A Natale siamo buoni e bravi,
ma un solo giorno non basta

LA DOMENICA DEL VILLAGGIO - Se il mondo attuale ce lo consentisse – dubbio: ce lo consente? - dovremmo esserlo sempre. Il proverbiale fatalismo dei maceratesi è una virtù? Spesso è rassegnazione. Chissà, forse ci manca un po’ di sano entusiasmo nella vita.
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di Giancarlo Liuti

Oggi, per noi cristiani, è la vigilia di Natale, il giorno della nascita di Gesù. Che sia domenica, quindi una festa, è solo un caso del calendario. La vera festa è domani, lunedì. Quando – duemila anni fa, secondo la tradizione – Gesù vide la luce a Betlemme e diciott’anni dopo fu battezzato nel fiume Giordano, che bagna la Giordania, Israele, il Libano e la Siria. Paesi che, sempre secondo la tradizione, conobbero di persona, per averlo visto da vicino e sentito parlare, un universale messaggero di pace come Gesù, ma che adesso, paradossalmente, sono teatro di sanguinosissime guerre. Potrà sembrarci che questa sia una contraddizione della Storia, ma ce ne sono state molte altre e molte altre ce ne saranno. Tuttavia questa pur occasionale concomitanza, oggi, fra l’amore che trionfa in Gesù e l’odio che trionfa nella guerra c’induce a riflettere sul senso della vita. Non c’è qualcosa di non spiegabile, insomma, che forse riguarda la nostra memoria, forse la nostra fede e forse la nostra fiducia di essere nati nel segno della misericordia di Gesù per poi accorgerci che invece viviamo in un mondo nient’affatto misericordioso?
Nella dottrina cristiana figurano tre “Virtù” – o predisposizioni al “Bene” – che spiccano per il loro valore spirituale: la Fede, la Carità, la Speranza. E che oggi, se ci limitiamo alle cronache di Macerata, sembrano sussistere tutte e tre, magari un po’ indebolite ma ancora vitali. Nulla da eccepire, all’apparenza, per quanto riguarda la “Fede”, alla quale dovrebbe bastare – e avanzare – l’appellativo di “Civitas Mariae”. Qualche dubbio, invece, potrebbe esserci per la Carità: le iniziative caritatevoli non mancano, a Macerata, ma sono prive di caldi slanci degli animi e compiute con un riserbo che per un verso merita lode ma per un altro verso conferma l’indole di una città chiusa in se stessa e ostile ai clamori, anche a quelli, sacrosanti, per le cose ben fatte e degne di pubblica lode. Pure nelle famiglie e perfino nei singoli individui prevale insomma una sorta di opaco riserbo anche per le buone azioni compiute, azioni che invece sarebbe motivo di legittimo orgoglio far conoscere in giro a mo’ di esempio. E non solo. Capita infatti che chi le ha conosciute ne parli con sarcasmo dicendo “Quillu? E chi je pare de èsse?”.
Infine la Speranza, che oggi, per come vanno le cose nel mondo, è forse la virtù meno facile da praticare. Ma senza sperare è come star fermi a guardare il tempo che passa, non torna mai indietro e non restituisce mai le occasioni perdute. La speranza che il domani sia migliore del presente racchiude in se stessa la forza – il coraggio? – di vivere. Non per caso è la stessa dottrina cristiana a porla fra le “virtù teologali”, quelle che, alla pari con la Fede e la Carità, sono il cuore della militanza religiosa. A Macerata si è fatalisti, ci si adatta al destino, si spera poco. E in ogni frangente servirebbe qualcosa di più che oggi, purtroppo, manca quasi del tutto: un minimo di entusiasmo. Chi democraticamente detiene il potere (sindaci, assessori, consiglieri comunali di maggioranza e di opposizione) svolgerebbe meglio il suo non facile compito se lo facesse con entusiasmo, la “forza interiore” di chi partecipa a un’impresa in cui crede. Conclusione: non ne discuto la competenza e la bravura, ma, ripeto, se ci mettessero una scintilla di entusiasmo sarebbe un bene per loro e per i loro amministrati. Entusiasmo? Beh, la mite Macerata, purtroppo, non sa neanche cosa sia. E’ un difetto? Forse, in tanti casi. Un difetto che tuttavia pare proteggerla dal fanatismo e dall’egoismo, brutte bestie, ahimé, molto di moda nell’odierna politica italiana.
E adesso debbo fare gli auguri di Buon Natale. A chi? A tante persone. Anzi, a tutte le persone. Quelle che conosco e quelle che non conosco. Come auspicio premonitore del futuro un vero augurio non si ferma al giorno di Natale. Va avanti, domani, dopodomani, l’anno prossimo, gli anni che verranno. Cerchiamo, me compreso, di essere contenti di noi. E’ questo l’augurio migliore. E chiudo con un augurio migliore del mio, che sta in una bella poesia dialettale di Giordano De Angelis intitolata “E che ce vole?”. Eccola: “E che ce vole? / Anghi chi non adè ‘stinghi de sandi’ / oppure quilli che non cià la fede, / quanno che vè’ Natale, tutti quandi / se sente, addosso, un certu ‘nonzoché’, / ‘na specie de palpitaziò de core, / ‘na voja de strillà ve vojo vé / a tutti: vianghi, jalli o de colore. / Se ‘stu jornu ce fa sindì leggeri / comme angiulitti che vurìa volà, / e che ce vòle!? Daje, simo seri! / Facìmo che ogni jornu sia Natà”.



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