Scrittore per lasciarsi il passato alle spalle,
De Biagi sceglie Serravalle per il suo fantasy
«Qui si crede in ciò che non si vede»
L'INTERVISTA all'autore del romanzo che, ambientato tra il borgo e i Sibillini, ripropone l'eterna lotta tra il bene e il male. Una trama avvincente in cui appaiono anche personaggi realmente esistenti tra i quali anche un giornalista di Cronache Maceratesi

Marco De Biagi
di Alessandra Pierini
Quando si parla di Serravalle, difficilmente non si pensa a un caratteristico borgo immerso tra i Sibillini in cui regna la tranquillità più assoluta. Non è assolutamente così in “Serravalle – Dove i cattivi pensieri possono uccidere”, il romanzo urban fantasy di Marco De Biagi ambientato proprio tra Serravalle e i Sibillini. La vicenda inizia con una scena forte, molto forte e impressionante ma che non scoraggia la lettura, anzi la incita.
Una sera la pace del piccolo borgo di Serravalle di Chienti viene scossa da urla assordanti, a metà tra l’umano e il bestiale, ancora più angoscianti del ruggito del terremoto a cui gli abitanti oramai si sono abituati. Tutto il paese corre in strada, così come Marco Rambaldi, ma nulla è visibile se non una tetra apparizione che sembra confondersi tra un’ombra e un soffio di vento. Nei giorni seguenti Marco e i suoi compaesani iniziano a comprendere la natura di quei ringhi micidiali, che si dice provengano da presenze inquietanti. C’è chi li chiama fliegend, creature con il potere di tormentare la mente degli abitanti di Serravalle, risvegliando in loro paure agghiaccianti tramite terrificanti pensieri, sino a condurli alla morte.
Appaiono via via personaggi nuovi tra cui un maresciallo, un sacerdote capace di esorcismi, una specie di santone e una donna con poteri straordinari. E non poteva certo mancare un giornalista di Cronache Maceratesi che, armato di drone, svela i segreti di Serravalle al resto del mondo. Ed è così che nel borgo si ripropone l’antica lotta tra bene e male.
Ad immaginare e raccontare tutto ciò con un ritmo incalzante e in una trama avvolgente è Marco De Biagi. Dopo aver vissuto e girato per città come Roma, Firenze, Milano e Bologna, si è ritrovato a Serravalle dove abita e lavora. E’ qui che ha subito l’impatto desolante che quelle zone, colpite da violenti terremoti in pochi anni, trasmettono, oltre al grande fascino e alla magia della montagna.
De Biagi, come è diventato uno scrittore?
«Cercando di entrare, un tanto al giorno, in un mondo fantastico, nel senso letterario e non, che riflettesse comunque la mia persona. Uno spazio in cui avrei potuto guarirmi e lasciarmi alle spalle certe esperienze, mettendomi di santa pazienza davanti al computer e lasciando che mente e mano fluissero, reimparando davvero a scrivere, come andassi di nuovo alle elementari. Ecco perché non sono ancora diventato uno scrittore, c’è molto da trovare e su cui fare luce».
E come mai proprio nel genere urban fantasy?
«La magia è tutta intorno a noi. Il mondo reale è più fantastico di quanto possiamo ammettere o credere. Spesso invece, facendo riferimento a un fantasy, la gente si rifugia dietro all’affermazione: “Non è il mio genere.”, in realtà non vuole ammettere che il reale superi la fantasia; magari è semplicemente stanca del mondo quotidiano o non ci crede più, o meglio crede solo alla parte visibile, a quella pesante e “adulta”. A quella che bene o male appiattisce e abbrutisce l’animo. Si relegano così le favole a qualcosa di adatto solo ai bambini. Ma, nel profondo, ognuno desidera un po’di magia e avventura nella propria vita. Chi nega questo è un uomo, e una donna, che ha gettato la spugna; tutto ciò è più terrorizzante del più orrendo dei demoni di un fantasy. E certo, la spugna, si può sempre riprendere in mano per tornare a combattere».

