Macerata, un giorno di deserto
nel mezzo di aprile

CORONAVIRUS - Nel centro del capoluogo non c'è quasi nessuno, studenti e mercato del mercoledì sono ricordi lontani
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Piazza Mazzini oggi pomeriggio

 

di Gianluca Ginella 

Fosse un pomeriggio di mercoledì a Macerata sulle panchine di piazza Mazzini sarebbero seduti studenti, genitori e nonni con i figli, stranieri che vivono nella zona. Fosse mercoledì, sulle strade si noterebbero ancora i resti del mercato. Fosse primavera in città questi sarebbero giorni pieni di studenti. Si potrebbe salire in piazza della Libertà e magari prendere un caffè in qualcuno dei locali sotto le logge. Si parlerebbe forse dei parcheggi che mancano, o della partita di calcio. Ci sarebbero i professionisti che lavorano in centro che vedresti affrettarsi per andare in ufficio, gli universitari uscire in blocco dalle sedi di Unimc alla fine delle lezioni per poi magari fermarsi sui tavolini sulla piazza. Ci sarebbero i commercianti in attesa dei clienti, ci sarebbero le vetrine cambiate per la nuova stagione.

macerata-coronavi-2-650x488E ci sarebbero le persone che s’incontrano tutti i giorni e si direbbe «a Macerata c’è sempre la stessa gente», così come si dice nelle città di provincia. Ci sarebbero i turisti fermi sotto la torre di piazza per aspettare che escano i pupi. Invece oggi non è mercoledì. Così come ieri non era martedì e domani non sarà giovedì. Perché questi non sono giorni reali ma agglomerati di tempo che non è scandito dal calendario, ma dall’attesa e dai numeri. I numeri parlano di contagi: se calano, se aumentano perché in base a questi cambierà l’evolversi dei giorni futuri. Questo è ciò che scandisce il tempo oggi. Un tempo fatto di mascherine e guanti, che capita anche di trovare gettati a terra per le strade, fatto di alcol e disinfettanti, di pareti di case, di strade e piazze deserte. Così nel centro sulle panchine scure di piazza Mazzini non c’è nessuno, piazza Libertà è senza tavolini, lungo le scalette nessuno scende né sale. E se passa qualcuno, di solito con le buste della spesa, si fa da parte nell’incrociare un altro passante. È strano ed è triste questo deserto, ma è giusto sia così se si vuole che il cammino sia più breve e ritornino gli studenti e le persone che s’incontrano sempre nella quotidianità. Se si vuole che i giorni non siano cumuli di ore d’attesa, se si vuole tornare a incrociare i soliti conoscenti o fermarsi a osservare la torre di piazza, aspettare i pupi, e vedere tutto quell’insieme di oggetti, scorci, vetrine, consuetudini che di solito sono solo cornici che si vedono senza guardarle, sono consuete, come un cielo o un abbraccio, e per questo forse sono ciò che a perderle poi manca di più.

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