«Violenza di genere? Un problema culturale:
bisogna iniziare dalle scuole
o non cambierà mai niente»
INTERVISTA a Margherita Carlini, psicoterapeuta, criminologa forense e responsabile dello Sportello antiviolenza e antistalking di Recanati: «Non importa l’età della donna, l’aggressore o chi giudica da fuori cerca sempre di dare la responsabilità della violenza alla vittima

Margherita Carlini
di Francesca Marchetti
Alla violenza di genere non ci si può abituare. Oltre ai casi che finiscono in tragedia, l’ultimo dei quali a Cerreto d’Esi con la morte dell’infermiera Concetta Marruocco, uccisa dall’ex marito, ogni settimana vengono raccolte centinaia di segnalazioni e denunce riguardo i reati da codice rosso di violenza sulle donne, stalking e maltrattamenti, anche nella nostra regione. «A fronte di un decennio in cui gli omicidi in generale sono diminuiti, quelli commessi in famiglia sono aumentati». A dirlo è la responsabile dello Sportello antiviolenza e antistalking di Recanati, Margherita Carlini, che è psicologa, psicoterapeuta, criminologa forense, consulente del Centro antiviolenza di Ancona e formatrice a livello nazionale.
Dottoressa Carlini, quali sono i dati più rilevanti dell’attività dello Sportello antiviolenza di Recanati nel 2022, rispetto al Centro di Ancona?
«Il Centro antiviolenza di Ancona è stato istituito nel 1984 e dal 2008 sono nati quelli delle altre province, come da legge. Se sono circa 130 le persone vittime di abusi fisici e psicologici che ogni anno si rivolgono al Centro di Ancona per ricevere aiuto, sono circa 60 quelle che sono state accolte dallo Sportello antiviolenza e antistalking di Recanati, creato per essere più vicino alle donne sul territorio, è un dato importante se si considera che sono coinvolti circa 80 minori. La maggior parte delle vittime sono donne italiane, le straniere fanno più difficoltà, l’età è compresa tra i 18 e i 75 anni con una media che si aggira intorno ai 40 anni. Se nel 2013 lo Sportello di Recanati era un progetto sperimentale che prevedeva il servizio un martedì ogni due settimane, purtroppo la risposta che c’è stata ha fatto sì che oggi il servizio sia h24. Si rivolgono a noi donne anche dei Comuni limitrofi, sia della provincia di Macerata che Ancona».
Secondo l’ultimo rapporto annuale sulla violenza di genere della Regione Marche (questo il link) sono in aumento i casi di stalking, maltrattamento e violenza in famiglia, e sono 22 i casi di femminicidio registrati dal 2017. Secondo lei qual è l’elemento scatenante che convince la donna vittima di violenza psicologica e/o fisica a chiedere aiuto per cambiare una condizione di forte disagio?
«Si rivolgono allo sportello donne che si trovano in diverse fasi della propria vita. Vivono situazioni che per loro risultano non più tollerabili, che non riescono più a sopportare. Purtroppo spesso sono coinvolti i bambini che possono magari presentare dei problemi a scuola, oppure situazioni particolarmente tese in famiglia, ed è lì che scatta la molla e scelgono con coraggio di andare incontro ad un mutamento radicale. La scelta di chiedere aiuto è di fatto un bisogno di sostegno psicologico sia per acquisire consapevolezza sia per riflettere sull’ ambivalenza emotiva data dal coinvolgimento emotivo nella relazione. C’è anche ovviamente il bisogno di avere informazioni legali: “Cosa posso fare se voglio separarmi?” oppure “Cosa devo fare per chiedere un ammonimento o sporgere denuncia?”. A seconda della fase e delle risorse personali il percorso si sviluppa in modo diverso e individuale, c’è chi dopo aver avuto chiarimenti continua da sola oppure per altre donne si attivano dei percorsi che durano anni».

Le donne che si rivolgono agli Sportelli e ai Centri antistalking e antiviolenza hanno già manifestato in precedenza le loro difficoltà a una persona vicina oppure siete i primi con cui si aprono?
«Solitamente un contatto amicale o famigliare c’è già stato prima di chiamarci, soprattutto nei casi di violenza psicologica, alcune donne hanno fatto riferimento alle forze dell’ordine o ai servizi sociali o al pronto soccorso. Pochissime vengono da noi senza prima aver parlato con qualcun altro, sono i casi in cui la donna è ancora molto dentro alla violenza ed è molto coinvolta emotivamente nella storia».
Nei casi che ha seguito quanto è stato rilevante il grado di istruzione e di autonomia economica della donna vittima di violenza? E quanto le convinzioni religiose?
«Il livello di istruzione non è significativo, è l’aspetto socio culturale che determina il tipo di situazione in cui ci si viene a trovare. Ad esempio il come la famiglia accoglie la notizia della violenza, che determina quanto la donna si senta libera di parlare e di manifestare la volontà di separarsi. Spesso la provenienza della donna da un ambiente socio economico importante può essere un deterrente, non si denuncia per non rovinare l’immagine pubblica. Detto ciò, se la donna non è autonoma da un punto di vista economico c’è un ostacolo importantissimo alla denuncia, soprattutto nei casi in cui ci sono figli e la donna corre il rischio di una allontanamento. Stiamo lavorando tanto nella direzione dell’inserimento lavorativo delle donne che hanno subito violenza, a volte si tratta di uno step successivo ma può essere anche immediato, che scatta al momento della valutazione del caso allo sportello. Le convinzioni religiose influiscono nei casi in cui la donna è molto credente, ma dipende comunque da chi incontra nel suo percorso; per fortuna molte donne riescono a parlare con religiosi dalla mente aperta su questi temi».
