«A casa vincisgrassi e frappe,
tornare a Macerata per noi
era come andare a Disneyland»
L'INTERVISTA a Juan Pedro Brandi, economista e professore universitario di microeconomia dell’università di La Plata, vicepresidente del Consiglio dei marchigiani all’estero. La storia di emigrazione iniziata con il padre Giuliano Brandi, che a 17 anni ha lasciato Tolentino, l'impegno nella comunità italiana in Argentina e il contributo alla cooperazione accademica tra i due Paesi

Giuliano Brandi (a sinistra) con il figlio Juan Pedro (a destra)
di Maria Cristina Pasquali
Juan Pedro Brandi è il vicepresidente del Consiglio dei marchigiani all’estero. Scopriamo la storia di emigrazione della sua famiglia, iniziata con il padre Giuliano Brandi, che a 17 anni possedeva già un encomiabile spirito di avventura, lasciando Tolentino nel 1963. Juan Pedro è responsabile della gestione del comitato esecutivo e delle questioni didattiche ed accademiche del Consiglio dei marchigiani all’estero. Nel corso degli anni si è sempre distinto per il suo impegno nella comunità italiana in Argentina, la comunità marchigiana all’estero e per il suo contributo alla cooperazione accademica tra Italia e Argentina. Essendo economista, attualmente lavora come direttore di trasferimento tecnologico all’Università nazionale di La Plata e come consulente associato allo Studio Berensztein di Buenos Aires oltre ad essere professore universitario di microeconomia I dell’Università di La Plata. È nato a La Plata nel 1977, sposato con due figli.

L’esecutivo dei rappresentanti dei marchigiani con il commissario sisma Guido Castelli (a sinistra)
Di dove erano i suoi genitori ?
«Mio padre, Giuliano Brandi, è originario di Tolentino. Mia madre invece è argentina, anche lei di origini italiane, sua madre era genovese, di Cogoleto e suo padre era di origine piemontese, di Mondovì».

Giuliano Brandi in nave
Quando e perché lui decise di lasciare Tolentino?
«Mio padre decise di emigrare da giovanissimo a 17 anni. Appartiene alla tipica famiglia contadina marchigiana del dopoguerra. I miei nonni erano mezzadri che vivevano e lavoravano in campagna vicino alla parrocchia di San Giuseppe a Tolentino. Mio padre era il più giovane di tre fratelli, nato nel 1946; erano tempi di duro lavoro. Mio nonno era tornato dalla guerra in Albania. La vita non era facile e mio padre aveva una gran voglia di crescere di uscire dal perimetro del suo paesello per tentare la fortuna lanciandosi in nuove avventure. Era il 1963. Anche se è vero che mio nonno aveva un fratello già emigrato in Argentina molto prima, non esiste alcun legame diretto con la storia di mio padre, poiché mio nonno era il più giovane della sua famiglia. Invece il fratello, emigrato precedentemente, era il maggiore e i due si conoscevano appena».

Giuliano-Brandi da giovane con la moglie
Che titolo di studio aveva suo padre? Che lavoro trovò? Come incontrò sua madre?
«Nonostante il budget familiare fosse limitato, i miei nonni riuscirono a fare frequentare a mio padre la Scuola alberghiera di Tolentino. Con questa formazione mio padre iniziò a lavorare alla Costa Crociere negli anni Sessanta come personale di bordo. La Costa aveva diverse rotte: prima verso il Mar Nero (Odessa e altre) ma soprattutto verso l’America: a nord Fort Lauderdale e a sud Buenos Aires. In uno dei suoi viaggi, mio padre incontrò mia madre, che stava facendo un tour da Buenos Aires a Genova con mia nonna per conoscere e girare l’Italia. È fu lì che iniziò la relazione tra miei genitori. Successivamente mio padre continuò a lavorare per diversi anni alla Costa navigando su diverse navi (Federico “C”, Eugenio “C”) facendo rotta verso l’America. Con mia madre aveva una relazione a distanza e la incontrava ogni volta che arrivava al porto di Buenos Aires. Alla fine, decise di lasciare il servizio e si stabilì definitivamente in Argentina».