Serravalle
Perché ha scelto Serravalle come ambientazione ma forse come protagonista del suo romanzo?
«Mi ci sono ritrovato dentro, nell’ambientazione di Serravalle di Chienti. È stato il materiale, benedetto e maledettamente difficile, che ho avuto a disposizione. E che ancora fortunatamente ho. Come in ogni storia che si rispetti: ho incontrato un ambiente quasi morto purtroppo, dove la gente non ci crede più (a parte pochissimi) e dove la comunità è divisa e spaccata da antiche fratture. Un ottimo blocco di partenza su cui costruire una bella storia, non così irreale come si possa pensare. Serravalle poi è il paesino della mia infanzia, uno dei momenti più magici della vita di ognuno di noi. Il borgo, con le sue montagne e la sua atmosfera, mi ha donato la facoltà di credere in ciò che non si vede. Mi ha regalato il divertimento puro e la possibilità di conoscere gente verace e pragmatica. Serravalle di Chienti è un posto perfetto».
Perché ha scelto di vivere a Serravalle?
«Non l’ho scelto. Mi ci sono ritrovato, catapultato dalle conseguenze di scelte poco oculate, per non dire disastrose. E così sono andato a vivere nell’ultimo luogo in cui paradossalmente avrei desiderato stare, all’infuori di un weekend o di un paio di settimane d’estate. La famiglia di mia madre è comunque originaria di Serravalle, il mio bisnonno faceva il carbonaro sui monti dietro casa nostra. Come sempre succede, però, quando la vita ti fa ingoiare la medicina amara e tu decidi di ingerirla, poi avvengono le rinascite, avviene ciò che fa bene al cuore e all’anima. E così ho cominciato a scrivere di me e di questo paese, delle continue lamentele che vedevo nella comunità, della sua depressione, e dì quello spirito unico che secondo me Serravalle di Chienti racchiude: tanto mistero, tanta bellezza e tanta speranza. Per questo nel romanzo sono presenti persone reali, che hanno contribuito a dare più vita alla storia. Come il mitico padre Mario Minnicucci per esempio (che nel libro interpreta un vecchio esorcista). Non solo persone ma anche attività, della vicinissima Colfiorito in questo caso, come la S’Osteria Mangiadagio di Manuela Lolli (o come anche Cronache Maceratesi). Una via per fornire un vero e proprio contributo a questi luoghi perduti che rischiano di morire inesorabilmente se la gente non li ricorda».
Quanto c’è di autobiografico nel romanzo?
«Scrivendo, ho capito che non è possibile scindere la realtà dalla fantasia oltre un certo livello, queste due sono legate a doppio filo. Ho compreso sulla mia pelle che un autore non può dare propriamente vita a un romanzo senza duplicarsi e distribuirsi in ognuno dei personaggi e in ognuna delle vicende. C’è quindi una parte di me un po’ in tutto il libro, dai protagonisti fino alle comparse. Mettendomi a nudo ho avuto la possibilità di comunicare una storia di impatto che sta piacendo sempre di più mano a mano che nuove persone la leggono».
Premesso che tutti ci lasceremo il passato alle spalle almeno finché non ci sarà la possibilità di andare indietro nel tempo, di certo De Biagi avrà letto il libro di Hannah Arendt ‘La banalità del male’. Infatti tra il 1960 e il 1962 seguì il processo di Adolf Eichmann, il criminale nazista organizzatore dello sterminio degli ebrei d’Europa, il piano genocida intrapreso dal regime hitleriano, scrivendo appunto il celeberrimo reportage ‘Eichmann a Gerusalemme. La banalità del male’.
Chiedo la pubblicazione del mio commento, grazie.
Ciao Aldo, sulla macchina del tempo ci sto lavorando (altri romanzo). Invece no, non ho letto il libro che hai segnalato ma lo faccio presto, anche perché mi serve per il proseguo di SERRAVALLE. Grazie!