Perché abbiamo perduto tanti treni?
Errori e inefficienze del nostro passato

COMMENTO - Ripercorriamo insieme il lungo elenco delle “sconfitte” subite dal territorio maceratese e marchigiano, sul filo della memoria storica e delle cronache giornalistiche, non per dare giudizi sommari ma soltanto perché gli insuccessi ci servano da ammaestramento per il futuro
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Ugo Bellesi

 

di Ugo Bellesi

Sappiamo tutti che “la storia è maestra di vita” nel senso che la storia dovrebbe insegnarci a vivere meglio facendo esperienza dagli errori del passato. Pertanto è utile, di tanto in tanto, ripercorrere il periodo storico che abbiamo alle spalle.
Non vogliamo partire da molto lontano ma non si può evitare di ricordare che un tempo, tra il 1600 e il 1800, le Marche erano produttrici di riso. Si approfittava dei periodi delle grandi piene dei fiumi che allagavano le campagne per seminare il riso e si continuava poi la coltivazione innaffiando periodicamente il terreno. Una tecnica che poi nel nord Italia ha portato alla produzione del Vialone Nano. Ebbene, i beneficiari di questa produzione erano i proprietari che possedevano i terreni a ridosso dei fiumi. Coloro che non ne potevano usufruire cominciarono a contestare questa coltivazione sostenendo che gli acquitrini provocavano la malaria. E ci furono anche degli attestati medici che lo dimostravano in quanto era vero che nelle campagne spesso i contadini erano colpiti dalla febbre. Senonché quelle febbricole erano provocate, come poi si è accertato, dal fatto che i pozzi, da cui le case coloniche attingevano acqua da bere, erano inquinati perché spesso il letamaio era a ridosso del pozzo o comunque in posizione da inquinare la falda. Già lo Stato pontificio impose di non coltivare più il riso, ma subito dopo anche il Regno d’Italia emise un decreto che stroncò ogni velleità dei marchigiani. Infatti bisognava proteggere le coltivazioni di Vercelli e di tutto il nord. Ma intanto, anche senza la coltivazione del riso, i contadini continuarono ad avere le febbricole.
Possiamo poi accennare alla cosiddetta “tassa sul macinato” (grano, orzo ecc. ecc.) ideata da Quintino Sella ed entrata in vigore in tutta Italia (”mal comune mezzo gaudio?”) il 1° gennaio 1869. Ci furono molte proteste contro questo prelievo forzato di risorse soprattutto perché colpiva in particolare “le classi sociali a più basso reddito” le quali si ribellarono con tumulti e rivolte tanto che dovettero intervenire le forze dell’ordine. Quella tassa purtroppo abbassò il tenore di vita di una popolazione già in crisi tanto che anche molti mulini furono costretti a chiudere.
Un tempo le Marche erano anche buone produttrici di tabacco. Tanto è vero che nel 1887 nella sola provincia di Ancona si potevano contare due milioni 323.050 piante di tabacco. L’area maggiormente produttiva era quella di Jesi e a Chiaravalle sorse un grande stabilimento per la lavorazione del tabacco. Ma la “soverchia fiscalità – come si legge in un documento – metteva a rischio non solo la produzione ma anche la chiusura della fabbrica di Chiaravalle”. Tuttavia la coltivazione è continuata e tra il 1947 e il 1977 ha avuto un nuovo slancio grazie all’azienda Mastrocola di Loro Piceno. E’ stato però solo un piccolo “rilancio” perché “negli ultimi decenni – si legge in una ricerca pubblicata nel 2014 – ”si è visto sparire il tabacco dai nostri campi”. E infatti nel 2017 si è aperta la procedura fallimentare della manifattura di Chiaravalle. E quindi oggi i produttori di tabacco in Italia sono: Campania, Veneto, Umbria e Toscana. A buon intenditor poche parole…

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Il presidente Mattarella all’inaugurazione dell’anno accademico Unimc

