
Gianni Vigarani Gigli (al centro ) a Recanati quando il figlio di Tito Schipa ha voluto incontrarlo
di Donatella Donati
L’inizio di un film su Beniamino Gigli ci sembra già partire con un piede sbagliato. Da una lunga telefonata avuta con Giovanni Vigarani, Gianni per me che lo conosco da tanti anni, il figlio di Beniamino Gigli facente parte della sua seconda famiglia quella non ufficiale non registrata all’anagrafe ma ugualmente vera e viva e conosciuta da tutti anche se oscurata dal folle perbenismo di una certa società, ho saputo che nessuno di coloro che si occupa del film si è rivolto a lui, l’unico testimone vivente insieme con una sorella della seconda vita del grande tenore.
La prima famiglia quella legale non c’è più perché sia la moglie Costanza sia i figli Rina e Enzo sono morti e la memoria ufficiale è affidata ai parenti, i nipoti. Ma lui il figlio amatissimo e seguitissimo insieme con le due sorelle delle quali una sola vivente in nessuna occasione ufficiale viene riconosciuto e presentato come unico erede vivente di Gigli. Non ha il suo cognome, ma quello della madre Lucia Vigarani perché la legge modificata solo recentemente non consentiva il riconoscimento formale dei figli nati fuori dal matrimonio né l’assegnazione ad essi del cognome paterno. Erano in una specie di limbo, esistevano perché il padre si occupava di loro e ne seguiva la crescita ma nell’opinione generale e nei registri dell’anagrafe non c’era nessuna relazione con la vera paternità.

La Comunione della figlia Rina
In una tenera lettera di Beniamino scritta nel 1948 da Santiago del Cile a Lucia Vigarani c’è l’ampio e incontrovertibile riconoscimento della sua paternità e della sua passione per la compagna segreta con parole dolcissime che Lucia Vigarani in una intervista rilasciata nel 1990 ha letto con commozione e malinconia.
Nella vita delle tre “tenere creature, conservate come reliquie e oggetti sacri” Beniamino è stato presente fino alla morte. L’ultima immagine che Gianni ha del padre è quella di lui malato e sofferente dietro i vetri della stanza da letto della sua casa a Roma mentre saluta il suo ragazzo, che passa sotto nella strada, con un gesto affettuoso della mano. Vivevano in case non lontane tra loro che consentivano a Beniamino rapide fughe per incontrarli e così sempre nella loro vita c’era stato questo necessario nascondimento perché la brutalità della legge li perseguitava.

Sempre durante la Comunione con il maestro Sivieri
Ma il film potrebbe essere l’occasione giusta per fare della vita di Gigli non la solita storia dolciastra e superficiale dei suoi successi e della sua fama ma quella di un uomo vero dalla voce magnifica e dai sentimenti naturali e comuni che si esprimono attraverso le varie fasi della vita e non sono più legati a nessuno anzi fanno luce ad una personalità più nuova e più vera di quella della superficiale santificazione.
Gianni è il ritratto del padre, ha la voce tenorile e un po’ femminile del padre, ha in comune con lui e con il fratellastro Enzo segni incontrovertibile nel corpo, ha l’educazione e la signorilità della famiglia Gigli, è uno di loro e il più stretto erede morale del padre.
Coraggio dunque al regista e allo sceneggiatore, affinché si oppongano a tutti gli stereotipi e producano quel film di verità che solo può aver successo nel tempo.
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oddio definire vero uomo o uomo vero un quarantacinquenne sposato che si porta a letto una ragazzina di 18, vabbè: sarà stata la zia di Mubarak.