevolezza e la convinzione che la sfida di quel tempo non era soltanto fisica e materiale, ma in maniera indissolubile da quella, era anche una sfida morale e culturale. Gli racconterei che nel 1944, durante un rastrellamento, dovette gettarsi in mezzo a cespugli d’erba alta, fingendosi colpito, e solo l’arrivo di truppe partigiane gli evitò conseguenze fatali. Ma lui, proprio dalla triste esperienza della dittatura e della guerra, ma anche dalla sua convinzione cristiana, trasse un forte desiderio di impegnarsi il più possibile e in più settori perché non si ripetessero gli errori e gli orrori degli anni difficili da poco passati. Questo spiega come potessero concentrarsi nella stessa personalità tanti campi d’iniziativa e come ciascuno di essi non fosse separabile dagli altri. Intellettuale cattolico e credente, insegnante, preside, professore universitario, studioso di storia locale, autore prolifico di testi in vernacolo e di commedie dialettali, attento indagatore delle tradizioni locali, politico e amministratore comunale e perfino presidente di una banca, nonché socio, attivo e impegnato, delle principali associazioni culturali delle Marche.

Dante Cecchi
Dante Cecchi è stato tutto questo e molto di più e, credetemi, parlarne solo in questi termini e riducendo il tutto ad una scarna sintesi, mi fa quasi vergognare, come se gli mancassi di rispetto, come se mancassi di rispetto ad un uomo che anche per me è stato una guida e un maestro e aggiungo, è stata la persona che più di altre mi ha incoraggiato ad occuparmi della ricerca storica e a fare la professione che ho fatto. Dunque, oggi solo un ricordo fugace, ma per fortuna abbiamo creato un qualcosa che può soddisfare l’esigenza di avere uno sguardo complessivo sulla sua vita: appunto il libro contenente testi e contributi ognuno dei quali è attento ad approfondire un aspetto specifico di quella poliedricità di interessi, ma senza smarrire l’insieme, e tutti insieme risultano utili a ricostruire l’uomo e la sua storicità. È probabile che quel giovane curioso a cui prima ho fatto riferimento, avendo sentito e appreso tutto questo, considerando che Dante Cecchi era stato assessore comunale, professore universitario, presidente di una banca, candidato alle europee, che aveva perfino partecipato nel 1962 alla trasmissione Campanile sera, e fatto molto altro, potrebbe chiedermi se Cecchi può essere considerato uno dei tanti uomini del potere vissuti sotto questo cielo maceratese. Risponderei, sicuro di poter unire la mia voce anche a quella dei presenti stasera, che lo hanno conosciuto: assolutamente no! Non diede mai la sensazione di essere un uomo di potere, perché la sua vita è stata contrassegnata da continui gesti di disponibilità, di solidarietà e, come spesso ricorda suo figlio Giovanni, “nel suo personale pensiero non esisteva la parola nemico”. Ha fatto tante cose e occupato ruoli importanti sempre e solo come servizio alla sua gente e alla sua terra. E su questo le testimonianze potrebbero essere innumerevoli, ma vi cito solo un episodio. Il prof. Cecchi incontrò due volte il papa Giovanni Paolo II, oggi santo.
La prima volta si presentò da presidente della Cassa di Risparmio di Macerata, in abito scuro e cravatta e il papa, che ben sapeva chi era e come la pensava, gli sussurrò all’orecchio “tra noi uomini di penna”, alludendo al fatto che la loro pratica di vita non era il potere ma l’impegno intellettuale. La seconda volta si presentò come volontario della sofferenza, col camice bianco che era la divisa dell’Avulss di Macerata, non importava se la volta precedente si era presentato come presidente di una banca, e si inginocchiò davanti al papa in perfetta umiltà. Nel libro ci sono due foto che raccontano tutto questo molto meglio delle mie parole. Dante era il primogenito di quattro figli, il padre aveva un laboratorio di lavori in legno, la mamma casalinga. La fabbrichetta una notte andò a fuoco e il padre fu costretto a cambiare lavoro trasferendosi, come pendolare, in Piemonte per tutta la settimana. Dante fu costretto a sostituirlo in molte delle funzioni del capo famiglia. Un’età giovanile difficile, ma nonostante questo, con caparbietà nel 1942 riuscì a laurearsi alla Cattolica di Milano in Lettere e Filosofia e nel 1945 in Giurisprudenza qui a Macerata e si laureò, con una tesi in Storia del diritto italiano, col prof. Antonio Marongiu. Nel 1963 per interessamento dello stesso Marongiu e di Paolo Grossi, che poi divenne presidente della Corte Costituzionale, che a Macerata insegnava Storia del diritto italiano, Dante Cecchi venne nominato assistente volontario in quella cattedra. Iniziava così una brillante carriera di docente universitario che si concluse col ruolo di professore ordinario nel 1998, dopo 35 anni di insegnamento.
