«Doppio cognome per i miei figli
Nel 1977 ottenerlo fu un’impresa»
L’antesignana storia dei Quochi Pallotta

SVOLTA - La famiglia nobile di Caldarola aveva fatto una scelta in controtendenza più di 30 anni fa. L'imprenditrice Laura Ottaviani ha dato anche il suo cognome alla figlia di 17 mesi. La musicista Cinzia Pennesi: «In altri Paesi è normale». Lucrezia Ercoli, direttrice artistica di Popsophia: «E' uno scardinamento dell'ordine simbolico». La professoressa Paola Nicolini: «E' una novità che ha anche un impatto psicologico su bambini e bambine»
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Carlo Quochi Pallotta

di Giulia Sancricca e Alessandra Pierini

Attribuire ad un figlio o ad una figlia il cognome del padre non sarà in Italia più scontato. Merito di una storica sentenza della Corte Costituzionale che ha definito illegittima l’attribuzione esclusiva invitando il Parlamento ad attivarsi  per nuove leggi in questo senso.
In provincia di Macerata antesignani, sotto questo aspetto, i coniugi Quochi Pallotta. La contessa Maria Elena e suo marito Carlo, già nel 1977, diedero ai loro due figli, Jacopo e Tommaso, entrambi i cognomi.
Oggi è il padre, Carlo Quochi Pallotta, a spiegare il motivo e la difficoltà nell’ottenere l’abbinamento di cognomi che all’epoca non era previsto.

«Mio suocero, conte Paride Guglielmo – racconta – , perse l’unico figlio maschio a 33 anni e aveva il grande desiderio di far proseguire la sua casata, risalente al 1200. L’ho fatto consapevole del suo grande e incolmabile dolore, ma fu un lavoro enorme ottenere i due cognomi per i nostri figli. Inizialmente – spiega – sembrava che l’unica soluzione fosse l’adozione dei due ragazzi da parte di mio suocero, ma io non lo avrei mai permesso. Così ci rivolgemmo all’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone. L’obiettivo – dice – non era quello di acquisire il titolo di conti, né per me né per i miei figli (solo la moglie aveva il titolo nobiliare, ndr), ma semplicemente quello di dare a Jacopo e Tommaso il cognome mio e quello della madre. Anche io acquisii il cognome Pallotta a fianco al mio – precisa – per uniformità con il cognome dei miei figli».

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Laura Ottaviani

Carlo Quochi Pallotta racconta che sua moglie non ha mai sollecitato affinché i figli portassero il suo cognome «diceva che il mio era più che sufficiente – confida – . Poi nel 1977 ci è stato concesso l’abbinamento di entrambi i cognomi». Riguardo l’attuale sentenza della Corte Costituzionale che ha ritenuto illegittimo dare automaticamente ai figli il cognome del padre, Quochi Pallotta si dice favorevole. «Far diventare normale ciò che noi abbiamo ottenuto con grande fatica è legittimo – ammette – e posso comprenderlo. È un passo evolutivo nel riconoscimento dei diritti della donna. Ho sempre avuto massima considerazione della figura femminile: avevo una ditta amministrata da due donne con grandi doti. Ma credo che per la parità di genere debbano cambiare altre cose: basti pensare alle quote rosa. A mio avviso è già discriminatorio riservare alle donne una percentuale di presenza».

Anche ai giorni nostri, però, con le normative che lo permettono, c’è chi ha deciso di non fare discriminazioni tra i due cognomi dei genitori ancor prima della sentenza della Corte Costituzionale. Una di queste è l’imprenditrice Laura Ottaviani dell’omonimo brand di Recanati. «Io ho una bambina di 17 mesi – racconta – che ha già il cognome del papà e della mamma. Se questo diventasse legge ne sarei davvero felice, poiché trovo molto antiquato e patriarcale dare solo il cognome paterno. D’altronde, l’Europa è orientata verso altri scenari rispetto a quelli in cui l’Italia è rimasta un po’ ancorata. Mi auguro che arrivi anche da noi questa apertura».
A dimostrare che in molti altri Paesi il cognome è duplice da tempo, la testimonianza della tolentinate Cinzia Pennesi, direttore d’orchestra, pianista e compositrice.

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Cinzia Pennesi

«Penso che sia una sentenza più che giusta – commenta – e in altri Paesi è già normale da anni. Mio fratello vive in Spagna da molto tempo e, visto che lì è possibile avere il cognome di entrambi i genitori, ha aggiunto il cognome di nostra madre a quello di nostro padre. Non ci vedo niente di strano – sottolinea – , anzi, lo ritengo giusto. Quando si utilizzano i segni “più” è sempre un beneficio. Non parliamo di una scelta alternativa, ma di un complemento che può risolvere qualche problema di tipo strutturale e aggiungere, alla storia della memoria, una vita di donne che finora sono scomparse non appena diventate madri. Anche fosse solo per una narrazione esatta della storia dell’umanità, e non solo dell’uomo, è un cambiamento positivo».

Lo definisce un passo importantissimo Lucrezia Ercoli, direttrice artistica di Popsophia: «Si tratta di uno scardinamento dell’ordine simbolico sui cui si basa la società e della pigrizia di lasciare le cose come stanno. La sentenza della Corte ci mette di fronte ad una libertà nuova che si basa su una concezione diversa del mondo, una parità tra uomo e donna, tra padre e madre.

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Lucrezia Ercoli

Le critiche sul caos che il provvedimento può generare mi sembrano proprio pretestuose e manifestano paura della libertà che propone. La scelta del cognome ci consente di far parte di una società più complessa di quella ordinata e gerarchizzata in cui siamo abituati a vivere. Inutile il benaltrismo per cui ci sono sempre cose più importanti da fare. Questi passaggi, pur piccoli sono specchio del cambiamento . E’ un bel primo passo perché attraverso questi gesti simbolici si cambiano le cose».

 

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Paola Nicolini

Una novità che avrà anche un impatto psicologico come spiega Paola Nicolini, professoressa di psicologia dello sviluppo a Unimc: «Può sembrare formale ma diventa sostanziale. E’ un riconoscimento perché sappiamo che spesso la forma è sostanza e in questo caso la possibilità di avere nel proprio destino segnate entrambe le radici permette al bambino o alla bambina di sentirsi libero di prendere in eredità alcuni pezzi da una parte, alcuni dall’altra e tenere una relazione di queste parti per divenire sempre più se stesso o se stessa».

 

 

 



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