facebook twitter rss

Macerata oltre la paura

DAVOLI A MERENDA - Dal Flauto magico ai titoloni in prima pagina. Uno sguardo sulla placida estate maceratese dopo l'inverno, superato con cinica (e salvifica) naturalezza
mercoledì 8 agosto 2018 - Ore 08:26 - caricamento letture
Print Friendly, PDF & Email

 

 

di Filippo Davoli

Sto invecchiando. Mi sono sempre rallegrato della cosa: penso alla fine, quando che ne sia l’ora, come a una panacea: niente più tasse, niente più malattie, niente più riunioni condominiali, niente più incontri inevitabili – specie in una piccola città che in comune con quella di Thornton Wilder ha soltanto la dimensione. Mi rendo conto che sto invecchiando (e già da un po’, mica da ieri mattina!) non solamente dai capelli sempre più brizzolati – come la barba – ma soprattutto dall’atteggiamento verso le cose di fuori. Non riesco a star dietro alle notizie con la partecipazione di prima: in altre parole non me ne può fregare di meno. Vedo la città incarognirsi e sfarsi colpo dopo colpo, senza soluzione di continuità, e sono abbastanza disalienato per capire che non è certo con le mie considerazioni a voce alta che la rotta può minimamente invertirsi.

*

Sto invecchiando. A dispetto del sogno di capitale della cultura, nessuno mi ha invitato a partecipare alla costruzione della casa culturale comune negli ultimi dieci anni, non si capisce perché si dovrebbe tenere in considerazione quello che penso. Chi vuol proprio saperlo, può accomodarsi in segreteria (un caffè, generalmente. Uno a caso di quelli che animano il centro storico della nostra Mangerata, a piacimento del richiedente).

*

Mi dicono che il centro è vuoto, che i commercianti languono e piangono, che i parcheggi per i residenti diminuiscono (grazie anche ai cantieri, ai mercatini, alle notti dell’opera, alle nuove strisce che sostituiscono le vecchie e grattano spazio, etc.). Un po’ di gente in realtà c’è. Non sarà la stessa quantità di gente che visita Venezia (ma Macerata non è Venezia; e se è per questo non è nemmeno Mantova, Parma, Roma, Firenze, Milano, Napoli, Siena, Arezzo, Pisa, Bologna, San Marino, Ferrara, Verona, Palermo, Cagliari, etc.), ma un po’ di gente in giro c’è. A volte anche troppa (nelle occasioni comandate: aperitivi europei e notte dell’opera, che poi a ben guardare sono prove generali di San Giuliano). Ma io sono felicemente invecchiato: appena vedo “l’esercito del surf” avvicinarsi, prendo la via di casa. Mi fa piacere che ci sia movimento, ma più ancora non farne parte direttamente. Mi piacerebbe invece se il movimento fosse dettato da una rinnovata residenzialità stanziale, ma quella – come sappiamo molto bene – non c’è, e dunque tanti saluti.

*

Lo Sferisterio pare avere due anime: una presumibilmente istituzionale che ne loda la piena riuscita. L’altra – costituita di gente comune, e turisti del belcanto – che mugugna e lamenta l’ennesima stagione poco soddisfacente. Mi dicono della ruspa sul palcoscenico (ma chi se ne frega?, penso tra me e me; poteva essere anche un riferimento alla scavatrice della poesia di Pasolini, per dire…), mi riferiscono delle polemiche dell’opposizione a tale riguardo (pensa un po’ che problema…): a me non dispiace l’ipotesi di una rilettura in chiave contemporanea di un’ambientazione che è invece – per dichiarazione esplicita del librettista – di tutt’altra epoca.

*

Però so anche che non basta la modifica in sé: è richiesta una firma all’altezza del cambiamento. Una genialità a monte che sappia attualizzare senza stravolgere. Ken Russell ci regalò una Bohème indimenticabile, per esempio. E so altrettanto che non basta cantare Le mille bolle blu per meritarsi l’appellativo di voce insuperabile. Spiace che l’arte sia così poco democratica, ma tant’è. Tra quindici giorni non se ne ricorderà più nessuno. E mi pare molto giusto così. Invece i Procul Harum… o i Simple Minds… o Carl Palmer, regalato alla città da una piccola birreria del centro, ecco: lì penso siano stati colpi riusciti. Un felice tuffo nel passato-presente di gente che non suonava giusto per fare. E lo dimostra suonando come suona ancora oggi. Penso pure che, a fianco della rivoluzione scenografica, sarebbe coraggioso tentare anche la rilettura della partitura: creare – da un soggetto definito – un’opera realmente inedita in ogni sua componente. Sia pure salvando l’impianto orchestrale e vocale storici. Ma ovviamente mi spingo troppo in là, se già tanto casino l’hanno causato una ruspa e quattro tossici in scena (ma non dovevamo combatterla, la diffusione della droga? Che facciamo: la celebriamo sul palcoscenico?).

