San Giuliano non passa dalla porta
La processione inizia senza statua
MACERATA FESTEGGIA IL PATRONO - Imprevisto dopo la messa in duomo. Il vescovo Marconi invita a proseguire: «Cosa conta di più un pezzo di legno o la nostra fede? Andiamo». Omelia incentrata sui temi di ospitalità, misericordia e pellegrinaggio - FOTO
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(In alto la galleria fotografica di Andrea Petinari)
di Marco Ribechi
San Giuliano salvato dall’acquazzone estivo ma non dagli imprevisti nel giorno della sua celebrazione. Infatti, dopo la tradizionale messa in onore del patrono, al momento di cominciare la processione con le reliquie, non è stato possibile far passare la statua con l’effige del Santo dalla porta principale del Duomo di Macerata. Armati di scala i fedeli hanno inutilmente provato a sbloccare i ganci di ferro che bloccavano le ante superiori dell’uscio. Indugio prolungato per vari minuti, fin quando è arrivato l’ordine di partire senza statua. A comandarlo lo stesso vescovo Nazzareno Marconi che ha affermato: «Cosa conta di più un pezzo di legno o la nostra fede? Andiamo».
Così per alcuni metri la processione è partita senza la statua del Santo, ma comunque con la reliquia del braccio saldamente sorretta dal vescovo. Solo la caparbietà di alcuni ha permesso il regolare svolgimento del corteo. In pochi secondi infatti è stato aperto l’ingresso laterale e San Giuliano a cavallo è potuto finalmente uscire allo scoperto a salutare la città che lo stava celebrando. Un applauso allegro e fragoroso ha posto fine al siparietto per restituire la solennità delle celebrazioni che sono riprese in direzione piazza della Libertà, corso della Repubblica e piazza Vittorio Veneto. Centinaia i maceratesi che hanno seguito la reliquia di San Giuliano la cui distintiva ospitalità è stata più volte ricordata da don Nazzareno Marconi durante la messa delle 18.
La vita di San Giuliano è stata infatti presa come esempio per l’attualità, come simbolo da imitare. Il pellegrinaggio con cui il santo ha espiato la colpa dell’omicidio commesso ai danni dei propri genitori diventa, nelle parole del vescovo, un’occasione di crescita interiore: «Il nostro santo e la sua sposa ci insegnano che è diventando pellegrini che si scopre il vero senso della vita. Bisogna mettersi in cammino per scoprire chi siamo ed è con questo spirito che vivremo il Giubileo della misericordia, la sfida del nuovo anno pastorale».
E ancora, proprio nella giornata in cui la Croce rossa ha soccorso alcuni profughi pakistani che dormivano nel piazzale dell’ufficio immigrazione (leggi l’articolo), monsignor Marconi ha ricordato dell’importanza di «Ospitare e non scartare, accogliere e non erigere mura di cinta, salvare e non gettare al mare, sono parole che ognuno deve riconoscere come vere. Perché facciamo tanta fatica ad essere ospitali?». Conclude il vescovo dicendo che il pellegrinaggio educa ad una ricchezza di umanità ed ospitalità e insegna a vincere tre tipi di tentazione: quella di seguire la massa, quella di arrendersi e abbandonare l’impresa e quella di camminare da soli senza considerare gli altri. Un invito finale ha concluso l’omelia: «Chiediamo a San Giuliano di aiutarci in questo anno santo a diventare veri pellegrini sulle strade di Dio ed aprendoci al dono della misericordia diventare un popolo ospitale, che sappia rispondere insegnando al mondo, con i fatti e non solo a parole, la giustizia e l’amore».
L’omelia di San Giuliano del vescovo Nazzareno Marconi. Il testo integrale:
Quando celebriamo la festa di un Santo, accanto alla parola di Dio abbiamo la parola della tradizione. Non dobbiamo confondere il valore delle tradizioni umane con la Parola che giunge dall’alto, ma sarebbe un errore non ritornare a ciò che le generazioni precedenti hanno narrato su San Giuliano, come ad un prezioso insegnamento per la vita di ogni credente e di ogni epoca. I racconti antichi, come la leggenda di San Giuliano tramandata da Jacopo da Varagine nella Leggenda aurea del XIII secolo, hanno un contenuto che non va letto solo con gli occhi dello storico, ma anche con l’attenzione al loro ricco significato simbolico. Secondo la leggenda il nostro San Giuliano è un giovane fortunato, che rincorre il successo e lo consegue al massimo, almeno secondo le idee del tempo: diventa cavaliere, conquista un castello, sposa una bella dama. Ma nella sua vita giunge il dramma, quando accecato dalla gelosia, dal timore di perdere tutto quello che ha conquistato, uccide nella notte il padre e la madre, che aveva abbandonato e che non è stato più capace di riconoscere.
