Osvaldo Jaconi ricorda Igor Protti:
«Mi sono aggrappato a una sua foto.
Lui e Chiellini i più forti mai allenati»

CALCIO - Il tecnico che da tanti anni vive a Civitanova racconta il suo legame con lo "Zar" a una settimana dalla sua scomparsa. «Non l'ho mai sentito lamentarsi durante la malattia, mai una parola contro la vita. Era un indomito guerriero. Aveva un'etica morale di altri tempi»

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Jaconi Protti

Osvaldo Jaconi con Igor Protti

di Alessandro Vallese

Ci sono legami che il calcio costruisce e che il tempo non riesce a sciogliere. Per questo, mentre dalla sua Civitanova – la città che da decenni lo ha adottato e di cui è diventato uno dei simboli sportivi più amati – percorreva la strada verso Castel di Sangro, dove era atteso per celebrare il trentesimo anniversario dell’impresa che lo consacrò nella storia del calcio italiano, Osvaldo Jaconi aveva la voce segnata da un dolore ben diverso dalla nostalgia.

Nella cittadina abruzzese di appena cinquemila abitanti, il “Comandante” – o “Vodz”, come impararono a chiamarlo affettuosamente i tifosi livornesi – aveva scritto una delle pagine più incredibili del calcio italiano, portando il più piccolo centro d’Italia fino alla Serie B. Ma in questi giorni il pensiero correva inevitabilmente a un’altra impresa, quella vissuta qualche anno più tardi sulle rive del Tirreno, accanto a un uomo destinato a diventare leggenda.

Jaconi Protti

Lo scorso 19 giugno il calcio italiano ha perso Igor Protti. Aveva soltanto 58 anni. Per tutti era “lo Zar”: un campione capace di entrare nella storia come uno dei soli due calciatori, insieme a Dario Hubner, a conquistare il titolo di capocannoniere in Serie A, Serie B e Serie C1. Un’impresa costruita con la maglia del Bari nella massima serie e con quella del Livorno nelle categorie inferiori. Ma chi lo ha conosciuto davvero sa che quei numeri raccontano solo una parte della sua grandezza.

Jaconi lo ha allenato nei due anni che hanno riportato il Livorno in Serie B, restituendo entusiasmo a un’intera città. In quelle stagioni Protti realizzò 53 reti tra campionato e Coppa Italia. Tra il tecnico e il suo numero dieci, però, nacque soprattutto un rapporto umano destinato a durare ben oltre il calcio. «È un momento di dolore profondo – racconta Jaconi –. Mi sono aggrappato a una sua fotografia perché non sono riuscito ad andare al funerale».

Il primo ricordo risale addirittura a prima del loro incontro. «Avevo visto in televisione un Livorno-Pisa. Igor era nervosissimo. Dopo un fallo non fischiato reagì e fu espulso, beccandosi ben sei giornate di squalifica. Quando arrivai a Livorno, la prima cosa che feci fu chiedere di parlare con lui. Gli dissi: “Igor, ti ho visto in quella partita e mi hai fatto una pessima impressione». La risposta di Protti cambiò tutto. «Mi guardò e mi disse: “Mister, per me quel giorno il calcio era finito”. Poi mi spiegò cosa aveva provato. In quel momento capii che avevo davanti una persona che viveva il calcio in maniera assoluta, quasi viscerale».

Da quell’incontro nacque un rapporto fondato sulla sincerità. «Era il capitano del Livorno, ma quella fascia gli pesava. Sentiva la responsabilità di intervenire sempre, di difendere tutti, e finiva per innervosirsi. Un giorno venne da me e mi disse: “Mister, se lascio la fascia vedrà che cambierà tutto”. La affidammo a Vanigli e lui tornò semplicemente a fare quello che sapeva fare meglio: segnare. Per due anni consecutivi fu capocannoniere».

Jaconi, che nella sua lunga carriera ha allenato centinaia di calciatori, non ha esitazioni quando parla del valore tecnico di Protti. «Io non gli ho insegnato nulla. Aveva già dimostrato tutto il suo valore, era stato capocannoniere anche in Serie A con il Bari. Era un attaccante intelligentissimo, tecnico, furbo, praticamente impossibile da marcare».

Ma è quando il racconto esce dal campo che la voce del tecnico si incrina. «Nello spogliatoio era un esempio per tutti. Tra noi c’era un rapporto che andava oltre quello tra allenatore e giocatore. Arrivava sempre prima degli altri: prendeva la cesta delle maglie, la capovolgeva e si metteva a giocare a carte con Martino. Erano piccoli gesti, ma raccontavano la normalità di un uomo straordinario».

Poi arriva la definizione che più di ogni altra restituisce la figura di Protti. «Aveva un’etica morale di altri tempi. Valori che oggi si vedono sempre meno». Nemmeno la malattia riuscì a scalfire quello spirito. «L’avevo sentito una quindicina di giorni prima. Mi disse che ero uno dei pochi ai quali continuava a rispondere. Non l’ho mai sentito lamentarsi o piangersi addosso. Mai una parola contro la vita, contro la sfortuna. Perchè lui era un indomito guerriero».

Poi la notizia della sua scomparsa. «Sono rimasto davanti alla tv per un’ora e mezza, seguendo in diretta l’ingresso della sua bara allo stadio di Livorno. Ero lì così. Era l’unico modo che avevo per salutarlo». Infine, il silenzio lascia spazio all’ultima confessione. «Quello che porterò sempre con me non sono soltanto i gol, le vittorie o la promozione. Porterò con me la nostra amicizia. E la convinzione che Igor sia stato il giocatore più forte che abbia mai allenato insieme a Chiellini. Ma soprattutto uno degli uomini migliori che abbia mai incontrato».


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