«Mio padre emigrato a Genk
per lavorare nelle miniere di carbone:
vita dura ma non si lamentava mai»
L'INTERVISTA a Lorena Noé, mediatrice culturale e rappresentante esecutiva del comitato dei Marchigiani nel Mondo in Limburgo. Il viaggio del papà Ubaldo da San Severino, raggiunto poi dalla moglie Maria Affede di Villa Potenza. Le difficoltà, la storia e la promessa di tener vivo l'amore per la terra d'origine

di Maria Cristina Pasquali
Benché sul fenomeno migratorio marchigiano, iniziato in verso la fine dell’Ottocento e continuato per buona parte del Novecento, sia stato scritto e divulgato non poco, la triste storia di quei nostri paesani, partiti per treno e per nave, pieni di sogni e di speranze nelle loro valigie di cartone, a volte sembra essere già diventata lontana e sfocata nella mente delle nuove generazioni. Per iniziare a rinverdire questi ricordi ingialliti dal tempo è bene conoscere più da vicino le storie delle famiglie degli attuali rappresentanti del comitato esecutivo dei Marchigiani nel mondo.

Lorena Noè
Il Comitato esecutivo del Consiglio dei Marchigiani all’estero si è riunito anche quest‘anno a fine settembre. Presieduto da Franco Nicoletti (Lussemburgo) ha come altri rappresentanti dall’estero Juan Pedro Brandi (Argentina), Javier Pablo Lucca (Argentina), Lorena Noè (Belgio), Luca Silvi (Brasile), Fausta D’Alesio Polidori (Canada). L’organismo, previsto dalla lr 39/97 ha il compito di collaborare con la giunta regionale all’attuazione del programma annuale rivolto alle associazioni di marchigiani con sede all’estero.
L’attività nel suo complesso rafforza la rete del sistema associativo marchigiano presente all’estero per diffondere la conoscenza delle Marche nel mondo, rete composta da concittadini lontani dalla terra di origine, ma desiderosi di custodire la memoria dei propri paesi. A tale scopo durante questo ultimo raduno annuale sono state portate avanti alcune attività come programmi di “educational tour” (giovani marchigiani che vengono per un tour educativo nelle Marche, visita alle aziende per stage di giovani marchigiani in diversi settori), programma Turismo delle radici e Italea ( progetti nazionali), incontro al China centre di Macerata, per discutere la formazione di un nuovo gruppo di marchigiani in Cina, incontro online con i presidenti delle associazioni nel mondo e membri esecutivi per avanzare e discutere nuove proposte.
Tutto questo insieme a momenti di convivialità e folclore, collegamento streaming del programma Cnn “Voce alla radio” che effettua collegamenti settimanali fra Rosario ed Ancona. In particolare, attraverso varie iniziative “Turismo delle radici” e “Italea” l’obiettivo della Regione Marche è quello di puntare a rafforzare il potenziale trasversale dei Marchigiani nel Mondo: a livello economico, storico, culturale, scientifico, turistico.
Cerchiamo dunque di conoscere più da vicino le avvincenti storie delle famiglie degli attuali rappresentanti del comitato esecutivo dei marchigiani nel mondo, discendenti dei primi emigrati, intervistando Lorena Noè, mediatrice culturale e rappresentante del comitato esecutivo dei Marchigiani a Genk, Limburgo (Belgio).
Come è cominciato l’ esodo della sua famiglia dalla provincia di Macerata?
«Mamma era di Villa Potenza, Anna Maria Affede, mio padre di San Severino, Ubaldo No. Dopo la seconda guerra mondiale, nel ’46 mio padre partì con i primi convogli (dopo gli accordi bilaterali Belgio-Italia) per quelle terre trovando quindi lavoro nelle miniere di carbone. Tutti i parenti di mio padre erano già partiti all’inizio del 1900 per l’Argentina. La mamma arrivò in Belgio nel 1953 e anche una sorella e fratello emigrarono, uno in Australia, l’altra in Belgio».