Senza dover scomodare Freud e la psicanalisi, la lezione simbolica di questa prima parte del racconto sembra chiara e vale anche per noi. Nulla di male nel rincorrere il successo ed il benessere. Ma il rischio è che ci dimentichiamo che la vita non è nostra proprietà, ma che ci è stata donata dai nostri genitori ed attraverso essi da Dio. San Giuliano, che dimentica di essere una creatura e non il creatore, giunge così a compiere l’errore più grave. L’enciclica Laudato Sii di papa Francesco ed il Convegno della Chiesa italiana a Firenze, a cui ci stiamo preparando, ci ricordano che la vita prende il giusto senso quando usciamo dal nostro egoismo e ci riconosciamo creature, legati a Dio ed agli altri. L’antichissima storia di San Giuliano continua, narrando come insieme alla moglie decida di diventare pellegrino, per espiare la sua colpa, finché il Signore non gli indicherà che ha raggiunto la sua meta. I genitori di San Giuliano si erano fatti pellegrini per cercare il figlio fuggito, immagine di Dio che come un padre ed una madre non cessa di cercarci.
Ora il nostro santo e la sua sposa ci insegnano che è diventando pellegrini che si riscopre il vero senso della vita. Bisogna mettersi in cammino per comprendere chi siamo, con i nostri peccati e le nostre virtù e cosa Dio vuole da noi. In questo nuovo anno pastorale che abbiamo davanti, ci attende la grande sfida spirituale del Giubileo della misericordia. Lo vivremo, secondo le indicazioni del Papa e l’esempio di San Giuliano, facendoci pellegrini. Se il pellegrinaggio però fosse fatto solo con i piedi e non fosse un vero itinerario del cuore, il suo valore sarebbe ben modesto. Siamo chiamati a metterci in cammino per ritrovare il giusto senso della vita, che va dal dono ricevuto nella nascita al dono restituito nella morte. Alla fine dei nostri giorni restituiremo a Dio una vita arricchita dal bene compiuto, o svuotata di ogni valore dall’egoismo e dalla disattenzione agli altri? Questa è la domanda cruciale!
La storia di San Giuliano culmina quando la famiglia di pellegrini, composta da Giuliano e dalla sua sposa, diventa una famiglia di “Ospitalieri”. Oggi sarebbe facile applicare la tradizione di Giuliano ospitaliere alle sfide che la società e la storia ci pongono davanti. Ospitare e non scartare, accogliere e non erigere mura di cinta, salvare e non gettare in mare, sono parole che ognuno riconosce come vere. Perché però facciamo tanta fatica ad essere ospitali? Perché se giustamente l’Italia fa un passo in più in questa direzione, l’Europa non la segue? Anzi paura e la chiusura di certi stati sembra contagiarci?
La nostra storia ci insegna che S. Giuliano è diventato ospitaliere, perché per tanti anni è stato pellegrino e si è lasciato educare dal pellegrinaggio. Il pellegrinaggio infatti educa ad una ricchezza di umanità, se ne comprendiamo il valore che abbiamo sopra descritto: la vita non è la nostra, ma è insieme un dono ed un compito. Inoltre il pellegrinaggio educa chi lo compie a crescere in umanità ed ospitalità, mano a mano che impara a vincere le tre tentazioni del pellegrino. Sono infatti soprattutto tre le tentazioni che ogni pellegrino deve sempre sconfiggere e che nascondono tre grandi valori che rendono poi ospitalieri. La prima tentazione è quella di seguire la massa. Il pellegrino non è un vagabondo che cammina senza sapere dove andare, per cui segue dove va la massa senza chiedersi se è la direzione giusta.
Il pellegrino ha una meta e porta nel cuore una preghiera: Signore guidami sulla via della vita! La seconda tentazione è quella di abbandonare l’impresa quando compaiono le difficoltà, di far marcia indietro quando le cose diventano difficili e non vanno secondo i nostri calcoli, quando dobbiamo rinunciare a qualcosa, perché se siamo troppo carichi di cose non possiamo camminare. Il pellegrino sa fare sacrifici e porta nel cuore una preghiera: Signore fa che non tema di portare la croce! La terza tentazione è quella di camminare da soli. S.Giuliano si fa pellegrino con la sua sposa perché nel cammino della vita ha vinto la tentazione di voler camminare senza gli altri, senza contare su di loro, senza considerarli, senza guardarli, senza dare una mano quando ne hanno bisogno. Il pellegrino non è chiuso nell’egoismo e porta nel cuore una preghiera: Signore fa che guardi ad ogni uomo come ad un fratello! Chiediamo a san Giuliano di aiutarci in questo Anno Santo a diventare veri pellegrini sulle strade di Dio ed aprendoci al dono della misericordia diventare un popolo ospitale, che sappia rispondere insegnando al mondo, con i fatti e non solo a parole, la giustizia e l’amore.















