Al Comunale “Senz’aria”,
cupo dramma famigliare

TREIA - Lo spettacolo messo in scena dalla Compagnia MaisiaTeatro avvince gli spettatori e convince la critica. Interpretazioni di grande qualità, ottime doti tecniche di regia accompagnate da una scenografia semplice ma molto efficace

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Elina Nanna in “Ada”

di Walter Cortella

(Foto di Lisa Boselli)

Fin dalle sue origini, il teatro mostra un certo interesse per quei lavori che narrano vicende umane dalle tinte fosche. Un esempio per tutti, la tragedia di Euripide, Medea, che porta in scena l’atroce vendetta di una donna che, ripudiata dal marito, non esita ad uccidere i suoi due figli. Da quel momento, il gesto di Medea è sinonimo del peggiore dei delitti, quello perpetrato a danno delle proprie creature. Si potrebbe obiettare che quella è una storia d’altri tempi, ma non è così. Non passa giorno che i mass media non ci diano notizia di efferati delitti consumati, talvolta, in nome dell’amore. E ancora oggi il teatro continua a far sue queste tragiche vicende per riproporle al pubblico, non certo per una discutibile morbosità quanto per mettere l’accento sull’evidente stato di disagio nel quale versano i protagonisti di simili gesti. L’ultimo lavoro del genere è stato presentato al Comunale di Treia dalla Compagnia MaisiaTeatro. Si tratta di “Senz’aria”, un cupo dramma famigliare nato dalla penna di un giovane e promettente autore, Gianvito Pascale, ispiratosi ad un fatto reale di cronaca nera avvenuto negli anni ’50. Fu la nonna a raccontarglielo, insieme a tante altre storie e leggende della sua terra, la Puglia, ma Pascale delocalizza la vicenda poiché sostiene, e a ragione, che fatti del genere avvengono senza vincoli spazio-temporali. I suoi personaggi vivono la loro tragedia in un luogo indefinito e non hanno inflessioni dialettali.

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Irene Geninatti Chiolero “Imma”

Ada e Imma De Montis sono due sorelle. Conducono un’esistenza ritirata, direi claustrale, in una grande masseria, immersa tra secolari piante di ulivo. Non hanno contatti umani di alcun genere, intente come sono a tenere nascosto il loro dramma. In una stanza dell’enorme dimora agreste vivono segregate due bambine, figlie di Ada. Forse sono nate con qualche deficit fisico o forse sono il frutto di una relazione proibita. Chissà. Per questo non devono essere viste da anima viva. In una stanza dell’enorme dimora agreste vivono segregate due bambine, figlie di Ada. a. L’unica finestra del locale è murata. Ada è una donna molto forte e non ha difficoltà a soggiogare la sorella minore, più debole di carattere. Ada è l’«uomo di casa», ogni decisione spetta a lei. Gestisce tutto in assoluta autonomia e il potere sulla sorella Imma è totale. In casa con loro vive Remo, fedele servitore tutto fare. Finge di essere sordomuto, in realtà preferisce non far parola su ciò che avviene in quella casa maledetta. È la personificazione del diffuso comportamento di coloro che ritengono che “nella vita ci sono cose che non si possono dire o, perlomeno, che non si possono dire subito”. Infatti, Remo un giorno parlerà, vuoterà il sacco e confiderà tutto a Bianca Nicolini, giunta in città per ragioni di lavoro. Il suo arrivo sulla scena scardina il sistema protettivo messo in atto dalla perfida Ada. Ma ormai i tempi sono maturi perché la vicenda giunga al suo epilogo che non potrà essere che tragico, come tutta la vicenda. Ada avvelena la sorella succube e si toglie la vita impiccandosi. Forse in cuor suo vede in questo gesto l’estremo tentativo di riabilitazione. La vicenda ebbe nella realtà dei fatti un altro finale, certamente meno teatrale: dietro denuncia di un personaggio estraneo all’ambiente, le forze dell’ordine liberarono le due ragazze ormai ventenni, ma debilitate a tal punto che di lì a poco morirono. Le sorelle De Montis furono rinchiuse in un manicomio. Lo si intuisce quando appaiono in scena in camicia da notte bianca, chiara allusione alla tristemente famosa camicia di forza.

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Elina Nanna

Grazie alla intelligente regia dello stesso Pascale, che ha sostenuto in maniera convincente anche il ruolo di Remo, la pièce non ha turbato più di tanto la sensibilità degli spettatori, malgrado la drammaticità della vicenda narrata. Elina Nanna ha dimostrato grandi qualità interpretative. Ha reso molto bene il difficile ruolo di Ada De Montis, donna forte, decisa ma profondamente disturbata. Il suo è un personaggio dall’animo duro, perverso, che sembra provare piacere nel trattare tutti con alterigia. Riesce a indurire anche i suoi lineamenti e a forzare la voce che diventa tagliente come una lama. Severa nel suo abbigliamento luttuoso, ha il piglio di chi è abituata a comandare. All’opposto, Irene Geninatti Chiolero (Imma) è una donna poco appariscente, sottomessa. Ha un carattere debole che la rende facile preda della sorella, alla quale non sa resistere. Tra loro nasce una relazione ambigua, torbida e per questo sepolta in una casa-scrigno che con le sue stanze buie, senz’aria, nasconde segreti inconfessabili. Remo (Gianvito Pascale) e Bianca (Martina Sacchetti) sono due personaggi apparentemente secondari, ma non è così. Hanno un loro peso nell’economia generale del lavoro. Lui, il factotum di casa, sull’orlo della esasperazione, rompe il silenzio, prezzo da pagare per una grave colpa commessa in gioventù, e si confida con lei. L’imprevista intrusione dell’avvenente arredatrice nel delicato ménage delle sorelle De Montis provoca la rottura di un equilibrio ormai ben collaudato. Più che pregevole nel suo complesso la performance di questa nuova Compagnia, diretta da un giovane e interessante regista che con Senz’aria, sua “opera prima”, ha voluto narrare “una storia monca perché era mia intenzione far emergere il non detto, quelle cose che non devono dirsi perché non sta bene”. Fantastica, pur nella sua estrema semplicità, la scenografia di Ilaria D’Amato. Tutti i componenti della Compagnia, nata da pochi anni e alla sua prima esperienza «di giro» con questo riuscito spettacolo, hanno varie mansioni, tutte utili per la sua messa in scena: la scenografa è anche scenotecnica, le attrici sono sarte, attrezziste e organizzatrici, il regista è anche drammaturgo e attore. A proposito di Gianvito Pascale, chiudo con una curiosità. Forse pochi sanno che l’anno scorso è stato brillante interprete dei tre spettacoli allestiti dalla Compagnia Italiana di Operette. In quella occasione diede vita a personaggi molto ben caratterizzati e ricchi di efficace mimica e di prorompente vis comica. Nella mia recensione (leggi l’articolo), preconizzai che avremmo sentito senz’altro parlare di lui in futuro, e ciò si è puntualmente avverato. Lo ritroveremo ancora, a cavallo della fine dell’anno, in Cin Ci La e in Danza delle libellule, sotto la regia di Franco Barbero.


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