“Le sedie”, sul palco del Lauro Rossi
grandissime prove degli attori
RECENSIONE - La rappresentazione del teatro Impiria di Verona, con cui si conclude ufficialmente la sezione di gara della 54esima Rassegna Nazionale “Angelo Perugini di Macerata, ha colpito per le prove dei protagonisti

di Fabrizio Cortella
Chi ha il coraggio, ai giorni nostri, di confrontarsi con un mostro sacro come Eugène Ionesco? Quelli del Teatro Impiria di Verona certamente sì! E così, domenica 8 gennaio, al Lauro Rossi di Macerata, è andato in scena “Le sedie”, lavoro con cui si conclude ufficialmente la sezione di gara della 54esima Rassegna Nazionale “Angelo Perugini”.
L’opera, da lui stesso definita una farsa tragica, appartiene alla prima fase della sua produzione e fu messa in scena nel 1952, al Théatre du Nouveau Lancry di Parigi, quando aveva già più di quarant’anni. Insieme alla “Cantatrice calva” e a “La lezione”, appartiene a quel trittico d’esordio che fece grande scalpore presso il pubblico tradizionalista dell’epoca. Non solo per le tematiche affrontate, ma soprattutto per lo scardinamento delle regole che allora governavano il teatro “normale”. Non a caso, nel suo diario personale, Ionesco appuntava che: “Le sedie sono un tentativo di andare al di là dei limiti attuali del dramma”. Sulla scena gli attori in carne ed ossa sono soltanto i due protagonisti, il Vecchio e la Vecchia, mentre l’Oratore compare giusto nel finale. Ma essi interagiscono con una miriade di altri personaggi, totalmente invisibili, di cui lo spettatore ignora perfino le battute, potendo ascoltare solamente le “risposte” date dai protagonisti.
Una scena vuota di persone, ma piena di sedie, quelle su cui si accomoda la folla di visitatori invitata ad ascoltare il “messaggio all’Umanità” che il Vecchio ha finalmente perfezionato. Ancora con le parole dell’autore: “Mediante il linguaggio, i gesti, la recitazione, gli accessori, esprimere il vuoto. Esprimere i rimpianti, i rimorsi.” Eugéne Ionesco era nato nel 1909 a Slatina, in Romania, ma già l’anno successivo la sua famiglia si trasferì in Francia dove visse fino a 16 anni. Tornato a studiare in Romania, si stabilì definitivamente a Parigi nel 1938. Lì ebbe modo di approfondire la poetica rivoluzionaria delle cosiddette avanguardie storiche, la cui scintillante parabola era terminata da tempo. Ispirato dalle teorizzazioni di Artaud, ebbe chiara coscienza di operare ancora all’interno di quel filone artistico e di quelle sperimentazioni. Il suo primo teatro è, quindi, un costante inventare nuovi modi di costruire l’azione drammatica, “tentativi di mettere in moto a vuoto il meccanismo teatrale” dando l’impressione, fallace, di anteporre la struttura tecnico-espressiva al cosiddetto messaggio del testo.
Si tratta, insomma, di un “esperimento di teatro astratto o non figurativo […] poiché esso è soltanto ciò che si vede sulla scena, poiché è gioco, gioco di parole, gioco di scene, di immagini.” Ma se tali provocazioni scandalizzavano negli anni Cinquanta del secolo scorso, oggi il pubblico è molto più smaliziato e le potrebbe giudicare, semmai, un po’ anacronistiche. Perciò, il regista Gherardo Coltri si è preoccupato di limare talune asprezze della mise en scène originale quali, ad esempio, ridurre la quantità delle sedie sul palco, ora sfruttato per la sola metà della sua ampiezza, e rinunciare al continuo andirivieni dei due attori per recuperare dietro le quinte sempre nuove sedute – Ionesco aveva immaginato ben nove diverse porte per movimentare fino allo spasimo l’azione, qui non ve n’è neppure una. Inoltre, il regista ha tagliato diverse battute, alcune le ha ri-articolate diversamente, introducendo ex novo anche il personaggio del Papa, altre le ha trasformate in un doppio monologo direttamente verso il pubblico laddove, in origine, erano inserite negli interminabili e incomprensibili dialoghi con i personaggi invisibili.
Se il dispositivo drammaturgico è stato in parte rivisto, a costo di depotenziarlo in una qualche misura, rimane intatto il tema portante della pièce: il bisogno di capire il senso della vita, assillato dal pauroso sospetto che non ci sia nulla da capire, e l’inevitabile autoinganno di avere finalmente compreso “dopo secoli di affanno”. Da qui l’illusione di avere un “messaggio” per salvare l’umanità, ma non avere nessuno di sufficientemente reale a cui riferirlo. E neppure la concreta capacità di comunicarlo: l’Oratore assoldato dai vecchi coniugi, nel frattempo suicidatisi per avere raggiunto l’obiettivo della loro missione, si rivela incapace di articolare alcun suono intellegibile e la lunga attesa per la rivelazione si trasforma in frustrazione del pubblico che può solo assistere impotente al principiare dell’inondazione del mondo. Il finale catastrofista è nuovamente opera di Coltri, mentre Ionesco aveva immaginato di chiudere trasmettendo un nastro registrato con le risa di scherno e i sussurri imbarazzati del pubblico di sala. Non possiamo sapere se il drammaturgo franco-rumeno avrebbe apprezzato gli interventi contemporanei del regista, tuttavia gli spettatori maceratesi lo hanno fatto, applaudendo soltanto al termine dello spettacolo, ma a lungo e con grande vigore.
“Le sedie” è un’opera che mette a dura prova le qualità recitative e, perciò, sono piaciute soprattutto le performance degli attori, costretti a fingere dialoghi e movimenti con attori inesistenti, così come a mantenersi in perpetuo moto per tenere viva l’azione drammatica. Michele Vigilante, dalla voce profonda e potente, si è rivelato un Vecchio assai convincente e di grande presenza scenica, ma è stata la prova di Gherardo Coltri a suscitare meraviglia: davvero perfetto nei panni della Vecchia, tanto da ingannare più d’uno del pubblico, si è mosso con grande grazia e, incurante dei suoi ottanta anni, si è agilmente arrampicato su sedie e tavoli nonostante l’ingombro dell’ampio abito femminile a più strati, realizzato da lui come, del resto, anche gli altri costumi. Infine, un plauso va anche ad Andrea Castelletti, egregio sostituto all’ultimo minuto dell’Oratore titolare, qui in veste anche di tecnico dell’audio e delle luci, sebbene sia anch’egli attore, regista ed autore. Ora che la competizione si è conclusa, è quasi il tempo di scoprire quale sarà lo spettacolo più votato dal pubblico: in una kermesse che ha visto sfidarsi alcune tra le migliori compagnie amatoriali italiane, il risultato non è affatto scontato, ma siamo certi che uno dei contendenti favoriti è proprio il Teatro Impiria.
(foto di Claudio Sagretti)