A tutti è noto che durante lo Stato pontificio, a partire dal 1540 l’Università di Macerata poteva contare sulle quattro facoltà di legge, teologia, filosofia e medicina, nonché sulla licenza e libera pratica notarile, sulla licenza e libera pratica farmaceutica, sulla licenza e libera pratica di geometra e misuratore di fabbricati. Il commissario straordinario Lorenzo Valerio, incaricato di riordinare i territori marchigiani usciti dal dominio pontificio, nel novembre 1860 soppresse la facoltà di teologia. L’Università fu ben presto riconosciuta dallo Stato che però incassava le iscrizioni degli studenti ma affidava al Comune il pagamento degli stipendi ai professori. Una situazione quindi che non poteva durare a lungo tanto è vero che alla fine, nell’anno accademico 1878/79 (quando purtroppo fu venduto il prestigioso orto botanico), anche per le iscrizioni carenti, il nostro Ateneo rimase con una sola facoltà, quella di giurisprudenza. Furono anni terribili ma poi la creazione di un consorzio tra enti locali ha consentito una lenta ma sicura ripresa (comunque interrotta tra il 1808 e il 1816 dalla soppressione napoleonica) che ha portato la nostra Università ai successi di oggi, riconosciuti il 15 ottobre scorso anche dal presidente della Repubblica Mattarella.
Negli anni ’30 a Sforzacosta fu edificato un grande complesso per la lavorazione del lino. Durante la guerra venne trasformato in campo di prigionia e nel dopoguerra, divenuto di proprietà del Comune di Macerata, diventò uno stabilimento per la lavorazione del tabacco. Cessata questa attività il Comune volle alienare il complesso. Si fece avanti per acquistarlo la Magneti Marelli ma l’amministrazione comunale preferì cederlo ad un calzaturificio di Monte San Giusto nel timore che la grande azienda del nord “avrebbe portato una gran massa di classe operaia e quindi tanti voti al Pci”. Analoga giustificazione sarebbe stata data quando la Fiat chiese di potersi insediare nel complesso delle Casermette a Macerata. Ma, non avendo le prove, questa forse è una leggenda metropolitana.
Ci risulta che nel primo dopoguerra il Comune di Pollenza manifestò l’intenzione di cedere al Comune di Macerata la frazione di Casette Verdini in quanto troppo decentrata e distante dall’abitato di Pollenza. La risposta del Comune di Macerata fu negativa con la motivazione che “non sapeva che farsene”. Sembra incredibile una tale motivazione ma la fonte che ce l’ha riferita è autorevole.
Fino agli anni ’40 a Casette Verdini, dietro il “Ritrovo”, c’era un campo d‘aviazione, abbastanza efficiente da farci atterrare Benito Mussolini nel 1936 quando venne a visitare Macerata. Il campo si chiamava Macerata. Nei primi anni ’50 l’Aeronautica ha deciso di abbandonare quel campo e quindi nel settore dell’aeronautica non si è avuta più alcuna esperienza. Da tempo si sollecita di ripristinare quell’area, ovviamente non per farci un aeroporto in concorrenza con Falconara, ma almeno per realizzarci una piccola pista per ultraleggeri come quella di Morrovalle. Ma su questo fronte le autorità comunali fanno orecchie da mercante.

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La ex Sadam

Una vera e propria produzione di eccellenza è stata per anni la bietola da zucchero che diventò ben presto una preziosa risorsa per le Marche tanto che venne costruito a Senigallia nel 1898 un efficiente zuccherificio. E le nostre campagne erano particolarmente vocate per la bieticoltura tanto che negli anni ’50 la Sadam aprì lo zuccherificio di Morrovalle. Purtroppo ben presto anche questa coltivazione dovette essere abbandonata per vari motivi tra i quali il fatto che gli utili erano insufficienti a coprire le spese. E perché gli utili scarseggiavano? Ce lo spiega il capo dell’Ispettorato agrario delle Marche, Bruno Ciaffi, che, in un volume apparso nel 1953, sottolinea tre elementi: “la inadatta ubicazione della fabbrica di Senigallia rispetto ai poderi interessati alle coltivazioni, l’onerosità dei trasporti” e, soprattutto, “la valutazione del prodotto (marchigiano n.d.r.) fatta senza tener conto dell’elevato tenore zuccherino delle bietole locali rispetto a quelle della Valle Padana”. Più chiari di così non si può essere. Fortunatamente nel 2019, dopo anni di inutili tentativi, la coltivazione della bietola da zucchero è stata ripresa ed ora va a gonfie vele, a dimostrazione della particolare vocazione della nostra terra.
In quegli anni a capo dell’Ufficio tecnico di Macerata c’era l’ing. Paolo Calogero, un tecnico molto esperto e capace, professionalmente insuperabile che amava la musica e l’arte come anche la città di Macerata. Fu così che parlando con alcuni costruttori saltò fuori l’idea di realizzare un parcheggio (ovviamente a pagamento) sotto piazza della Libertà con possibilità per i conducenti di risalire in superficie mediante ascensore. Il costo sarebbe stato tutto a carico dei costruttori i quali, per un congruo numero di anni, si sarebbero avvalsi del ricavo dei parcheggi. La proposta fu avanzata ufficialmente al Comune ma non se ne poté fare nulla perché gli “avversari” di questo progetto sostennero che era tutto inutile perché mai Macerata avrebbe avuto bisogno di un parcheggio così grande. Secondo un’altra versione invece si temeva che scavando sotto piazza della Libertà si sarebbe trovata terra di riporto con una sovrapposizioni di materiali deteriorabili, nonché qualche vecchio pozzo di cui uno sotto la prefettura.

