«Il nostro ultimo viaggio con Michele:
sulla cima del monte Fan Si Pan
gli brillavano gli occhi»
CESSAPALOMBO - Il 28enne morto domenica in un incidente con la sua moto era tornata dal Vietnam. Con lui c'erano Erik De Marco, Filippo Sileoni e Marco Eustacchi. Il loro ricordo: «Era in un momento un po' particolare, aveva bisogno di staccare e ritrovare sé stesso. Alla famiglia vogliamo dire che con noi è stato profondamente felice. Ci manca in un modo che non si può spiegare». Stasera la fiaccolata in suo onore, domani il funerale

Michele Caporali (in alto a destra) in Vietnam qualche giorno fa con gli amici Erik De Marco, Filippo Sileoni e Marco Eustacchi
di Marco Pagliariccio
Un viaggio di quelli che ti cambiano la vita. Una meta lontana, gli amici di sempre, tante avventure vissute con lo zaino in spalla. Ma Michele Caporali, 28enne di Cessapalombo, non ha avuto tempo di mettere a frutto quella esperienza indimenticabile, trovando la morte ad aspettarlo sulla rive del lago di Caccamo nella tarda serata di domenica.

Michele Caporali
Era tornato da qualche giorno dal Vietnam, dove, insieme a Filippo Sileoni e Marco Eustacchi, aveva raggiunto l’amico Erik De Marco, che da diversi anni vive nel Sud-est asiatico. Si erano voluti regalare un viaggio non da turisti, ma da esploratori: quattro giovani uomini alla scoperta di un mondo, per loro, tutto nuovo.
«Ci sono persone che, anche se restano con te per poco, riescono a lasciarti qualcosa che porterai dentro per tutta la vita. Michele, per noi, è una di quelle persone – raccontano Erik, Filippo e Marco, sconvolti dalla perdita di un amico con il quale hanno condiviso tanti momenti insieme – due settimane fa è partito con noi per il suo primo viaggio fuori dall’Europa. Era emozionato, ma anche agitato.
Ce lo diceva continuamente: aveva bisogno di questo viaggio. Sentiva di dover staccare da tutto, di respirare, di ritrovare un po’ di sé stesso. Era un periodo particolare per lui, come ogni ragazzo può averne nella sua vita, e questa vacanza voleva essere per lui il primo passo per uscire da quella quotidianità. All’inizio era il “solito Michele”, un po’ timoroso, quasi impaurito da queste “novità”. Se qualcuno gli faceva una foto e la voleva, chiedeva a noi di andare a parlare. E noi ridevamo: “Ma vai tu. Buttati. Tanto cosa può succedere?”. Lui ci guardava con quell’aria un po’ impacciata… poi sorrideva e ci provava».

Giorno dopo giorno i tre l’hanno visto cambiare. «Ogni giorno acquistava un po’ più di sicurezza. Parlava con le persone, chiedeva informazioni, rideva, scherzava. Quella timidezza che sembrava accompagnarlo da sempre stava lasciando spazio a un Michele più libero – continuano i tre amici – il terzo giorno siamo arrivati in un piccolo villaggio di montagna. I bambini correvano ovunque, ci sorridevano, giocavano con qualsiasi cosa trovassero. Non avevano praticamente niente, eppure sembravano avere tutto. Ricordiamo ancora lo sguardo di Michele mentre li osservava. Era rimasto senza parole. Mi disse una frase che mi è rimasta dentro: “Noi ci lamentiamo ogni giorno… e guarda loro quanto sono felici con niente”. Da quel momento abbiamo capito che quel viaggio non gli stava semplicemente facendo vedere posti nuovi. Gli stava cambiando il modo di guardare la vita».

Quindi uno dei momenti più iconici: l’ascesa al Fan Si Pan, la vetta più alta del Vietnam con i suoi 3.147 metri. «Avevamo dormito quattro o cinque ore la notte prima. Dodici chilometri di salita, stanchi morti – ricordano Erik, Filippo e Marco – Michele ha passato buona parte della camminata a lamentarsi e noi lo prendevamo in giro in continuazione. Ma appena siamo arrivati in cima, sul tetto dell’Indocina, è cambiato tutto. Aveva gli occhi che brillavano. Rideva come un bambino e continuava a ripetere: “Ragazzi… ce l’ho fatta. Sono arrivato quassù”. In quel momento non era solo arrivato sulla cima della montagna più alta dell’Indocina. Era arrivato anche sulla cima di qualcosa dentro di sé. E poi ci sono tutti quei ricordi che ci fanno sorridere anche oggi, tra le lacrime. Gli “sleeper bus”, dove nessuno di noi riusciva a chiudere occhio mentre lui russava beato come se fosse nel letto di casa. Le sue battute senza senso. Il suo tormentone “Push the button!”, accompagnato dall’immancabile pizzicotto sul capezzolo che ormai era diventato il suo modo assurdo di dirci “sono qui”. O quando, con quella faccia serissima che durava mezzo secondo prima di scoppiare a ridere, arrivava e diceva: “Senti un po’ che straccia de nerchia che m’ha fatto mamma”. Sono frasi che, dette così, faranno sorridere solo noi. Ma è proprio questo il punto. Michele era così. Riusciva a far ridere tutti senza nemmeno provarci. Bastava la sua presenza. Bastava lui. Ogni singolo giorno ci diceva la stessa frase: “Ragazzi… mamma mia che viaggio”. Era diventata la colonna sonora delle nostre giornate».