*

Ci risiamo. Eccoci qua di nuovo nella quotidianità maceratese. Con la gente che va al mare la mattina e torna la sera (perché i soldi in buona parte mancano per permettersi la stanzialità sulle rive della provincia e dintorni). Così dopo cena i soliti noti approdano ai punti di ritrovo storici: come vent’anni fa. Come trent’anni fa. Si può ricominciare, giorno dopo giorno, a fare i medesimi discorsi da cent’anni in qua. Condendo il tenore del parlato di feconde e faconde battute nostrane, con qualche intrusione giovanile che sgrana gli occhi di fronte a tanta vitalità da parte di cariatidi come me ed altri. Un rito che si ripete uguale a sé stesso nel tempo. Segno che tutto va. Che continua ad andare, quanto meno. E il risultato dell’equazione è, non foss’altro che per questo, positivo.

*

Con sorpresa, tuttavia, ci imbattiamo nel titolone in prima pagina dedicato proprio a noi, equiparati ad un laboratorio della paura o del terrore. Ci specchiamo: ma parla proprio di noi? Di Macerata? Sì? Ma siamo sicuri? Non ci conosce, il giornalista: ignora quanto siamo capaci di ingoiare anche i traumi più nefasti digerendoli ed espellendoli con cinica (e salvifica, in questo caso) naturalezza. Ripiombando nella dimensione più propria alla nostra identità: una lunga sonnolenza inscalfibile.

*

Pensandoci un attimo con dedizione, pare quasi di aver sognato di fronte all’invernata che ci è toccata in sorte: capitale mondiale del terrore e del razzismo (tra Pamela e Traini). Chi discute? Certo che si è trattato di due pagine orrende, che per giorni e giorni ci hanno travolto in un bailamme continuo di cameramen e postazioni televisive, in mezzo a sobbalzi del cuore e fratture sociali. Però oggi… siamo onesti: se non ce lo ricordassero i mass media, che è successo tutto proprio qui, qualcuno di noi se lo ricorderebbe? Qualcuno ancora è in grado di collegare che gli stravolgimenti politici nazionali hanno avuto il loro terreno fertile nei fatti di Macerata? Nemmeno i terremoti del 1997 e del 2016 ci avevano conferito tanta notorietà.

*

Ho scritto prima “cinica (e salvifica) naturalezza”: non se ne abbiano a male gli utopisti di turno, quale che ne sia il colore politico e il convincimento ideologico, ma ha del salvifico che una comunità riesca a serrare le file e a ripartire con serenità, superando contrasti che avrebbero davvero potuto degenerare in maniera impropria e inopportuna, più di quanto non sia già capitato. In questo senso, Macerata ha nel proprio Dna secolare la capacità di venirne fuori persino troppo in fretta. Che non è – in tutto tutto – necessariamente un bene. Ma talvolta può diventarlo.

*

Sto tra i tetti che saluto ogni mattina, e vicino alla splendida luna che ho ammirato a Montappone, a conclusione di una giornata indimenticabile. Incontro ogni giorno i “miei” inevitabili concittadini, e mi rallegra salutarli, ritrovarli. Fatico come un ossesso – specie il martedì sera (il mercoledì c’è il mercato) e il giovedì sera (movida docet) – a trovare un posticino per la mia macchina. Paghiamo la ztl in più di quanti posti disponibili ci sono, scopriamo ogni giorno una nuova impalcatura, e in più poi arrivano le orde dei “movidanti” di cui sopra e qualche stizza ci scappa – “ci sta”, come si dice oggi –, però alla fine torniamo tutti a dormire a casa, segno che lo troviamo (il posto). O ci avventuriamo in un divieto, auspicando la comprensione dei vigili o la fortuna. Qualche volta va pure bene.

*

Molti, adesso, si dedicano a stanare gli oltre cinquemila (cinquemila? Mille? Duemila? Dieci? Due) eventi estivi. Io incrocio solo il cinema a Palazzo Conventati, perché mi sta sulla strada di casa. So dei musei, ma degli altri ignoro qualità, quantità, ed ogni altra nominazione. Sopravvivo? Sì. Non andrei a cercarli, né mi preme informarmi. Due vite fa organizzavo le serate di poesia, ero in ipercinesi costante. Poi un bel giorno ho realizzato che non vale la pena ossessionarsi per organizzare qualcosa se non sei gradito. E ho scoperto quanto si sta bene a non far niente. Di sera, almeno. O almeno qui a Macerata (fuori qualcosina la faccio ancora: poco, però; troppo caldo).

*

Vi saluto dunque dal nascondimento più visibile che c’è. Prevedo che tra breve ricominceranno le kermesse elettorali (ci sono le europee, qualcuno scommette che in concomitanza si rivoterà il Parlamento, poi arriverà il 2020 con le nuove amministrative a Macerata). A maggior ragione, dunque, mi godo la bella estate silenziosa e fraterna. Fatta di nulla. Ma quel nulla impagabile che solo chi lo assaggia scopre quant’è bello.



© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page




Quotidiano Online Cronache Maceratesi - P.I. 01760000438 - Registrazione al Tribunale di Macerata n. 575
Direttore Responsabile: Matteo Zallocco Responsabilità dei contenuti - Tutto il materiale è coperto da Licenza Creative Commons
X