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Villa Ciccolini

Il marchese Ciccolini, proprietario di una bellissima villa a Sforzacosta, nel suo testamento lasciava la sua tenuta, circa 300 ettari, con la villa e una quindicina di case coloniche, al Sovrano Ordine di Malta, specificando che, qualora l’Ordine di Malta non ci avesse realizzato una casa di riposo per i cavalieri dell’Ordine, il bene sarebbe diventato pubblico e quindi andava allo Stato. In realtà risulta che per più di 40 anni la villa con il bellissimo parco sia rimasta in abbandono. Tuttavia è certo che recentemente è abitata da un fratello dell’Ordine. A suo tempo si era interessato alla vicenda l’assessore alla cultura di Macerata Pinello Ghergo che ne aveva interessato anche il Sovrano Ordine di Malta. Ma poi non si è saputo più nulla.
Merita un cenno anche la vicenda della ferrovia Civitanova-Fabriano. Infatti inizialmente si era pensato solo a collegare Civitanova con Macerata. Poi prevalse l’idea di proseguire fino a Fabriano per collegare la nostra provincia con la linea Ancona-Roma. Il progetto fu approvato nel 1864 ma si dovette attendere il 1884 per l’avvio dei lavori. Non si era pensato che si dovesse insistere per avere una linea ferroviaria diretta con Roma. La nostra economia se ne sarebbe avvantaggiata moltissimo. Si dirà: ma allora bisognava fare delle gallerie e dei trafori! Certamente, dal momento che nel nord Italia se ne stavano costruendo a volontà, investire anche nel centro Italia non sarebbe stato male.
Ma intanto erano già partiti i lavori per l’autostrada adriatica, la A 14, che arrivò in Ancona nel 1969 e lì si bloccò per realizzare prima il tratto Pescara-Vasto (1969) e quindi quello Foggia-Canosa (1972). Il tronco Ancona- Pescara era rimasto sospeso perché da Macerata, promotore l’on. Adriano Ciaffi, si obiettò che, anziché seguire quasi parallelamente il tracciato della ferrovia, era ottima soluzione quella di spostare l’arteria più all’interno, per non intasare la costa con una grande arteria e soprattutto per favorire i centri dell’entroterra. Ovviamente in alto loco si preferì il tracciato costiero perché era meno costoso. E fu realizzato per ultimo cioè nel 1973. Ma il caso ha voluto che proprio in quegli anni si stava progettando la Roma-Aquila-Teramo A24 e la Torano-Pescara A25 che sono costate una barca di soldi con doppio traforo del Gran Sasso. I lavori iniziarono nel 1968 per terminare nel 2009. Tutto fu possibile perché dietro quei lavori c’erano due grossi calibri della DC. Remo Gaspari e Lorenzo Natali.

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L’inaugurazione del traforo del Cornello

