La Folgore nelle mani di Debora Sanna:
«Chiamatemi direttore generale,
conta il lavoro, non il genere»
CASTELRAIMONDO - Il club sceglie in "rosa", ma alle spalle c'è di più: le esperienze a Matelica e alla Jesina. «Da piccola mia madre mi metteva davanti alle partite anziché ai cartoni animati. Ogni donna in un ruolo di vertice ha sperimentato la sensazione di dover dimostrare qualcosa in più. Vorrei che il lavoro sia l'unico metro di giudizio per il mio operato»

Debora Sanna, nuova direttore generale Folgore Castelraimondo
di Alessandro Vallese
Fa ancora notizia. Non dovrebbe, ma nel calcio marchigiano una donna alla guida dell’area gestionale di una società continua a essere un’eccezione. La Folgore Castelraimondo ha scelto Debora Sanna come nuovo direttore generale, affidandole uno dei ruoli più delicati dell’organigramma. Una nomina che va oltre il semplice avvicendamento societario e riporta l’attenzione sulla presenza femminile nei vertici del calcio regionale.
Negli ultimi anni il precedente più significativo è stato quello di Roberta Nocelli, protagonista della crescita del Matelica (poi diventato Ancona) fino ai professionisti, prima come vicepresidente, poi come direttore generale e infine presidente. Oggi, a distanza di qualche stagione, è ancora difficile trovare donne con lo stesso ruolo nelle società marchigiane. E c’è anche un curioso filo che lega le due storie: anche Debora Sanna ha maturato una parte importante della propria esperienza proprio a Matelica, come segretaria generale, prima di approdare alla Jesina e ora alla Folgore Castelraimondo.
Per lei, però, il punto non è il primato…
«Preferisco essere chiamata “direttore generale”. Credo fermamente che il titolo debba identificare la funzione e la responsabilità che ricopro, indipendentemente dal genere. Il mio obiettivo è che il ruolo sia riconosciuto per la qualità del lavoro svolto, non per una declinazione grammaticale o di genere».
Una posizione che sintetizza bene il suo modo di intendere il calcio. La passione, racconta, nasce da lontano…
«Da bambina mia madre mi trovava spesso davanti alle partite in televisione invece che ai cartoni animati. Poi ho iniziato ad aiutare una piccola società sportiva del posto in cui abitavo e ho capito che dietro ogni risultato c’è un lavoro di squadra invisibile. È quell’energia che mi ha conquistata e che, nel tempo, è diventata una professione».
Com’è andato il suo approdo alla Folgore?
«Con la proprietà c’è stata subito sintonia sugli obiettivi e sulla voglia di costruire qualcosa di solido. Mi ha convinto una società sana, che vuole crescere attraverso una pianificazione seria. Non ho avuto dubbi».
Essere una delle pochissime donne a ricoprire questo incarico, però, porta inevitabilmente anche una responsabilità…
«Non guardo tanto al primato quanto al fatto che, se sono qui, significa che c’è spazio per chi ha competenza e determinazione. Spero che la mia presenza possa ispirare altre donne a seguire questa strada, dimostrando che nel calcio è il valore espresso a fare la differenza».
Com’è stato il suo percorso?
«Ogni donna in un ruolo di vertice ha sperimentato la sensazione di dover dimostrare qualcosa in più. Ti senti addosso l’obbligo di essere più preparata, più attenta, quasi infallibile per essere presa sul serio. Col tempo ho trasformato questo ostacolo in uno stimolo a migliorarmi continuamente».
Quale può essere il valore aggiunto nella gestione di una società?
«Ogni persona porta con sé il proprio vissuto. Le donne spesso hanno una naturale capacità di mediazione e una visione più analitica dei processi. Io cerco di unire fermezza nelle decisioni, programmazione a lungo termine e attenzione verso l’elemento umano, che è il cuore pulsante di qualsiasi società».
Alla fine, però, torna sempre allo stesso concetto. Quello che conta non è essere una donna in un ruolo tradizionalmente maschile, ma il lavoro svolto…
«Voglio essere ricordata come un bravo direttore generale. Il traguardo ultimo non è distinguersi in quanto donna, ma far sì che il lavoro sia l’unico metro di giudizio possibile».