Durante quegli anni, ma anche dopo e fino alla morte nel 2015, ha offerto innumerevoli prove per essere considerato da tutti figura di primo piano nella vita culturale, politica e sociale della città di Macerata, della Provincia e dell’intera Regione marchigiana. Il giorno del funerale l’allora sindaco Romano Carancini lo definì “Uno dei padri dell’identità maceratese, un gigante di questa città”. Il limitato tempo a disposizione non mi consente di elencare tutto ciò che il prof. Cecchi ha prodotto, però mi piace iniziare proponendovi una immersione virtuale nella sua vita, con dei numeri: cinquant’anni di insegnamento, dal 1944 al 1998, più di mezzo secolo di attività didattica, prima insegnando lettere a centinaia di alunni, poi preside al Magistrale di Cingoli e al liceo di Tolentino di almeno altri 500 alunni, poi nei 35 anni di docenza universitaria ha impartito i suoi corsi a non meno di 5000 studenti. Numeri riferiti nel libro dal saggio di Giammario Borri. Ma pensate che svolgendo un ruolo si occupasse solo di quello? Assolutamente no! Non sarebbero nati i 230 titoli a cui prima ho fatto cenno! Un giorno conversando con il nipote, l’architetto Mauro Moretti, mi confidò di aver visto più volte lo zio Dante lavorare sulla scrivania su due fronti, su due argomenti in contemporanea, e scrivere su due taccuini. In quella scrivania nacquero anche in questa maniera i testi di tante storie locali dei comuni della provincia, di innumerevoli conferenze, di relazioni per convegni, di risultati delle tante ricerche storiche. Qui mi limito a ricordare che nella sua intensa attività di studioso ha particolarmente curato l’approfondimento di particolari temi di storia giuridica locale alla luce dei più solidi risultati della grande storia nazionale, utilizzando nella ricerca la metodologia più aggiornata. È passato spesso da importanti indagini su aspetti specifici della Regione a studi di raggio sempre più vasto su problemi nazionali, senza però mai perdere di vista i fatti della storia locale che per lui rappresentavano l’ambito più amato. Oggi i suoi scritti segnano un riferimento importante della conoscenza storiografica soprattutto del mondo marchigiano, medievale e moderno, e il suo magistero suscita ancora ricordi indelebili in coloro che hanno avuto la sorte di avvicinarlo. Nelle sue numerose pubblicazioni emerge comunque in maniera preponderante la sua vocazione di storico delle Marche, con studi e ricerche che hanno abbracciato l’arco di tempo compreso tra l’Età romana e il Risorgimento. Ma, come ricorda nel libro il saggio di Francesca Bartolacci, di certo l’epoca storica che più lo appassionò fu il Medioevo, in riferimento alla quale approfondì tematiche a livello regionale sempre in rapporto con la storia nazionale e molto si impegnò a favore della storia delle comunità del Maceratese, utilizzando la stessa metodologia. Lo testimonia il fatto che egli, quando fondò insieme a Cartechini e Adversi il Centro Studi Storici Maceratesi, volle che i convegni annuali venissero organizzati anche e soprattutto nei comuni della Provincia, per far rivivere e rivalutare la storia delle comunità, magari riportando alla luce archivi locali abbandonati, per dare opportunità di pubblicazione agli studiosi locali, per invogliare i giovani alla ricerca storica. I tre fondatori del Centro Studi vollero che il primo convegno si occupasse delle “Fonti documentarie e bibliografiche della provincia di Macerata”, perché sorretti dalla convinzione che la storia si dovesse fare solo attraverso lo studio dei documenti e la loro ricerca. Dicevo della sua passione per il Medioevo. Insegnava all’Università Storia del diritto e devo dire che per gran parte del Novecento il Medioevo è stato una specie di “palestra di apprendimento” per tutti gli storici del diritto, una sorta di passaggio obbligato con cui confrontarsi per indagare i principi costitutivi delle istituzioni oggetto della loro indagine. E Dante Cecchi va soprattutto annoverato tra gli storici del diritto. Fin dai primi anni di docente universitario mostrò un interesse particolare per l’Istituzione parlamentare nella storia d’Italia e a tale questione dedicò approfondimenti particolari con una chiave di lettura originale in una prospettiva comparativa di tipo regionale.