Secondo la sua esperienza e i dati che ha potuto analizzare nella sua carriera, i femminicidi sono in aumento?
«Da un punto di vista statistico e puramente numerico, sono aumentati ma non in modo significativo. Ciò non toglie la drammaticità del fenomeno. Dati alla mano, però, se gli omicidi in generale diminuiscono, quelli in famiglia sono aumentati. La Casa delle donne di Bologna ha iniziato per prima a contare i casi di femminicidi nel 2005, quindi del periodo antecedente non era un dato quantificato in modo certo. Dal momento in cui la rilevazione del fenomeno è diventata sistematica dal punto di visto metodologico abbiamo potuto verificarne la realtà e conseguentemente se ne è parlato di più. Abbiamo rilevato l’abbassamento dell’età in cui le ragazze si rivolgono al centro antiviolenza, e sono tante quelle che raccontano di aver subito violenza sessuale da amici o nel contesto familiare».
Delle ragazze, comprese le minori, colpevolizzate ancora oggi per il loro aspetto o atteggiamento “provocante”, cosa ne pensa?
«Non importa l’età della donna, l’aggressore o chi giudica da fuori cerca sempre di dare la responsabilità della violenza alla vittima. È un problema strettamente culturale e se non si agisce a livello nazionale in modo sistematico non cambierà mai niente. Bisogna fare informazione, sono 16 anni che faccio questo lavoro andando nelle scuole ma se l’educazione alla non violenza non viene inserita nel programma scolastico la situazione non migliorerà. Bisogna iniziare dalla scuola».
Quali sono secondo lei i segnali a cui una donna o una ragazza deve prestare attenzione e che denotano una relazione che sta diventando tossica, potenzialmente pericolosa?
«Il segnale più indicativo è quello del controllo che può essere esplicitato in una molteplicità di comportamenti, dal controllo sulle uscite e sulle persone che la donna frequenta, sul modo di vestire fino al controllo del telefono e delle password. Questi sono i primi campanelli d’allarme che sicuramente devono far pensare, soprattutto ai più giovani, perché molto spesso questi modi di fare vengono scambiati per attenzioni. Anche la continua presenza, i messaggi a ogni ora che in realtà nascondono lo scopo di voler sapere sempre cosa fa e dove si trova l’altra persona devono far riflettere».
Nel caso delle donne mature, dai 65 anni in su, che tipo di situazioni ha rilevato?
«Nei casi che ho trattato la violenza psicologica all’inizio spesso non era nemmeno percepita perché basata sulla suddivisione di ruoli che andava avanti da anni e veniva accettata come normale da un punto di vista culturale. Nel caso dell’omicidio a Sambucheto di Montecassiano, ad esempio, la situazione è degenerata quando la figlia della vittima è andata ad abitare nella stessa casa».
Dal suo punto di vista professionale come viene raccontata la violenza di genere oggi?
«Dal punto di vista giornalistico è stato fatto tanto, dalla Carta di Venezia ai comitati delle giornaliste, ma in generale c’è ancora una narrazione distorta che responsabilizza la donna che invece è vittima, e in generale la donna viene ancora oggettificata rimarcando ad esempio delle caratteristiche fisiche invece della professione o di altre qualità».
Lo Sportello antiviolenza e antistalking di Recanati si trova al piano terra dell’ospedale di comunità Santa Lucia, telefono 0717587234. Il Centro antiviolenza di Ancona si trova in via Senigallia 16, telefono 071 205376.
…”l’aggressore o chi giudica da fuori cerca di dare la responsabilità della violenza alla vittima”!!! Di cosa stiamo parlando, prego, del fatto, forse, che in certe “culture” islamiche il verbo religioso, e la “cultura” della vittima, prevedono e quindi accettano e giustificano certe violenze!!? Mah, questo però non l’ho trovato scritto “in chiaro”, e se è così, come mai!!? gv
Bisogna iniziare dalla famiglia, in particolare dal rapporto padre-madre: la scuola viene molto dopo.
Per Vallesi. Infatti non è affatto vero che chi sta fuori dà SEMPRE la colpa alla vittima.
E’ errato ritenere che la violenza sia solo quella dell’uomo nei confronti della donna e non quella, duale, della donna nei confronti dell’uomo. Per saperne di più basta leggere il libro di Massimo Lattanzi “Stalking. Il lato oscuro delle relazioni interpersonali”. Lì è rappresentato chiaramente che il sesso delle vittime dello stalking è per l’80% quello femminile e quindi c’è un ‘non residuale’ 20% riferibile al maschile.
Sono pienamente d’accordo che i pilastri sociali della formazione dei ragazzi sono affidati alla famiglia e alla scuola, poichè la discriminazione di genere è dovuta agli strerotipi sociali e culturali. Pertanto le scuole hanno un importantissimo compito, quello di formare in tutti gli ordini di scuola , con materiale adatto, pertanto con libri di testo. Queste modifiche dovrebbero essere seriamente vagliate dal Ministero della pubblica istruzione per avere realmente dei cambiamenti.
Per la signora De Padova. Sangiuliano aiutaci tu!