Ma, nonostante tutto, come sempre “i maceratesi non mollano mai” per cui la Provincia di Macerata propone subito la realizzazione del traforo di Passo Cornello per avere una via più breve di attraversamento degli Appennini e raggiungere l’Umbria ad un’altitudine più bassa in cui, anche in caso di neve, si poteva circolare regolarmente. Pertanto la Regione Marche nel 1982 stanzia 50 milioni per il progetto che viene approvato dall’Anas nel 1990. Si va all’appalto nel 1993 ed iniziano i lavori per la parte maceratese che prevedeva un traforo di 900 metri. Si scava per 500 metri poi i lavori si fermano. Si apprende infatti che in Umbria i lavori non erano mai partiti, nonostante la Regione nel 1999 avesse autorizzato il traforo (per 3.100 metri) e anche il progetto fosse stato approvato dal Ministero dei lavori pubblici. Il traforo avrebbe consentito di collegare la statale 361 con la Flaminia e quindi Fiuminata con Nocera Umbra. Purtroppo è rimasta un’opera incompiuta e quindi oggi passo Cornello viene detto il “Traforo della vergogna” per chi lo ha bloccato.
Sono arrivati poi i Piani di ricostruzione affidati a Longarini che hanno consentito la realizzazione di via Mattei che collega via Roma con le Vergini ma anche la creazione di una “Incompiuta” come la Strada Nord, realizzata a valle di viale Leopardi a Macerata. Venne costruito soltanto un troncone di superstrada che, partendo in aperta campagna dalla zona dei Cappuccini, finiva in mezzo alla campagna in direzione di Villa Potenza, senza essere ultimato perché nel 1993 era stata revocata la concessione. Però si diede poi il via alla costruzione della Galleria delle Fonti tra il Palasport e via dei Velini che purtroppo finisce dinanzi alla rete di una villa.
Non meno ambiziosa nel 1970 era stata l’idea di realizzare l’Intervalliva che avrebbe dovuto collegare la vallata del Chienti con quella del Potenza. Il progetto, affidato all’architetto Pierluigi Piccinato, venne consegnato nel 1971 e prevedeva il collegamento tra contrada Morica e Montanello. La variante urbanistica venne approvata dalla Giunta Menghi nel 1999. Il sottosegretario del Ministero delle finanze, il maceratese Mario Baldassarri, che allora stava portando avanti il progetto della “Quadrilatero”, propose nel 2002 al sindaco Giorgio Meschini di inserire l’intervalliva nei finanziamenti previsti per la sua iniziativa. Il sindaco nel 2003 rispose di non aver bisogno di quel finanziamento e l’intervalliva restò solo sulla carta. Due presidenti della Provincia, Sauro Pigliapoco prima e Antonio Pettinari poi, riescono a firmare un accordo con il Comune nel 2004, che prevede un raccordo tra lo svincolo della superstrada a Campogiano e via Mattei. Nuovo accordo nel 2014 tra Provincia, Regione e Comune, per contribuire alle spese con tre milioni ciascuno, mentre il resto degli investimenti sarebbero garantiti da Quadrilatero e Anas per la realizzazione del raccordo via Mattei-La Pieve con svincolo della superstrada a Campogiano. A dicembre dello stesso anno il Cipe, tra altri stanziamenti, approva la spesa di 43 milioni per il collegamento via Mattei-La Pieve, di cui 34 a carico dello Stato e tre milioni ciascuno a carico di Provincia, Regione e Comune. Si prevede che nel 2021 possano iniziare i lavori. Speriamo…
Ma non è finita qui perché il progetto dell’Intervalliva prevede il collegamento tra la vallata del Chienti e quella del Potenza. Il presidente della Provincia ha dichiarato che c’è già un progetto di massima che prevede una spesa di 20/25 milioni con realizzazione di un viadotto. L’ex sindaco Romano Carancini ha detto che il viadotto è troppo costoso e c’è un altro progetto, approvato nel Piano delle opere pubbliche, con risorse stanziate, da avviare nel 2021. In fondo, abbiamo atteso quest’opera da 50 anni, ormai anno più o anno meno che problema c’è? Le Marche (e con esse Macerata) possono attendere…
Macerata ha avuto sempre il problema di essere tutta o quasi concentrata in un cucuzzolo intorno alla torre civica per cui raggiungerla è stato sempre un po’ faticoso. In un certo periodo si era palesata l’idea di realizzare una scala mobile che portasse i cittadini come i turisti da piazza Mazzini fino a piazza della Libertà utilizzando, a tronconi, la parte centrale di quelle che tutti chiamano “scalette”. Anche su questo si crearono due partiti: alcuni erano favorevoli e altri contrari. Quelli che erano contrari contattarono i commercianti di piaggia della torre sostenendo che una scala mobile avrebbe tolto loro gran parte della clientela perché chi saliva a piazza Mazzini sarebbe arrivato direttamente in piazza della Libertà. Fu fatta una o più assemblee ma questa tesi prevalse, e invano qualcuno sostenne che la scala mobile non è un treno, che ferma solo se c’è la stazione, ma un mezzo di trasporto dal quale si può scendere quando si vuole. E poi una scala mobile così lunga non sarebbe stata mai una direttissima ma avrebbe avuto degli spazi intermedi tra un troncone e l’altro essendo attraversata da strade percorribili con le auto.
L’altra iniziativa portata avanti per molto tempo era stata quella di costruire un parcheggio sottostante piazza Mazzini. E l’idea era piaciuta a tutti in quanto sarebbe stato molto comodo per chi doveva recarsi in centro. Senonché anche in questo caso si creò una fazione di quelli che erano contrari. E si disse che dietro c’era qualcuno dell’amministrazione comunale. Fatto sta che si fecero varie assemblee di cittadini e di commercianti e prevalse l’idea contraria al parcheggio. Perché vinsero i contrari? Perché prevalse la “brillante” idea di sostenere che un parcheggio grande contenente tante auto sarebbe stato causa di un inquinamento gravissimo in quanto i gas di scarico si sarebbero riversati all’esterno inquinando la piazza, i negozi e le abitazioni soprastanti.

