Le famiglie consumano meno,
i negozi nei centri storici chiudono.
In provincia persi oltre 1.800 commercianti

L'INTERVENTO di Ugo Bellesi - A causa dell’inflazione si fanno meno acquisti anche di generi alimentari. Nel Maceratese aumentano le ore di cassa integrazione, c'è stato un drastico calo di artigiani, agricoltori e partite Iva. La disoccupazione cresce in molti settori e questo avrà conseguenze anche sul pil

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Ugo Bellesi

di Ugo Bellesi

Ci si chiede spesso: come mai i piccoli negozi piano piano chiudono nei vecchi centri storici delle nostre città? La risposta ce l’ha data l’Istat: soltanto nel mese di dicembre 2023 le vendite al dettaglio hanno subito un taglio dello 0,1% mentre in valore dello 0,5%. E’ andata peggio per i generi alimentari con un calo, in valore, dello 0,2% e in volume dello 0,9%. E questo soprattutto a causa dei rincari che si sono verificati in vari comparti. Ciò significa che si fa fronte all’inflazione riducendo i consumi, tutti ma in particolare quelli alimentari. Infatti la Confesercenti sottolinea che sono calate le vendite anche nell’abbigliamento, nelle calzature e nei mobili come negli elettrodomestici.

L’Unione nazionale consumatori ha calcolato che rispetto al 2022 le spese di una famiglia media per i generi alimentari sono diminuite nel 2023 di 225 euro. Invece le spese di una famiglia media per spese non alimentari sono diminuite di 621 euro. Complessivamente, una famiglia composta da due coniugi con due figli è stata costretta a risparmiare in un anno complessivamente 1.172 euro, di cui 314 euro nel cibo e 858 euro in prodotti non alimentari. Si calcola che tre famiglie su 10 siano state costrette a chiedere aiuto ai genitori, spesso pensionati. E questo perché negli ultimi tre mesi, secondo l’istituto specializzato in prestiti personali dell’area Bnp Paribas, il 52% delle famiglie non è riuscito a risparmiare nulla del reddito guadagnato.

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Negozi sfitti in centro a Macerata

E’ tutta colpa dell’inflazione? No perché ci sono anche altre componenti come la crisi economica che appare evidente quando si apprende che nel 2023 nella nostra provincia sono state autorizzate due milioni di ore di cassa integrazione guadagni. Il che significa il 37,1% in più rispetto al 2022 (1,5 milioni di ore). Questo incremento delle ore di cassa integrazione ha riguardato anche Pesaro, mentre Ancona, Fermo e Ascoli hanno registrato una diminuzione. E c’è il rischio che tale fenomeno non solo faccia aumentare la disoccupazione ma abbia conseguenze sul pil. Questo perché la cassa integrazione significa un settore in crisi. E in questa situazione si trovano purtroppo l’edilizia, la meccanica, la carta, la stampa, l’editoria, le pelli, il cuoio e le calzature.

Altro fenomeno negativo si registra nell’ambito delle partite Iva, vale a dire gli artigiani, i commercianti e gli agricoltori. In nove anni nella nostra provincia si sono persi 5.734 lavoratori autonomi pari a – 19,9%. Si è perso il 20% degli artigiani (dai 15.400 del 2004 ai 12.335 del 2022 e cioè 3.065 in meno). Gli agricoltori sono passati da 4.195 a 3.363 cioè 832 in meno. I commercianti sono passati da 13.048 a 11.211 cioè 1.817 in meno. E anche questo è un altro segnale negativo per l’economia della nostra provincia come per le Marche. Le cause si fanno risalire non solo all’inflazione ma anche all’aumento dei tassi di interesse. I vertici di Confartigianato Marche hanno esposto al sottosegretario Lucia Albano la situazione degli artigiani chiedendo tra l’altro «un fisco equo e sostenibile, perché oggi paghiamo 28,8 miliardi di maggiori tasse rispetto alla media europea – e dicendo – basta con la burocrazia che ci costa 15,8 miliardi di mancata crescita».

Nel mondo del lavoro non è da sottovalutare il problema degli infortuni. Nel Maceratese si calcola che in media ci siano 10 infortuni al giorno sul lavoro. Nel 2023 sono stati denunciati 3.569 infortuni, 426 in meno (cioè -10,7%) rispetto ai 3.995 del 2022. Sono aumentate le malattie professionali: le denunce sono passate da 1.943 del 2022 alle 2.064 del 2023. Si è constatato che aumentano gli infortuni sul lavoro di giovani fino a 19 anni. Questo perché hanno contratti precari e di breve durata per cui non hanno preparazione adeguata. Altrettanto avviene per gli extracomunitari che subiscono un 10,6% di infortuni in più perché addetti ai lavori più pesanti e pericolosi. Nei giorni scorsi è stato varato un decreto legge per fornire maggiori garanzie in materia di sicurezza sul lavoro ed attività in nero creando una specie di “patente a punti”. I sindacati però sostengono che si tratta di norme poco incisive che tra l’altro entreranno in vigore soltanto dal primo ottobre. Cgil e Cisl infatti sostengono che bisogna accorciare la catena degli appalti e subappalti nella quale è più facile l’inserimento di gruppi mafiosi.


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