Scatta il green pass al lavoro,
imprenditori maceratesi a confronto

IL PREMIER Draghi ha firmato oggi il Dpcm per i controlli dei certificati verdi nelle aziende, ecco cosa prevede. I commenti di Gabriele Miccini (Giessegi): «Vista la buona situazione pandemica, avrei aspettato ancora un mese e magari cercato di convincere con bravi medici gli indecisi, così si scarica tutto sulle imprese. E' folle controllare centinaia di persone al giorno»; e Franco Cossiri (RemaTarlazzi): «I nostri addetti sono tutti consapevoli del momento in cui si vive»
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Il premier Mario Draghi

di Luca Patrassi

Vigilia di debutto del green pass – il Green day sarà dopodomani – come veicolo di accesso al lavoro, per i dipendenti privati e pubblici e per gli autonomi. Dal prossimo 15 ottobre tutti dovranno esibire il documento che certifica l’avvenuta vaccinazione anti-Covid, la guarigione dall’infezione o la negatività a un tampone. Il premier Draghi ha firmato oggi il Dpcm. Senza green pass, il dipendente sarà considerato assente ingiustificato, non percepirà lo stipendio fino alla vaccinazione e comunque non oltre il prossimo 31 dicembre che è anche la data di stop dell’emergenza sanitaria. Per i lavoratori multe – a sanzionare sarà il prefetto – fino a 1.500 euro. Due le tipologie di controlli: all’interno a verificare il possesso dei green pass potranno essere il datore di lavoro o i suoi delegati ed all’esterno gli ispettori del lavoro e l’Azienda sanitaria.

Come per ogni vigilia particolarmente attesa, anche quella del green pass sta suscitando un vivace dibattito. Sul fronte delle imprese sono molti gli imprenditori che evitano commenti sulla novità prossima al via e sugli oneri ulteriori: a rispondere, in maniera trasparente e dettagliata, sono i vertici di Rema Tarlazzi, Franco Cossiri e Francesca Renzoni, amministratore delegato e responsabile della sicurezza di un gruppo presente in cinque regioni e che può contare su 634 collaboratori e Gabriele Miccini, ceo della Giessegi di Appignano, azienda leader del settore mobili che conta circa 600 dipendenti.

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Franco Cossiri

«Ci siamo adeguati alla normativa – osserva preliminarmente Francesca Renzoni – senza creare disagio all’ambiente lavorativo: la maggior parte dei lavoratori ha compreso che l’obbligo del green pass non è un cavillo creato dall’azienda, sono stati accettati i nuovi adempimenti. Poi ci siamo mossi per rendere le cose semplici, abbiamo fatto 15 giorni fa una informativa ai lavoratori, spiegato a tutti che non vogliamo sapere se uno è vaccinato o meno, basta avere il green pass. Ci saranno delle persone in ogni filiale addette al controllo, all’ingresso o a campione. I nostri addetti sono persone che amano l’azienda e credo che il 15 ottobre non ci saranno sorprese». Pure Franco Cossiri invita alla tranquillità, come dovrebbe essere in tutte quelle imprese che guardano sì al lavoro e ai fatturati ma tenendo bene in primo piano anche il capitale umano: «I nostri addetti sono tutti consapevoli del momento in cui si vive, lavorano in una azienda, presente in cinque regioni con 634 collaboratori, che è particolarmente attenta al personale e che affronta i problemi di petto quando ci sono, sempre con linearità».

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Gabriele Miccini

Anche Miccini si è adeguato alla normativa, d’altronde la Giessegi era stata una delle prime a fare la vaccinazione di massa nell’azienda, ma pone l’accento su quella che considera una stortura della norma. «Per evitare tutti questi problemi avrei reso il vaccino obbligatorio, per cui adesso non avremmo avuto l’onere di controllare – commenta Miccini – Invece così stanno scaricando tutto sul mondo del lavoro. Il green pass aveva un senso come incentivo alla vaccinazione, però adesso persistere in questo modo penso sia un po’ diabolico. Vista la buona situazione pandemica, avrei aspettato ancora un mese e magari cercato di convincere con bravi medici gli indecisi. In ogni caso, quantomeno avrei permesso alle aziende di tenere un archivio con tutti i green pass dei lavoratori, tanto è un segreto di pulcinella, in modo da facilitare i controlli ogni mattina solo per chi deve farsi il tampone. Invece così è folle, noi abbiamo 600 dipendenti, dobbiamo controllarne almeno il 20%, significa che ogni mattina dobbiamo verificare i requisiti ad almeno 120 persone nei cinque o sei ingressi dell’azienda dislocati in siti diversi. E’ una grossa perdita di tempo, in un momento in cui già si fa fatica a restare competitivi sul mercato e in cui dobbiamo scontare l’aumento vertiginoso dei prezzi delle materie prime. Questo mi fa pensare che chi fa le leggi non abbia mai messo piede in un’azienda, e lo stesso vale anche per chi guida l’associazione degli industriali».

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Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha firmato oggi il Dpcm con le modalità di verifica del possesso del green pass in ambito lavorativo (leggi qui il testo completo). Il provvedimento scioglie gli ultimi nodi sull’utilizzo della certificazione verde al lavoro: da chi effettua i controlli all’utilizzo del qr code da parte dei datori di lavoro. Sono quattro le nuove modalità di verifica del Green pass dei lavoratori, che si affiancheranno alla app VerificaC19, oggi già in uso nei ristoranti e negli altri luoghi in cui è obbligatorio entrare con il certificato verde. Posto che, per semplificare i controlli, i datori di lavoro potranno interrogare la banca dati nazionale, ma con un anticipo massimo di 48 ore, dei 4 sistemi di verifica il più immediato, soprattutto per i datori di lavoro privati, è quello che passa per l’Inps. Le aziende potranno inserire in anticipo sugli accessi nel portale Inps, anche in blocco, i codici fiscali dei dipendenti da controllare. Le verifiche potranno essere chieste in anticipo per un gran numero di lavoratori e le risposte arriveranno prima dell’accesso sul luogo di lavoro. Il sistema è pensato per tutte le aziende private con più di 50 dipendenti (al di sotto di questa soglia resta Verifica C19) e per le amministrazioni pubbliche che non sono collegate a NoiPa.

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