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Il palasport Fontescodella a Macerata

Una polemica ancora più vivace si sviluppò in merito al Palazzetto dello Sport perché appena costruito ci si rese conto che era troppo piccolo non solo per una città come Macerata ma pure in confronto di alcuni grandi palasport di altri capoluoghi. La carenza di spazio si appalesò in pieno quando il nostro palazzetto non poté essere omologato per le partite della Lube. Di promessa in promessa di ampliamento sono trascorsi inutilmente molti anni e alla fine la Lube ha finito per scegliere la soluzione proposta dal Comune di Civitanova e da allora si chiama Lube Civitanova, portando questo nome in tutta Italia e all’estero, con vivo rammarico dei maceratesi, ovviamente.
Polemiche a non finire anche per le piscine. Quelle di via don Bosco non sono molto grandi, non c’è parcheggio ecc. ecc., per cui più volte il Comune aveva promesso di realizzare un grande impianto in altra zona della città. Un anno fu presentato anche il progetto, bellissimo, comprendente una palestra, il bar ecc. ecc. L’anno successivo si disse che l’area prescelta era stata già picchettata dalla ditta appaltatrice. Alla fine si scoprì che l’impresa aveva rinunciato al progetto. Fu una delusione per tutti, anche perché sia Tolentino che Montecassiano hanno già da anni le loro belle piscine.
Nel 1995 altro evento molto negativo per la nostra città: la chiusura definitiva della Scuola dell’Aeronautica che si era insediata alle Casermette nel lontano 1948 per ospitare 1800 ragazzi del Centro addestramento reclute dell’arma azzurra, che era una risorsa anche economica per Macerata. Nel 1952 era diventata Scuola allievi specialisti dell’Aeronautica con mille giovani mentre nel 1977 tornò ad essere Centro di addestramento reclute sempre dell’Aeronautica. Perché poi è stata chiusa? La risposta è semplice. Ce l’ha data l’ultimo comandante della Scuola. Egli ci ha spiegato che l’Aeronautica aveva chiesto di allargare la Scuola occupando tutta l’area retrostante le palazzine di allora perché si voleva potenziare questa base. L’amministrazione comunale rifiutò questa soluzione sostenendo che quell’area era stata già scelta per altro insediamento.

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Un corso Allievi dell’Aeronautica

