Whatsapp e videochiamate,
così il Centro Antiviolenza
supera la “zona arancione”
L'INTERVISTA a Elisa Giusti, responsabile dei servizi della cooperativa "Il Faro" di Macerata. «Il lockdown e l'emergenza sanitaria hanno aggravato la situazione e trasformato il nostro lavoro. Cresce la consapevolezza del problema e il 20% di chi si rivolge a noi sono ragazze tra i 18 e i 30 anni e ci sono anche minorenni. Il caso di Rosina mostra come queste strutture non sono il luogo dove si obbliga alla denuncia ma di inizio di un percorso di autodeterminazione»

Un incontro del Centro antiviolenza con gli studenti delle scuole cittadine, prima dell’emergenza sanitaria
di Claudia Brattini
Il Covid non ha spento, anzi ha accentuato grandi problematiche sociali. Grazie ai dati raccolti dalle associazioni, si registra un drammatico aumento degli episodi di violenza domestica che scaturiscono purtroppo anche in gravi episodi di lesioni e in omicidi, a dimostrazione di quanto sia importante mantenere alto il livello di attenzione sulla violenza di genere.
Che cosa sta accadendo nella nostra provincia lo racconta Elisa Giusti, assistente sociale e responsabile dei servizi antiviolenza della cooperativa “Il Faro”, che illustra come si articola l’attività a sostegno delle donne vittime di violenza, che possono contare, fra l’altro, su sportelli di ascolto Sos Donna disposti capillarmente sul territorio: Macerata, Civitanova, Castelraimondo, Porto Recanati e San Ginesio. Le donne in difficoltà che arrivano nei centri possono partecipare ad attività di supporto psicologico, ricevere consulenza legale, sostegno alla genitorialità e gruppi di aiuto. «Le misure di restrizione messe in atto per fronteggiare la pandemia – spiega Giusti– hanno generato situazioni di precarietà economica e disoccupazione che hanno esacerbato situazioni già a rischio, in cui l’uomo maltrattante si trova per maggior tempo fra le mura domestiche». Lo confermano, infatti, i report dei contatti che evidenziano come dopo una fase di stop, nella scorsa estate ci sia stato un vero e proprio boom di chiamate. Come ha confermato anche la coordinatrice: «In quest’anno abbiamo registrato 193 contatti, di cui 144 prese in carico, residenti per la maggior parte nei comuni di Macerata e Civitanova. A causa dell’emergenza Covid, abbiamo cercato di svolgere, nonostante la chiusura, i colloqui on line e anche dopo un primo periodo di silenzio totale durato circa due settimane le telefonate sono ricominciate. Colloqui rapidi, difficoltosi ma la presenza costante delle operatrici è servita a diverse donne per farle sentire meno sole».
I cambiamenti messi in atto nella comunicazione per essere presenti e divulgare le attività svolte si sono molto ampliate, raggiungendo le persone anche mediante post sulla pagina Facebook, fornendo informazioni -anche in collaborazione con altre associazioni come Red con Villaggio Digitale e Germogli di Cura-webinair, per portare all’attenzione della comunità il lavoro che si svolge nei Centri antiviolenza e nelle case rifugio. «Abbiamo svolto – racconta l’assistente sociale – un corso di autodifesa personale ad alcune donne del Centro antiviolenza con l’Associazione Donna Protetta, abbiamo svolto una diretta facebook “#iolochiedo, “Perché il sesso senza consenso è stupro” in collaborazione con Amnesty International di Macerata, l’Osservatorio di Genere e l’Università di Macerata». Un processo importante, questo, per avvicinare anche attraverso i social e le piattaforme degli smartphone le donne in difficoltà. «Oggi è possibile raggiungere una nostra operatrice con diverse modalità – aggiunge Elisa Giusti – utilizzando non solo gli sportelli ma anche mediante video chiamate e la piattaforma WhatsApp, particolarmente utile da quando la Regione è stata inserita in zona arancione e non ci si può spostare fra i vari Comuni per raggiungere il centro più vicino». Inoltre, come confermato dalla coordinatrice, l’età media delle donne che si rivolgono in cerca di sostegno si è sostanzialmente abbassata e queste modalità “digitali” sono più facilmente utilizzabili proprio dalle giovani. Ci sta accadendo che si rivolgono a noi perfino ragazze minorenni, il 20% ha un età fra i 18 e 30 anni, ma questo non è riconducibile ad un aumento di violenze specifico verso questa fascia di età, ma deriva piuttosto dalla aumentata consapevolezza del problema, grazie anche al grande sforzo fatto attraverso campagne di sensibilizzazione effettuate nelle scuole».
USCIRE DALLA VIOLENZA RICHIEDE TEMPO – Accedere ai centri significa garanzia di anonimato e incontrare operatrici formate, donne che parlano ad altre donne per lavorare insieme ad elaborare il percorso di autodeterminazione fondamentale per uscire dalla situazione di maltrattamento, che spesso, ribadisce Giusti, «la situazione è aggravata dalla gestione di figli minori e dalla precarietà o non indipendenza economica, che proprio nel periodo del Covid è peggiorata, per la perdita dei piccoli lavori, anche saltuari, su cui potevano contare le donne garantendosi un minimo compenso e la possibilità di uscire liberamente». «La nota vicenda dell’omicidio di Rosina Carsetti, uccisa a Montecassiano il 24 dicembre (la vittima si era rivolta per un primo colloquio proprio in uno dei centri antiviolenza Sos Donna, come riportato da Cronache Maceratesi, ndr) mette a fuoco un altro aspetto importante: l’accesso ai centri non va percepito come il luogo dove si obbliga alla denuncia o si trasferisce il caso alle forze dell’ordine – continua Giusti -. Attraverso i centri le donne devono arrivare da sole ad elaborare il percorso, mediante auto determinazione, all’interno di un protocollo condiviso fra servizi territoriali, istituzioni e le forze dell’ordine certo, ma in cui si rispettano i tempi e si agisce anche per elaborare la denuncia in modo che sia completa ed efficace». Quello che dobbiamo augurarci, in questo anno difficile ancor di più, è una adesione partecipata al problema, partendo dall’educazione scolastica per costruire la cultura del rispetto e della valorizzazione della figura femminile.

