Lunga e diritta correva la strada…

Quando la vita, nel viaggio di ritorno del sabato sera, è appesa ad un filo
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Giuseppe Bommarito

di Giuseppe Bommarito *

Elisa dall’alto guardava l’auto che giaceva rovesciata nel greppo di fianco alla strada, con i fari ancora accesi che illuminavano alcune grosse zolle di terra lavorate da poco. Vedeva benissimo nonostante il buio della notte, e il suo sguardo riusciva ad entrare anche nell’abitacolo. Silenzio assoluto fuori e dentro l’auto, solo il fruscio leggero di una ruota che seguitava a girare sempre più lentamente. Un istante prima, invece, lo stridore insostenibile di una frenata senza fine, il rumore della macchina che come una scheggia impazzita scarrocciava sull’asfalto sino a rovesciarsi più volte, i vetri in frantumi, urla di terrore lanciate verso il cielo, il chiasso insopportabile delle lamiere che sbattevano e rimbalzavano sull’asfalto, e poi quello schianto tremendo, quasi un boato, contro un muretto, sino a quando l’auto, ormai capovolta, era scivolata in quel piccolo fosso laterale e lì finalmente si era acquietata.

Era frastornata Elisa, anche per quel bagliore più candido del bianco che l’aveva quasi accecata nel momento del botto. Vedeva nell’auto due corpi straziati ormai senza vita, il suo e quello di Gianni, entrambi assurdamente a testa in giù e con schegge di vetro conficcate dappertutto, stretti senza pietà tra le lamiere delle fiancate, il tettino del mezzo tutto deformato, i palloni degli airbag che esplodendo avevano invano cercato di fare il loro dovere. Vedeva, ma ancora non capiva bene cosa fosse successo.

Sì, adesso, qualcosa ricordava. Poco prima in discoteca, alle tre e mezzo, aveva chiesto con insistenza a Gianni di accompagnarla a casa. Era stanca, e poi Gianni da qualche settimana le piaceva proprio. Chissà, poteva essere l’occasione buona per combinare qualcosa e magari mettersi anche insieme. Chiara, la sua migliore amica, non era d’accordo. Le aveva detto: “Sei matta a tornare a casa con quello? Non lo vedi che è strafatto di pasticche? Le ha offerte a tutti, anche a me. Ha pure bevuto in continuazione, io l’ho visto sempre con il bicchiere in mano. Aspetta ancora un po’ e poi torneremo insieme con il gruppo, come sempre”. Ma Elisa, che a sua volta non poteva certo dirsi lucida e consapevole (aveva mandato giù una pasticca verso le due e bevuto qualche spumantino offerto dai tanti che le giravano intorno), non aveva voluto sentire ragioni. D’altra parte, quante volte sia lei che altri del gruppo erano tornati a casa all’alba con le proprie auto in condizioni pietose, senza ricordarsi nulla del viaggio di ritorno, del percorso seguito, dei fuori strada e degli incidenti evitati per qualche misteriosa ragione solo all’ultimo secondo?

“Chissà perché non le ho dato ascolto?”, si chiese Elisa volteggiando leggera, ora meno scossa e in preda ad uno strano benessere. In quel frattempo sopraggiunse un auto sul luogo dell’incidente, rallentò attirata dai fari sghembi dell’auto nel greppo e si fermò. Ne scesero due ragazzi, che si avvicinarono cautamente con una torcia, sbirciarono all’interno dell’abitacolo e chiesero timorosi ai due occupanti: “Tutto bene?”, senza ricevere risposta alcuna. Uno si mise le mani nei capelli, l’altro subito si attaccò al telefono. Elisa li percepì pieni di ansia e di paura mentre chiamavano un’ambulanza e spiegavano il punto esatto del disastro: “Presto, fate presto, qui c’è stato un incidente grosso, l’auto è rovesciata e tutta accartocciata, dentro ci sono due persone che sembrano morte. No, non ne siamo sicuri, però non rispondono”.

Elisa in quell’esatto momento capì di essere morta e di essere ormai entrata in un’altra vita. Però non riusciva ancora a spiccare il volo e ad allontanarsi, qualcosa ancora la tratteneva. Si trovò senza volerlo a ripercorrere il breve viaggio di ritorno fatto con Gianni (ormai ne era certa: non verso casa, ma verso l’altra dimensione). Lui era veramente e decisamente su di giri e fuori di testa. Nel parcheggio, appena saliti in macchina, l’aveva baciata tirandola con forza a sé, mentre con le mani (ma quante ne aveva?) esplorava asssiduamente tutto il suo corpo. Sembrava preso da un impulso irrefrenabile. La toccava e si faceva toccare di continuo, incurante di tutto e di tutti.