Giuliano Brandi in servizio su una nave Costa
Dove sono nati i figli?
«Io e le mie due sorelle siamo nati tutte e tre in Argentina. Nel ’71 e nel ’74 loro due, mentre io sono nato nel ’77 a La Plata, dove vivono i miei genitori poiché era la città di mia madre. La Plata è il capoluogo della provincia di Buenos Aires e dista 60 chilometri dalla capitale. È una città amministrativa e universitaria».
Come si sono sistemati i suoi genitori?
«Mio padre iniziò quindi ad integrarsi nella società di La Plata. Da un lato perché mia madre era nata lì; ma anche perché decise di terminare gli studi scolastici e di iniziare l’università. Con la sua perseveranza riuscì a laurearsi in giurisprudenza e diventare avvocato. Ora è in pensione (anche se non lo dà per scontato). Ha avuto una grande carriera come avvocato al Consolato Italiano di La Plata e in altre attività. Parallelamente, nel corso degli anni ’80, iniziò a partecipare all’associazionismo locale delle comunità italiana, dove con un gruppo di connazionali fondò, nel 1988, il Circolo marchigiano de La Plata. Mio padre si è dunque ben integrato nel tessuto della comunità italiana che è molto forte e riconosciuta».

Cosa ricorda della sua infanzia. A casa parlavate italiano o maceratese?
«Ricordo tante cose della mia infanzia legate al fatto che mio padre proveniva dalle Marche, in Italia. Abbiamo ereditato molte tradizioni marchigiane dalla gastronomia, come i vincisgrassi e le frappe, e ai giochi da tavolo. I miei compagni di scuola giocavano al “truco”, un gioco molto popolare in Argentina, e io conoscevo solo la briscola e tresette. A casa mia si parlava spagnolo, ma i miei genitori ci mandarono alla scuola italiana locale. Lì ho scoperto che molte espressioni che pensavo fossero in italiano, erano in realtà del dialetto maceratese: sci, pija lu vì, ecc…»

Quando siete tornati la prima volta a Macerata?
«A Macerata tornavamo abbastanza spesso, dato che lì vivevano i miei nonni, zii e cugini marchigiani. Il primo viaggio che ricordo è stato tra la fine del 1981 e l’inizio del 1982. Ho delle immagini bellissime impresse nella memoria, dei flash magici. Abbiamo trascorso il Natale a Macerata, dove nel frattempo si erano trasferiti i miei nonni. Tutto era diverso dal mio ambiente argentino, molto emozionante per gli occhi di un bambino di cinque anni: nevicava, faceva molto freddo, il presepe, le colline, niente a che vedere con la geografia argentina dove avevo sempre abitato. Da noi c’è pianura, a Natale fa molto caldo, ecc. Macerata, con la sua eredità medievale, le chiese, le sue tradizioni e illuminazioni natalizie, i regali, la sua gente, mi sembrava un posto fantastico, era la mia Disneyland. Nei primi viaggi visitavamo soprattutto i parenti in campagna. Una lista infinita di secondi zii, cugini e così via. Con il passare del tempo però durante i nostri viaggi andavamo a trovare solo i nostri parenti più stretti. I miei nonni sono già morti così come uno zio. Rimangono mia zia e i miei cugini».