Negli ultimi giorni parlava già del futuro. «Mi diceva che sarebbe tornato a trovarmi a dicembre in Indonesia – dice Erik – faceva progetti, sognava nuovi viaggi. Ci raccontava che questo viaggio gli aveva cambiato il modo di vedere il mondo. Che non immaginava potesse essere così bello. Che sentiva di stare tornando a essere felice. Noi non abbiamo cambiato Michele. È stato lui ad avere il coraggio di comprare quel biglietto aereo, salire su quell’aereo e concedersi una possibilità. Noi abbiamo avuto soltanto l’enorme privilegio di essere lì, accanto a lui, mentre ritrovava il sorriso. Per questo oggi il dolore è indescrivibile. Continuiamo a chiederci perché. Continuo a pensare che tra pochi mesi dovrebbe scrivermi: “Zio, ho preso il volo.” Continuiamo ad aspettare un messaggio che non arriverà più. Ma se c’è una cosa che nessuno potrà mai portarci via è sapere che, nelle ultime settimane della sua vita, Michele era felice. Lo era davvero. Lo vedevamo negli occhi. Lo vedevamo nel modo in cui rideva. Lo vedevamo nella leggerezza con cui affrontava ogni giornata. E c’era una cosa che ci faceva sorridere ogni sera. Dopo infinite giornate trascorse tra trekking in montagna, lunghi viaggi in bus e chilometri macinati in scooter, trovava sempre il tempo per videochiamare sua sorella e i suoi genitori e raccontare loro tutte le avventure della giornata. Era il tuo modo di renderli partecipi, anche a distanza, di questo viaggio indimenticabile, permettendo loro di viverlo attraverso i suoi occhi. Un’abitudine che raccontava meglio di qualsiasi parola il bellissimo rapporto che li univa. Noi lo prendevamo in giro, ovviamente. Gli dicevamo: “Oh Michè, ancora al telefono?”. E lui ci insultava, ci menava e continuava a raccontare. Alla sua famiglia vogliamo dire grazie. Grazie per aver cresciuto un ragazzo dal cuore immenso. Grazie per averci regalato l’opportunità di condividere con lui quello che, senza alcun dubbio, è stato uno dei viaggi più belli delle nostre vite. Speriamo che possa darvi un po’ di conforto sapere che vostro figlio, in Vietnam, è stato profondamente felice. Ha vissuto ogni giornata con entusiasmo, con stupore e con quella meraviglia che solo chi riscopre se stesso riesce ad avere».

La gioia dei ricordi lascia spazio alle lacrime della perdita. «Michele, ci manchi in un modo che non si può spiegare. Ci mancheranno le tue risate, le tue battute, le tue lamentele durante le salite, le tue dormite infinite sugli sleeper bus, i tuoi scherzi stupidi che ci facevano avvelenare il sangue, e che oggi pagheremmo qualsiasi cosa per rivivere ancora una volta. Ci avevi promesso che ci saremmo rivisti a dicembre. Noi ci abbiamo creduto davvero. Fa male pensare che quell’abbraccio all’aeroporto sia stato l’ultimo. Fa male sapere che nessuno di noi immaginava che quello sarebbe stato l’ultimo “ci vediamo presto”. Ma una cosa è certa. Ogni volta che partiremo per un nuovo viaggio, ogni volta che arriveremo in cima a una montagna, ogni volta che incontreremo un bambino che sorride senza avere niente, penseremo a te. Perché una parte di te è rimasta su quelle strade del Vietnam, tra quelle montagne, tra quei villaggi e dentro ognuno di noi. Grazie per averci insegnato, senza volerlo, che a volte basta avere il coraggio di partire per ritrovare sé stessi. Ti vogliamo bene, fratello. Per sempre».
Stasera Cessapalombo ricorderà Michele Caporali con una fiaccolata che partirà alle 21,15 dalla scuola elementare. Il funerale è invece fissato per domani mattina alle 9,30 alla chiesa parrocchiale.