Poi, dopo qualche minuto di incessante e abbastanza inconcludente palpeggiamento, si era fermato di colpo, come se avesse finito la carica, come se all’improvviso nel suo cervello in panne fosse arrivata una qualche segnalazione che il tempo era ormai scaduto. Aveva fatto con il cellulare un paio di telefonate a qualche amico già in strada per sincerarsi che nei paraggi non ci fossero poliziotti o carabinieri muniti di etilometro e narcotest e alla fine senza dire una parola era partito a tutta velocità con il macchinone del padre, un suv che sembrava nuovo di zecca. Il percorso secondario che Gianni aveva imboccato all’inizio era tutta una curva, tanto che Elisa, lievemente meno appannata rispetto a quando aveva deciso di venir via dalla discoteca, pensava, senza agitarsi troppo in verità, che prima o poi sarebbero finiti fuori strada. Non era preoccupata di morire, pensava solo che sarebbero finiti in mezzo a qualche campo coltivato a grano, da dove un trattore li avrebbe faticosamente tirati fuori, tra le risate e le prese in giro di quelli del suo gruppo. Questa, e solo questa, era la sua preoccupazione mentre il fuoristrada mordeva la strada e ondeggiava pericolosamente tra una curva e l’altra. Ad un certo punto, dopo tre o quattro chilometri, le curve erano finite e la strada ancora da percorrere si era presentata nel buio della notte larga e rettilinea davanti ai loro occhi un po’ stralunati. Nessuno davanti a loro, neanche in lontananza, solo ogni tanto i fari di qualche auto in senso contrario. Gianni senza dire nulla lanciò all’improvviso un sorriso dolce ad Elisa, e quel sorriso la riempì di piacere, ben più dei maneggiamenti insulsi di poco prima.

La ricostruzione di Elisa fu interrotta dalle sirene e dai lampeggianti delle ambulanze, che stavano arrivando sul luogo dell’incidente veramente in un tempo record. Subito dietro di loro, a squarciare ancora il silenzio e il buio della notte, la macchina dei carabinieri e un mezzo dei vigili del fuoco. Nonostante il gran vociare, l’agitazione, i movimenti convulsi e gli occhi pieni di lacrime, sembravano tutti molto professionali in quel gran caos ordinato. Come prima cosa i carabinieri chiusero la strada al traffico e allontanarono con mala grazia i due ragazzi che avevano dato l’allarme, rimasti fermi nel luogo dell’incidente. Poi il medico del 118, scuotendo la testa dopo essersi avvicinato all’auto rovesciata, disse che in quelle condizioni non poteva pronunciarsi con certezza, perché prima bisognava estrarre i corpi e per farlo occorreva segare le lamiere. Entrarono allora in funzione le fiamme ossidriche dei vigili per tagliare le fiancate del mezzo, sprigionando un rumore stridente e lampi di luce azzurrina.

Quella luce strana e vagamente spettrale riportò Elisa all’indietro, agli ultimi istanti della sua vita terrena, quando, circa un minuto dopo che Gianni le aveva sorriso così dolcemente, si era accorta che l’auto, in forte accelerazione sul rettilineo, di scatto aveva deviato a sinistra invadendo l’altra corsia. Elisa allora aveva urlato con tutta la voce e la paura che aveva in corpo e Gianni, riaperti gli occhi, si era attaccato ai freni e aveva disperatamente sterzato dall’altra parte. Il fuoristrada, però, per la gran velocità e l’improvvisa sterzata, quasi subito si era capovolto su un fianco e dopo una o due giravolte su se stesso si era schiantato contro quel muretto malefico.

Intanto i vigili del fuoco avevano finito il loro lavoro e gli infermieri erano riusciti ad estrarre i due corpi e a sistemarli sulle barelle già pronte. Il medico, che già aveva capito tutto, ci mise un attimo ad emettere la sua diagnosi senza speranza, poi si fece da parte con tanta tristezza nel cuore, come se non fosse ormai abituato a situazioni del genere, e lasciò campo libero ai carabinieri che, grazie alla targa del mezzo e ai documenti rinvenuti, riuscirono velocemente a identificare le giovani vittime. Qualcuno, di lì a poco, si sarebbe preso il triste compito di telefonare ai genitori dei due ragazzi.

Elisa percepì per un attimo i volti dei suoi genitori sconvolti dal dolore, ma adesso doveva proprio andare, non aveva più tempo. Il suo fratellino, morto qualche anno prima per una brutta malattia, la stava aspettando sorridente nel bagliore che aveva davanti e lei ora doveva riconsiderare tutta la sua breve vita, anche nei minimi dettagli, doveva giudicarsi e assegnarsi l’inferno o il paradiso. Non era certo un impegno da poco.