È cresciutu lu santu
Per me era un segno divino, San Julià s’è stufato de fasse portà in giro.
Ma come?
gradirei conoscere la storia del santo… chi mi aiuta???
Se’ ngrassatu!
Sì sì, tutti bravi a parlare , a fare omelie, a indicare la via di San Giuliano, ma quanti dei 12 pakistani oggi hanno mangiato alla tavola del vescovo, del sindaco, dei deputati, assessori , presidenti, consiglieri del Comune, della Provincia, della Regione, tutti in prima fila sui banchi e in processione?
c’e’ sempre passato basta aprire la porta tutta quanta…….
Beh, fra qualche giorno mangeranno e dormiranno meglio assettati. Avranno docce, vestiti, cibi in sintonia. Insomma, se sono poveri verranno aiutati. Eppoi non avere casa è una fortuna, ti risparmiano lo stress di uno sfratto che comunque riguarda solo coloro che siano in grado di dimostrare di essere italiani.
Per me je sete rotto li coiomberi a forza de chiamallo San Julià l’ospitaliere!
Valerio Vitali.
Giovane di nobile stirpe, Giuliano, cacciatore audace e anche violento, durante una battuta di caccia trafisse un cervo con una freccia. L’animale ferito a morte si rivolse miracolosamente al giovane, proferendo un’oscura minaccia: “M’insegui per uccidermi, proprio tu che sarai l’uccisore di tuo padre e di tua madre”. Inorridito, nel timore che la profezia si compisse, Giuliano fuggì. In un paese lontano si rifece una vita conquistando nuovamente fama, onori e ricchezza con una condotta giusta e valorosa. Conobbe una nobile fanciulla, la sposò e visse con lei una vita apparentemente serena.
La profezia del cervo sembrava del tutto scongiurata. Ma la vita tranquilla male si confaceva all’animo irrequieto di Giuliano, che veniva assillato da oscure tensioni e ingiustificabili paure, come il timore di essere tradito dalla fedele sposa.
Intanto i suoi genitori, all’oscuro di tutto, erano distrutti dal dolore.
Non rassegnandosi però alla scomparsa del figlio, dopo lunghe e penose ricerche, riuscirono a rintracciarlo.
Si misero allora in cammino e dal natio castello, con un estenuante viaggio, giunsero alla casa del figlio. La giovane nuora li accolse con gioia e per dimostrare la propria ospitalità li fece riposare nella camera matrimoniale.
Nel cuore della notte Giuliano, roso dalla gelosia, piombò in casa ed entrato nella camera nuziale vide giacere le due persone. Convinto, nell’oscurità, del tradimento della moglie fu preso da una furia superba e, sguainando la spada, uccise i due dormienti. Alle grida, giunse la sposa.
E la tragedia si svelò in tutta la sua terribile assurdità. Colto da un grande orrore e smarrimento per il gesto sconsiderato che aveva compiuto, Giuliano lasciò il castello e andò a vivere in una capanna in riva ad un fiume. Lì condusse una vita di espiazione, rifugiandosi nella misericordia divina, aiutando i pellegrini e i viandanti, traghettandoli sull’altra riva del fiume e curando le loro malattie. Da qui il nome Ospitaliere.
Finché, in una notte d’inverno, Giuliano accolse nel suo ospizio un povero lebbroso. Che si rivelò essere Gesù, venuto per ringraziarlo e dirgli che la sua espiazione era terminata, e quella stessa notte sarebbe stato con lui in Paradiso.
Che Macerata abbia per patrono un personaggio leggendario, fiabesco, mai esistito la dice lunga sul rigore
intellettuale e etico dei suoi abitanti, soprattutto sulla loro pecoreccia sottomissione al potere clericale.
Che moccolotti
Un mini-Giubileo. Saranno sinceri gli officianti? Finita la festa sarà gabbatu lu santu? Ci saranno conversioni?
beh ricordiamo che Santa Rita da Cascia…fu creata per dare indotto ad una zona che definere depressa era poco e