Quale poteva essere più redditizio di una Scuola militare? Ovviamente il settore dell’edilizia. Tanto è vero che in un volume in cui si narra la storia della Scuola viene sottolineato che gli amministratori dell’epoca “hanno permesso che Macerata venisse scippata di un pezzo della sua storia e di una importante risorsa economica”. Che era risorsa economica è evidente (con tanti allievi che si alternano ogni tre mesi e con tante famiglie che vengono al giuramento da tutta Italia) Macerata poteva fornire anche una bella immagine turistica per far sì che quelli che allora si definivano “turisti forzati” tornassero più volte negli anni e si facessero anche promotori del nostro territorio mediante il passaparola. Ma c’è anche un altro elemento che doveva favorire la permanenza della Scuola: tutti quei giovani potevano costituire una risorsa insostituibile in caso di qualsiasi calamità come forza di pronto intervento, di soccorso e di protezione civile, non solo per Macerata ma per tutta la provincia. E non solo per un terremoto, ma anche per un’alluvione, una tromba d’aria, una nevicata eccezionale che ci auguriamo non capiti mai…
Non possiamo poi non ricordare la deludente realizzazione del Piano per insediamenti produttivi di Piediripa, varato dal Comune di Macerata nel 2000 in contrada Peschiera, presso il mercato dell’ortofrutta, che purtroppo ha avuto ben scarse adesioni da parte di attività industriali.
Nonostante ciò si è voluto creare un altro Piano per insediamenti produttivi (PIP) sempre a Piediripa ma con ancora più deludenti risultati. Infatti la vasta area (di quasi 60 ettari) compresa tra il Centro elaborazione dati della UBI Banca (ex Banca Marche) e l’abbazia di S.Claudio, passando a nord del Cityper, è ricca di strade e rotatorie ma scarsa di insediamenti. Si chiama Valleverde e doveva essere il più grande concentramento di insediamenti industriali della provincia. Il progetto prese corpo nel 1997, durante la Giunta comunale che aveva come sindaco Maulo, e si pensò ad un’area di 35 ettari. La successiva Giunta Meschini, nel 2002, sposò in pieno il progetto approvando addirittura una variante urbanistica che consentiva di portare a 57 gli ettari da espropriare, pur essendo terreni molto fertili e tutti irrigabili, pensando di coprirli con capannoni industriali. Nel 2003 venne addirittura creato il Consorzio urbanistico Valleverde di cui facevano parte anche otto proprietari di quei terreni. Consorzio che avrebbe dovuto realizzare strade, parcheggi, illuminazione, fognature, reti idriche, elettriche, del gas, telefoniche e telematiche. Nel 2004 si approvò l’accordo di programma con cui Provincia e Comune di Macerata davano il via all’ampliamento della zona produttiva, con l’impegno però che i Comuni di Macerata e Corridonia, la Provincia e l’Anas provvedessero al collegamento viario tra Valleverde e la Superstrada. Nonostante le molte promesse di nuovi insediamenti, soprattutto da parte di imprese edili, si capì subito che il progetto non solo non avrebbe avuto successo ma che non sarebbe neppure partito. Tanto è vero che il Comune di Corridonia si ritirò subito e anche la Provincia non aveva più lo slancio iniziale.

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L’ex sede della Banca d’Italia

Nel frattempo la provincia di Macerata comincia a perdere alcuni punti di riferimento non secondari. Infatti nel 1992 viene chiuso il Distretto e nel 2009 Bankitalia porta via la sua sede dalla nostra città. Ma un colpo micidiale venne inferto al nostro territorio e a tutta la regione dal fallimento di Banca Marche. Già la sua ideazione, che prevedeva l’assemblamento di tutte le Casse di risparmio delle Marche, non si realizzò in quanto la fusione, creata nel 1994, riguardò soltanto le Casse di Macerata, Jesi e Pesaro, a condizioni paritarie anche se quella di Macerata era maggiormente patrimonializzata. Nel gennaio 2012 Banca Marche apre una campagna di sottoscrizioni di azioni e obbligazioni ma subito la Banca d’Italia mette in allarme i vertici del nostro istituto di credito perché ha avviato l’aumento di capitale “in situazione di grave dissesto finanziario”. Il direttore di Banca Marche, Massimo Bianconi, un mese dopo assicura gli azionisti sulla “solidità dei conti”. Nel luglio 2012 Bianconi si dimette e Bankitalia chiede il rinnovo dei vertici “per operazioni immobiliari poco chiare”. Nell’ottobre 2013 la Guardia di finanza apre un’inchiesta su Bancamarche per associazione a delinquere. Si accerta un buco di 10 miliardi e 300 milioni per cui il 22 novembre 2015 la “nostra” Banca viene messa in liquidazione.
Nel novembre 2018 nasce la Camera di commercio delle Marche che, di fatto, assorbe tutte le funzioni e competenze degli altri cinque Enti camerali della regione. A conferma di ciò, nella nuova Giunta, non figura neppure un rappresentante della Camera di commercio di Macerata. Ma forse è stata soltanto una…dimenticanza.
Purtroppo un grave danno alla nostra economia è provocato, non soltanto dalle nostre disavventure, ma anche da quanto di negativo sta avvenendo nella regione. I disservizi della linea ferroviaria Ancona-Roma sono sotto gli occhi di tutti. E il raddoppio di quei binari è ancora lungi dal vedersi realizzato. E purtroppo da quel tronco ferroviario dipende anche la nostra linea Civitanova-Fabriano. Ora si parla di elettrificare anche questo tronco ferroviario. Ma non faremo salti di gioia dal momento che la ferrovia Porto d’Ascoli-Ascoli (una linea che non ha nessuno sbocco ma che muore ad Ascoli) era stata già realizzata nel 2013. Evidentemente da qualche parte di questo mondo ci sono figli e figliastri.
Che dire poi delle inefficienze dell’aeroporto di Falconara? Molti industriali del nostro territorio lamentano proprio di non potersi servire di quell’importante servizio che invece sarebbe prezioso soprattutto per i collegamenti con Milano e con tutta l’Italia del nord. E questo non soltanto per il trasporto dei nostri prodotti ma anche per partecipare alle fiere o ad altri eventi. Tra l’altro ci segnalano che per chi arriva a Falconara non è facile raggiungere qualche nostro insediamento industriale perché non ci sono collegamenti efficienti. Ben migliori sono i servizi offerti da altri aeroporti come ad esempio quello di Rimini.