Un’onorificenza a Giuliano Brandi
I suoi genitori si sono mai pentiti di essere partiti per Argentina?
«No, per niente. I miei genitori attualmente vivono un po’ a Macerata e un po’ in Argentina. Mio padre non ha mai perso il contatto con la terra d’origine, un po’ perché lì c’era la famiglia, un po’ perché ha sempre preso parte alla vita delle associazioni marchigiane. Emigrare è stato molto duro per mio padre, è stato difficile: imparare un’altra lingua, studiare in un’altra lingua, è stato difficile anche per qualche episodio di discriminazione, ma non si è mai lamentato, né ha mai rinunciato a lottare. I nostri genitori ci hanno inoculato la marchigianità come risorsa, come valore. È un plus che ho io vivendo in Argentina e che ha tutta la comunità marchigiana all’estero, ben nota per essere molto laboriosa e resiliente. Mio padre infatti non si è mai sentito “emigrante”, si sente piuttosto “un marchigiano nel mondo”».
Come è diventato lei il rappresentante della comunità marchigiana di Buenos Aires?
«Ho partecipato a tutti gli ambiti istituzionali della comunità italiana, passione ereditata da mio padre. È volontariato e, in un certo senso, rappresentanza. Sono socio del Circolo marchigiano de La Plata e della Federazione marchigiana in Argentina. In passato sono stato presidente di entrambe le istituzioni. Partecipo ad un organismo consultivo creato per legge regionale, il Consiglio dei marchigiani all’Estero, di cui ho l’onore di essere vicepresidente».

La famiglia Brandi
Che attività ha svolto negli anni la comunità dei marchigiani di Argentina?
«La quantità di attività che si fanno e sono state fatte è enorme. Vi dico solo che ci sono associazioni marchigiane su tutto il territorio nazionale che lavorano instancabilmente per portare avanti l’eredità marchigiana. La Federazione marchigiana della Repubblica Argentina (www.fedemarche.org.ar) è una rete enorme che copre le distanze continentali (la distanza tra associazione di Cordoba e associazione di Bahía Blanca è pari a Macerata-Parigi). Questo mese Fedemarche compie 40 anni Non basterebbe neppure un’altra intervista per discutere di tutto ciò che abbiamo fatto e di tutto ciò che faremo in futuro».
La situazione politica ed economica dell’Argentina è stata sempre problematica e peggiore di quella Italiana, come mai, nonostante tutto siete rimasti a la Plata?
«Esatto, siamo rimasti qui. Mia moglie ed io abbiamo pensato più volte di emigrare, ma non lo abbiamo fatto. Emigrare come famiglia è un progetto collettivo e diverse cose devono armonizzarsi. Mia moglie è psichiatra ed è molto coinvolta nel suo ambiente professionale, i miei figli invece frequentano il sistema educativo locale, il più grande inizierà l’università di medicina l’anno prossimo. Personalmente ho diverse sfide lavorative qui, legate all’Italia. D’altro canto, negli ultimi cinquant’anni, le crisi in Argentina sono state ricorrenti. Diciamo che siamo abituati, siamo resilienti. Non escludo che in futuro potremmo vivere altrove, per il momento viviamo qui».

Juan Pedro con la famiglia a Roma
In Italia si registra un aumento esponenziale di richieste di nazionalità da parte di giovani argentini. Come vede la situazione attuale del suo paese?
«La richiesta di cittadinanza ha una componente ciclica e una componente strutturale. In termini di cicli, la domanda di cittadinanza aumenta quando una crisi peggiora. Avere un “passaporto italiano” diventa strategico non solo per vivere Italia, ma anche nell’Unione Europea e permette anche un più facile accesso ad altri Paesi, come gli Stati Uniti. In termini strutturali, la legge sulla cittadinanza, essendo Ius sanguinis senza quasi limiti, è molto generosa con i discendenti degli italiani. Se un giovane argentino ritrova un antenato italiano, è molto probabile che possa richiederla per via amministrativa o giudiziaria. Pensa che metà della popolazione argentina ha origini italiane. Dal 2011, l’economia argentina non è cresciuta sostenibilmente e né ha creato posti di lavoro stabili nel settore privato formale, il mercato finanziario è sottosviluppato e l’inflazione è molto alta; cioè uno scenario difficile specialmente per un giovane. Per questo i ragazzi della classe media o media-alta hanno la emigrazione nel loro “mindset” e la cittadinanza italiana è una chiave per il mondo. Nell’ultimo anno c’è un nuovo governo che promuove diversi cambiamenti radicali, è prematuro sapere come andrà avanti la situazione, il mio semplice augurio è che sia per il bene di tutta la popolazione».
«Mio padre emigrato a Genk per lavorare nelle miniere di carbone: vita dura ma non si lamentava mai»