* * *

Elisa e Gianni, assurdamente morti nell’alba della loro vita in uno dei tanti incidenti del sabato sera, sono due nomi di fantasia, ma quanto è loro accaduto nel racconto è frutto sia di fantasia che di tragica realtà.

Purtroppo ogni fine settimana di incidenti così ne potrebbero accadere a decine solo nella nostra provincia, perché non tutti, ma comunque tanti, troppi ragazzi escono dalle discoteche, dove si entra non prima dell’una di notte, alle quattro, anche alle cinque, e poi, incuranti del fatto di essere storditi dalla droga, dall’alcol, dai decibel delle casse acustiche sparati per ore nella loro testa, dal sonno e dalla stanchezza fisica, si mettono incoscientemente alla guida dei propri mezzi per ritornare a casa, riuscendo con pochi e facili accorgimenti a schivare quasi sempre i controlli delle forze dell’ordine, posizionate di solito nelle strade più trafficate.

Loro non lo sanno, o fanno finta di non saperlo, ma è come se ogni volta dessero vita ad una macabre roulette con una pistola puntata alla tempia. Può andar bene, e spesso va bene, grazie alla fortuna oppure – per chi ci crede – grazie all’aiuto di schiere di angeli custodi in servizio permanente effettivo, ma la possibilità di schiantarsi con l’auto nel viaggio di ritorno dopo le fatiche e il divertimento forzato del sabato sera, riportando lesioni spesso gravissime se non mortali, è in ogni caso una possibilità più che concreta.

Questa è la verità, ben conosciuta purtroppo anche da molti genitori che di sera, nel fine settimana, vedono uscire di casa i loro figli e ogni volta nel loro cuore si chiedono in quali condizioni faranno ritorno e soprattutto se faranno ritorno, come se stessimo in guerra, al fronte. Non riescono a chiudere occhio sino a quando non sentono aprire la porta di casa, perché sanno che i ragazzi, anche minorenni, andranno a divertirsi prima in qualche bar di tendenza dove mangeranno qualcosa e inizieranno a bere, per poi spostarsi in tarda notte in qualche discoteca dove seguiteranno a bere e forse butteranno giù anche pasticche di ecstasy ed altra robaccia (ketamina, ad esempio), per poi ripresentarsi all’alba dopo un viaggio di ritorno interamente condotto sul sottile crinale che divide la vita e la morte.

Le forze dell’ordine nei fine settimana fanno quello che possono, ma sino a quando non entreranno nell’ordine di idee di andare frequentemente dentro i locali (a sorpresa ed anche con elementi in borghese, per vedere e sanzionare con durezza quello che veramente succede lì dentro, cioè di tutto e di più), anziché aspettare i ragazzi fuori con i palloncini dell’etilometro, la loro azione di contrasto e di prevenzione, per quanto in ogni caso utile, sarà sempre poco efficace.     

Controlli all’interno dei locali sistematici e a sorpresa da parte di polizia, carabinieri e guardia di finanza; sospensioni anche lunghe delle licenze dei locali ove si evidenziano attività di spaccio e di vendita di alcolici a minorenni (ed anche a maggiorenni in evidente stato di ubriachezza), oppure risse o presenze di pregiudicati; anticipazione dell’orario di chiusura delle discoteche, riportandolo a standard europei (dove i locali chiudono all’una o al massimo alle due di notte); intensificazione del servizio discobus, anch’esso periodicamente monitorato dalle forze dell’ordine; ripresa dei rilievi statistici dell’Istat circa la sinistrosità stradale connessa all’ombra lunga dell’alcol e della droga, assurdamente sospesi a partire dal 2009, sebbene utilissimi per arrivare ad una valutazione reale del fenomeno; applicazione di sanzioni certe per chi guida ubriaco o drogato, con l’introduzione della nuova figura di omicidio stradale. Tutte misure che, salvo l’ultima (che richiede una modifica legislativa), sono già consentite dalla normativa attuale.

Queste, e non altre, sono le misure di sostanza, e non di facciata, che veramente potrebbero contrastare l’assurda strage del sabato sera, che vede giovani e giovanissimi come la fascia più significativa dei responsabili e delle vittime e che è in gran parte correlata all’uso di alcol e di sostanze stupefacenti. Altrimenti, non resta che sperare nella Divina Provvidenza.

* Avv. Giuseppe Bommarito

Presidente onlus “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza”



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