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Né possiamo dimenticare quanto è successo con il terremoto del 2016. Sono stati quattro anni di sofferenze per quanti sono stati costretti a continui spostamenti da un albergo all’altro: prima perché si doveva sgomberare dai centri della costa in quanto arrivavano i bagnanti, poi perché si erano trovate altre soluzioni verso l’interno. Non meno penosa è stata la lunga attesa per vedere realizzate le “casette”. Per i ritardi c’è stata anche una vertenza tra Regione e il consorzio Arcale ma il contenzioso si è risolto con il pagamento di tre milioni e mezzo da parte delle Marche. E invece per l’umidità che trasuda dai pavimenti, per i funghi, per i cattivi odori delle fognature e per il fatto che d’inverno nelle casette fa freddo e d’estate si muore di caldo, si sarebbe “deciso” che è tutto in regola. Per fortuna sono intervenuti vari enti privati, banche, fondazioni, associazioni di tante città d’Italia che hanno realizzato molte strutture indispensabili per una vita di comunità che negli agglomerati di “casette” erano assolutamente carenti. Per tutti vale l’esempio della fondazione di Andrea Bocelli. Ma la cosa più assurda non è che ancora non siano state portate via le macerie dai centri storici, non è che dai primi tre commissari siano state emanate ordinanze l’una in contrasto con l’altra, non è che non siano stati concessi all’Ufficio ricostruzione i tecnici necessari per verificare le domande dei cittadini per la ricostruzione delle loro abitazioni, non è che questo personale sia stato stabilizzato solo dopo l’arrivo del commissario Legnini, ma che in Italia non ci sia un protocollo che preveda quali iniziative mettere in campo e quali provvedimenti prendere in occasione di un terremoto. Lo stesso Legnini si è dovuto impegnare a realizzare un “testo unico” di tutte le regole emanate in quattro anni per dare finalmente il via alla ricostruzione post sisma.
E accenniamo ancora ad un problema di viabilità. Da tempo (esattamente venti anni fa) si era parlato di collegare l’entroterra anconetano a quello di Macerata con una arteria di appena 35 chilometri. Finalmente, inserito nel progetto della Quadrilatero, il primo lotto è partito da Fabriano nel 2016 e sarà ultimato, si spera, l’anno prossimo. E’ stato impostato anche il secondo lotto (Matelica-Castelraimondo) realizzato solo al 10%. Ci saranno poi altri due lotti da costruire (Castelraimondo nord-Castelraimondo sud e Castelraimondo sud-Muccia) per cui l’arrivo all’innesto con la Valdichienti è previsto soltanto nel 2034. Sono questi i tempi degni di un paese civile? E quello della Pedemontana è solo un esempio perché l’isolamento delle aree interne da sempre costituisce un freno per l’economia delle Marche. Uno studio fatto dall’economista Carlo Cottarelli nell’ottobre 2019 ha fotografato chiaramente la situazione della nostra regione: “Se le Marche raggiungessero i valori di accessibilità del territorio della Lombardia, l’aumento di produttività potrebbe attestarsi attorno ai 12/16 punti percentuali”. E poi ha specificato meglio il concetto: “L’accessibilità di un territorio può infatti avere un impatto significativo sulla performance delle imprese che vi risiedono, vista la quasi inevitabile interazione che le imprese, soprattutto di una certa dimensione, devono avere con altre regioni italiane e con l’estero”. Quindi ha aggiunto: “Le imprese della regione Marche sembrano scontare un gap non solo rispetto alla regione più produttiva, cioè la Lombardia (-32%), ma anche rispetto alla media nazionale (-16%)”.
Vogliamo parlare di Coronavirus? La pandemia ha colpito duro ma nelle Marche meno che in altre regioni. Tuttavia non si può negare che a tutti i livelli c’è stata una grande leggerezza. Quando in Cina seppellivano i morti nelle fosse comuni ci si doveva rendere conto che prima o poi sarebbe toccata la stessa sorte anche in Occidente. E invece si è aspettato gennaio per dare i primi segni di resipiscenza ma ormai era tardi perché non avevamo mascherine, non avevamo ventilatori, non avevamo respiratori, non avevamo grembiali, non avevamo copricalzature, non avevamo reparti per malati terminali. Anche i reparti di malattie infettive erano stati ridimensionati. La sanità territoriale era affidata soltanto ai medici di base. I piccoli ospedali dei centri periferici erano stati tutti chiusi. Ci sono mai stati gli infermieri di quartiere? E non si è pensato neppure di chiudere le case di riposo alle visite dei parenti. Ci si è però “affrettati” a consentire ad alcuni soggetti al 41Bis di andare a casa per essere curati contro il virus. In tutto questo marasma onore al merito di quanti “a mani nude” si sono battuti contro la pandemia e sono morti combattendo contro un virus sconosciuto e strappando alla morte quante più persone hanno potuto nelle condizioni più difficili da immaginare.