Ubaldo Noè, il padre di Lorena
Cosa le raccontavano i suoi genitori della loro terra d’origine?
«Mio padre raccontava poco della sua precedente vita (giovanissimo di leva poi in guerra) forse perché non erano bei ricordi, ma ci diceva di quando andava a scuola a San Severino e di suo padre deceduto quando lui aveva solo 2 anni, della sua mamma che era doppia mamma perché allattava anche altri bimbi, una mamma dolce e forte anche dopo aver perso il marito giovanissima allevò 6 figli arrivando fino all’età di 106 anni. Mia madre raccontava che i sui genitori erano sarti a Villa Potenza e il nonno viveva scambiando merce con i contadini che portavano roba buona e coltivata nei loro campi. Mi parlava delle feste in paese e del controllo esercitato dai fratelli più grandi. Nel tempo libero da ragazzina andava aiutare i più anziani, dalle signore ad imparare tanti lavoretti manuali, anche in pasticceria e tanti l dettagli della vita quotidiana. Mentre la famiglia del nonno viveva e lavorava in campagna. Insomma storie di un mondo che non c’è più».

Ubaldo Noé e Maria Affede con Lorena e sua sorella
Come era il lavoro di suo padre in miniera?
«Papà si lamentava molto poco per una questione di dignità. Ci raccontava che in miniera erano tutti amici e che nel sottosuolo faceva molto caldo. Lavoravano scavando la roccia con il piccone a mille metri sotto terra e ci voleva tanto coraggio a scendere fin laggiù e a rimanerci tante ore. Il contratto durava cinque anni. I poveri minatori si portavano borracce d’acqua e panini che spesso venivano mangiati dai topi. Chi non voleva scendere più per paura o per altre ragioni, veniva portato in un carcere a Bruxelles in un posto chiamato Castello e doveva aspettare che arrivasse un nuovo convoglio per l’Italia per essere rimpatriati. I capi all’interno della miniera erano polacchi perché erano emigrati da molto tempo e conoscevano già abbastanza la lingua fiamminga. Se qualcuno osava reclamare gli veniva tolta la paga per i metri scavati in più. Spesso si ferivano con i massi di carbone e quasi tutti avevano dei segni sul corpo. Tutti andavano a lavorare in bici e quando d’inverno la temperatura scendeva sotto lo zero, i minatori si coprivano coi giornali. Il clima nel Limburgo era molto più rigido che in Italia».

Ubaldo Noé in miniera
Per quanto tempo suo padre lavorò in miniera?
«Per 15 anni, poi cominciò ad ammalarsi con tosse, bronchite, asma. Col passare degli anni i polmoni si erano intasati. Ha vissuto gli ultimi anni entrando e uscendo dall’ospedale o sul letto di casa non riuscendo più a fare le scale. Non respirava più neppure con la bombola di ossigeno. Una situazione drammatica per tutta la famiglia. Anche in ospedale non c’era riguardo. E’ deceduto a 60 anni mentre sua madre è arrivata a 107 a San Severino e mia madre a 91. Migliaia di lavoratori italiani e stranieri hanno dato un grande contributo all’economia del Paese lavorando come minatori. Quasi tutti sono morti di silicosi e non dimentichiamo poi le tragedie di Marcinelle».

Maria Affede
Come vi siete inseriti a Genk. Come avete superato i problemi di una lingua così diversa dalla nostra?
«Non c’erano corsi di lingua quindi era un grosso problema per tutti gli italiani, ma anche per gli spagnoli, i portoghesi, i greci. Erano più i belgi (medici e negozianti) che si arrangiavano a imparare un po’ di italiano. Invece in Vallonia, dove si parlava francese, gli italiani apprendevano la lingua con maggiore facilità però poi finivano per parlare francese anche a casa e pertanto poi i figli dimenticavano l’italiano. Noi figli siamo nati e cresciuti tutti in Limburgo nella regione fiamminga e quindi abbiamo imparato la lingua a scuola, il neerlandese. I primi corsi di lingua locale per adulti sono iniziati solo negli anni ’80, quindi eravamo noi bimbi ad aiutare gli adulti nella comunicazione».