Ma Dante Cecchi iniziò anche ad interessarsi allo jus proprium, agli ordinamenti locali delle città marchigiane, e lo fece in tempi non sospetti – ovvero quando l’interesse per le antiche leggi comunali e cittadine era stato derubricato a mera curiosità localistica e non considerato come una fonte ad ampio spettro storiografico – lui se ne occupò cogliendone tutte le potenzialità. Da ciò scaturì il grande interesse di Dante Cecchi per gli statuti comunali marchigiani dei secoli medievali, dei quali ha svolto una rassegna puntigliosa, a cominciare dal 1966 e con successivi apporti sugli aspetti della vita cittadina nella Valle del Fiastra, sulle norme statutarie comunali circa l’urbanistica e l’edilizia nella Marca, come anche su stranieri e forestieri e sull’istituto della pax et concordia negli statuti della Marca medievale. Cecchi riportò alla luce e commentò statuti comunali rimasti inediti per secoli. I suoi lavori sugli statuti mettono in luce una caratteristica che rimarrà costante in tutta la sua produzione, cioè l’interesse per una fonte nella misura in cui questa sia declinabile nella realtà viva della storia: ne sono prova le sue minute descrizioni delle norme sulle quali indugiava anche con partecipazione personale. Quando nel 2005 il Consiglio Regionale delle Marche pubblicò i volumi su “Istituzioni e statuti comunali nella Marca d’Ancona. Dalle origini alla maturità (Secc. XI-XIV)”, il saggio di apertura non poté che essere affidato al prof. Cecchi. Fu quella una delle sue ultime pubblicazioni.
L’altro giorno, conversando al telefono con il prof. Mario Ascheri, uno dei più grandi studiosi a livello nazionale, e non solo, degli statuti comunali, parlandogli di questa intitolazione a Cecchi, mi ha detto: “Iniziativa meritoria, io e lui siamo stati in corrispondenza per tanti anni sugli statuti, era un grande!” Come informazione ricordo fin d’ora che proprio Mario Ascheri terrà la prolusione nella celebrazione della ricorrenza del 60° del nostro Centro Studi. Ora mi fa piacere anche ricordare che è stata sempre costante in Cecchi la preoccupazione di fare riferimento nei suoi studi all’attualità, paragonando le istituzioni delle comunità medievali con quelle del suo tempo e sottolineando più volte come le consuetudini democratiche e le tradizioni di autogoverno abbiano inciso profondamente sulle doti di equilibrio, partecipazione e senso di responsabilità della popolazione marchigiana. Insomma tutti studi capaci di darci l’esatta dimensione della passione con cui Cecchi viveva il suo Medioevo, un’epoca che riteneva viva e non buia. Ma il Medioevo di Dante Cecchi non si esauriva in questo. Nelle sue Marche medievali trovarono spazio contributi sulla nascita e gli sviluppi del Comune di Macerata, indagini sulle Compagnie di ventura del Trecento e Quattrocento, tante conferenze sul Medioevo dei comuni della Regione, saggi sul monachesimo e sui marchigiani nella Divina Commedia, e molto altro. Ovviamente non ha guardato solo al Medioevo, ha rivolto ricerche sull’organizzazione amministrativa locale durante la prima Restaurazione, sui problemi dello Stato pontificio nella seconda Restaurazione, sulla revisione generale dell’estimo rustico nel Maceratese e nell’Anconetano e, perfino, una curiosità, ha svolto una indagine sulla coltivazione del riso nella Marca, le risaie di Montolmo e dei centri vicini.