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L’ex tribunale di Camerino

E non si può non ricordare l’amarezza provata a Camerino per la chiusura del Tribunale, tanto che ancora oggi autorevoli personaggi sono tornati ad insistere perché venga ripristinato. E che dire del fatto che la provincia di Macerata aveva due carceri e ora non ne ha neppure uno. E questo con grave disagio per gli avvocati che per incontrare i loro assistiti debbono trasferirsi a Fermo, in Ancona o ad Ascoli.
Sia che si parli di infrastrutture come di sanità, di ricostruzione post sisma come di parcheggi, di palasport come di piscine, di ospedali come di trasporti, ecc. ecc. c’è sempre di mezzo la burocrazia che sembra essere, ma forse è sicuramente, la palla al piede di tutto. Tuttavia, come non si può sparare contro la Croce rossa così non è opportuno sparare contro la Burocrazia che, in fondo, fa soltanto il suo dovere, perché spesso costituisce il paravento di tutto quanto non va bene in questo paese e soprattutto il paravento dell’inefficienza e dell’inettitudine di tanti personaggi. E’ per questo che per parlare di burocrazia ci affidiamo ad una persona assolutamente al di sopra delle parti: don Aldo Bonaiuto dell’Associazione “Comunità Papa Giovanni XXIII”, con particolare riferimento ad un suo recente articolo che aveva un titolo molto appropriato: “I vantaggi dei potenti e i deboli dimenticati”.
Egli parte dalla constatazione che viviamo “in una società contemporanea nella quale è prassi nascondersi dietro ad un foglio di carta, scritto per fare il minimo indispensabile”. “’Non è di certo mia competenza!’ si sente ripetere talvolta agli sportelli delle varie amministrazioni o di qualunque ente che, in teoria, dovrebbe essere al servizio dei cittadini.” “Già la parola burocrazia rivela il suo significato di potere esercitato da chi funziona non per servire il prossimo ma per rinchiuderlo metaforicamente in una gabbia di codici e restrizioni. Ovviamente il rispetto assoluto per la legalità è fondamento di qualsiasi civile convivenza. Ciò, chiaramente, non è in discussione. Altra cosa però è se si promuove uno spietato sistema a esclusivo vantaggio dei potenti a scapito dei deboli che vanno a chiedere un diritto e si vedono trattati come dei mendicanti, o, peggio, dei ladri. Il burocrate per definizione tende a rendere tutto grigio, non riconosce carisma né talento, si lava le mani di tutto ciò che potrebbe esporlo; prolifera nella propria mediocrità trasformandola nel metro di valutazione del mondo”. “La distruzione dell’altro viene attuata in modo subdolo, facendosi scudo di codicilli ed eccezioni pur di mortificare l’altrui creatività e la legittima aspirazione a veder riconosciuti i propri meriti”.
E’ per questo che a Pieve Torina per avere un insegnante di sostegno hanno dovuto fare una manifestazione di protesta, e che alcune aree terremotate ancora non sono metanizzate, il digitale terrestre non arriva e i telefoni cellulari non hanno segnale, o il medico in pensione non viene sostituito.



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