Il quartiere minerario
Cosa può raccontare della vita a Genk, nel Limburgo?
«Nel Limburgo c’era una grande presenza di italiani. Piano piano arrivarono i missionari che impiantavano missioni cattoliche e affiancavano le comunità italiane, fu aperta l’agenzia consolare, i corsi di italiano per i figli dei migranti, la presenza di Acli Afi, rappresentanze dei partiti. Ad un certo punto, c’era molto movimento. Ora non c’è più quel fervore perché le generazioni sono state assorbite, molti matrimoni sono diventati misti. Allora invece l’italiano era sempre uno straniero e c’era molta solidarietà; i nostri genitori non riuscivano a seguirci negli studi. Se anche eravamo bravi a scuola, gli insegnanti avevano il dovere di consigliarci l’avviamento alle scuole professionali perché in fondo eravamo solo manodopera. Abbiamo vissuto la discriminazione, ma non dai compagni di scuola, bensì dai maestri e dai professori. Nel lavoro era la stessa storia. Per molti impieghi dovevi avere la nazionalità belga, ma se diventavi belga perdevi la nazionalità italiana. Insomma era un gatto che si mordeva la coda. Nei quartieri minerari le famiglie (sia italiane, belghe, polacche, tedesche) erano tutte molto unite tra loro, c’era molto rispetto. Soprattutto tra italiani e corregionali. I giovani invece si integravano abbastanza fra le varie nazionalità, ma per molto tempo non esistevano matrimoni misti»

Festeggiamenti dei Marchigiani a Genk
Avete continuato a parlare sempre italiano in casa? Venivano altri parenti o conoscenti a trovarvi ? Qualcuno veniva cercare lavoro?
«Abbiamo sempre parlato italiano e marchigiano in casa. I parenti stretti sono venuti tante volte a trovarci dalla provincia di Macerata, ma mio padre non consigliava a nessuno di venire a lavorare in miniera. All’epoca non c’era altro lavoro in Limburgo».
Quando avete fatto il vostro primo viaggio di ritorno?
«Mio padre avrebbe voluto tornare in Italia come tanti emigranti. Purtroppo i minatori hanno iniziato a stare male molto presto soprattutto quelli arrivati nei primi anni. Serviva anche un bel gruzzolo per comprare casa in Italia. Il primo viaggio di ritorno nelle Marche fu per loro nel 1959. Seguirono altri sporadicamente, perché c’era anche una spesa da affrontare per il viaggio e con 4 figli non era facile. Nonostante abbiamo conosciuto i parenti, i nonni e soprattutto apprezzato la bellezza dei nostri territori, ormai la nostra vita era in Belgio perché il lavoro di mio padre era la unica fonte di sostentamento della nostra famiglia. Certo i minatori che sono riusciti a rientrare presto si sono salvati da una fine tremenda».

La famiglia di Lorena Noè
Cosa ricorda della sua infanzia e adolescenza?
«Ricordo le tante serate che si organizzavano tra famiglie (paesani), dove si chiacchierava, si giocava a carte, si consumavano pasti e dolci tipici della nostra terra. Noi figli ci divertivamo giocando fuori in giardino. In Belgio per via delle leggi severe e ristrette verso l’immigrazione italiana, per molti anni non era facile potersi organizzare tra di noi creando associazioni, per cui i primi gruppi (con statuto giuridico) furono creati solo dopo il 1970».
A che età lei cominciò a collaborare nelle associazioni?
«Fin da ragazzine venivamo coinvolte nelle attività della Missione cattolica Italiana. Ricordo di aver partecipato alle prime feste che venivano organizzate quando le tante mamme marchigiane si apprestavano a preparare il pranzo, vincisgrassi, rotolo di carne, patate a forno ecc . Era l’inizio degli anni ’70. Riuscivamo a radunare fino a 500 a 600 marchigiani. Successivamente si aggregarono le associazioni di Liegi e Charleroi /Limburgo. Erano queste le zone con i siti minerari più importanti del Belgio e ovunque c’erano tanti marchigiani. Con il tempo si integrarono nei comitati delle associazioni anche i giovani, per via del fatto che quasi nessuno dei nostri genitori parlava la lingua del posto, il neerlandese, molto difficile, mentre noi lo avevamo imparato a scuola. Nella zona francese invece gli italiani impararono velocemente la lingua e finirono per parlarla pure in casa, però con lo svantaggio che molti dei loro figli e nipoti oggi non parlano più l’italiano».

Una antica comunità marchigiana nella missione cattolica
Come ha conciliato tutti questi impegni con la sua vita privata?
«Nel frattempo mi sono sposata, sono nati i miei 2 figli, nel tempo libero mi impegnavo nel volontariato nei comitati di quartiere e questo mi ha portato a essere assunta, successivamente come operatrice sociale e mediatrice culturale presso un centro multi culturale per donne emigrate. Questo con progetti della città di Genk, sovvenzionati dal governo fiammingo».