Ma se qui mi fossi abbandonato alle curiosità stasera avremmo parlato solo di queste! Invece ci tengo a ricordare che da appassionato della storia marchigiana Cecchi ha dedicato attenzione anche alla trascrizione di opere medievali ma anche classiche, come i tre frammenti del De Officiis di Cicerone, custoditi nell’Archivio comunale di Appignano, una ordinazione episcopale dei secoli X-XI su codice pergamenaceo redatto in scrittura beneventana, presente in questa Biblioteca, i frammenti camerinesi di due codici con le rime del Petrarca e il Trattatello in laude di Dante del Boccaccio, una lettera autografa di Annibal Caro, una raccolta di testi della Marca sulle rappresentazioni della Natività e della Passione e anche la trascrizione de Il Pianto delle Marie, un testo del XIII secolo nel volgare del territorio marchigiano, trovato in un codice miscellaneo della Biblioteca dell’Università di Pavia. Opere di Cecchi più volte rappresentate anche in teatro, a Macerata e altrove. Del Pianto delle Marie Cecchi scrisse: “Questo testo rappresenta il punto di arrivo di un lunghissimo processo che ha inizio appena qualche secolo dopo la morte di Gesù e che è un momento fondamentale nella storia della spiritualità dell’Europa… ed ha tutte le caratteristiche della spiritualità medievale di cui è espressione viva e vitale”. Certamente il Dante Cecchi storico non poté esimersi dal dedicare ricerche appassionate alla sua città. Nel 1971 vide la luce il primo dei cinque volumi della “Storia di Macerata. Le origini e le vicende politiche”. Un progetto fortunato che portò a compimento con Aldo Adversi e Libero Paci. E che dire della pubblicazione, curata dalla Cassa di Risparmio della Provincia di Macerata, dei nove splendidi volumi, dedicati a Macerata e al suo territorio? Degli studi riguardanti l’Accademia dei Catenati, della quale è stato anche principe, e ancora su Macerata capoluogo della Marca pontificia, tante commemorazioni di personaggi illustri maceratesi, e molto altro. Ci tengo a dire che molti dei temi trattati da Dante Cecchi hanno perso, per suo merito, la scarsa valutazione, l’angustia di accadimenti solo provinciali, quasi di poco conto, e grazie a lui sono entrati nella considerazione e nelle acquisizioni della storiografia italiana più prevenuta, aveva una straordinaria capacità nell’ancorare la piccola storia, che piccola non era, alla grande storia. Come presidente del Centro Studi Storici Maceratesi, in questa occasione mi fa piacere ricordare anche l’importante e incessante sostegno al nostro Centro Studi.
Intensa è stata la sua partecipazione ai convegni, dal 1965 fino al 2005, finché ha potuto! Nonostante fosse molto impegnato come docente universitario e molto conteso da note riviste nazionali e importanti case editrici, non ha fatto mai mancare la sua presenza come relatore ai convegni, presentando i suoi contributi quasi ogni anno, caratterizzati da rigore scientifico e dalla chiarezza propria di chi possedeva a fondo la materia, e lo faceva con cordiale semplicità e una spiccata inclinazione affabulatoria capace di rendere accessibili e affascinanti anche i temi più ostici per i non addetti ai lavori. Oggi, dopo tanti convegni, nel Consiglio Direttivo del Centro Studi, abbiamo qualche difficoltà ogni anno a trovare un tema nuovo da indagare, problema che in passato era limitato, anche perché, come mi è stato riferito, spesso il tema del convegno veniva individuato e deciso in base ai suggerimenti di Dante Cecchi. Molto altro si potrebbe e si dovrebbe dire e sottolineare sulla figura e l’opera di Dante Cecchi, ma in questa circostanza non è possibile. In conclusione lasciatemi esprimere la mia convinzione che anche questa cerimonia così sentita, questa intitolazione, risulterà utile a mantenere viva la memoria di un grande maestro di umanità e di cultura. La targa che è stata posta sono certo che anche nei giovani che la osserveranno desterà curiosità e stimolerà in loro il desiderio di conoscere meglio la figura di un grande maceratese e, magari, di fare qualche passo in più e andare nel casellario non lontano a cercare qualche suo libro e leggerlo, sarebbe già un grande risultato!
Certamente l’intitolazione di questo luogo a Dante Cecchi richiamerà alla mente di chi ha avuto la fortuna di beneficiare della sua conoscenza, la vita avventurosa di un intellettuale, ma sempre vissuta da uomo buono, richiamerà alla mente la sua abbondante produzione scientifica, il suo spirito libero e allegro, i suoi immancabili sorrisi, tutto destinato a rimanere vivo per sempre. Oggi tutti ci auguriamo che questa iniziativa del Comune e della famiglia, presto fatta conoscere nelle scuole e nell’Università, possa essere di stimolo alle giovani generazioni di studenti e studiosi i quali, sull’esempio di Dante Cecchi, potranno riscoprire nello studio, nella curiosità della ricerca, nell’impegno pratico e intellettuale, una delle più alte forme di servizio alla collettività. Vi ringrazio.
L’auditorium della biblioteca intitolato a Dante Cecchi: «Per lui Macerata era tutto»