Presidenti delle comunità marchigiane all’estero Juan Pedro Brandi, Argentina, Javier Pablo Lucca Argentina, Lorena Noé Belgio, Luca Silvi Brasile, Fausta d’Alesio Polidori Canada presenti quest’anno al Consiglio regionale. In questa foto al China Center insieme alla dottoressa Francesca Spigarelli, direttrice del China Centre
Come é entrata a far parte attivamente dell’associazione dei Marchigiani nel mondo?
«Sono entrata subito a far parte della associazione locale della provincia del Limburgo negli anni ’90 proprio per facilitare i contatti tra italiani e belgi. All’inizio gli incontri funzionavano come momento di convivialità che rispettava tante tradizioni marchigiane il Natale la befana, le castagnole, la Pasqua poi anche momenti sportivi ed educativi. Successivamente erano incontri per informazioni sindacali, nuove leggi. Alcune donne si prendevano cura degli uomini rimasti soli per preparargli da mangiare e per lavare i panni. Avevamo preso in affitto un locale che funzionava come bar, cucina sala e punto d’incontro anche per le nostre riunioni. Con il tempo cominciammo a organizzare viaggi culturali ed estivi sia nelle Marche che in altre regioni proprio per facilitare i contatti anche culturali e turistici tra gli Italiani e i Belgi. Cominciarono a venire gruppi folcloristici dalle Marche, qualche cantante come Jimmy Fontana, qualche politico. Nel frattempo sono nate diverse iniziative con il comune di Genk, servizi per l’integrazione, servizi culturali, servizi sociale, servizi per i quartieri ecc. Seguirono mostre, inviti di artisti, acquisto di tanti prodotti marchigiani da pubblicizzare nel posto.

Lorena Noè con Jimmy Fontana
Da 4 anni tramite le iniziative di trasmissione radiofoniche affidate a volontari, sia i collegamenti con il programma “Voce alla radio “dall’Argentina, sia “Italia in diretta” da Ancona, i marchigiani nel mondo, ma soprattutto noi del Limburgo abbiamo avuto la possibilità di ascoltare in diretta tante informazioni, tanti argomenti riguardanti la nostra regione e conoscere tanti personaggi sia marchigiani che di altre regioni. Nel 1998 la Regione Marche finalmente ha istituito il Consiglio dei presidenti dei Marchigiani nel Mondo per un interscambio proficuo a vari livelli. Assieme al presidente Erino Santini e ai rappresentanti di altre 2 associazioni ( Liegi e Charleroi) ho potuto in quell’anno partecipare per la prima volta al Consiglio dei Marchigiani nel Mondo ad Ancona nelle Marche. Che felicità. Nel 2003 ho assunto le funzioni di presidente dell’associazione del Limburgo. Dal 2006 faccio parte dell’Esecutivo del Consiglio dei Marchigiani nel Mondo. Al momento sia il presidente Franco Nicoletti (del Lussemburgo) che io rappresentiamo l’Europa. Delle tre associazioni la nostra è l’unica rimasta, in Belgio. E’ nato da poco un nuovo gruppo a Bruxelles, soprattutto di giovani laureati gran parte dei quali lavorano nelle commissioni europee provenienti dalle Marche».

La comunità dei marchigiani in Belgio
Vuole aggiungere altro?
«Siamo riconoscenti verso la Regione Marche che è una delle poche regioni in Italia rimaste che s’impegna in tutti i campi per i loro concittadini nel mondo. Sia tramite le associazioni attive, sia nel coinvolgere le nuove generazioni in una politica di ritorno, sia intraprendendo scambi culturali e economici con imprenditori e studiosi Marchigiani nel mondo. Avevo fatto una promessa che tutto il nostro impegno sarebbe stato premiato a tutti quelli (che ormai non ci sono più) che hanno lavorato per anni, impegnati a creare, organizzare e portare avanti la nostra cultura e la storia delle nostre radici, l’amore e la fierezza nei riguardi della nostra terra, l’aiuto e la reciproca solidarietà e il grande desiderio di poter continuare a tener viva l’associazione per il nostro grande amore verso la nostra terra, l’Italia. La Regione Marche ci ha riconosciuto e ricompensato e di questo siamo orgogliosi».

Miniera Winterslag Genk