I sei giorni di Napoleone a Macerata,
quando la città abbandonò il Papa:
un opportunismo che fece scuola

DUECENTO ANNI DALLA MORTE - Hevio Hermas Ercoli ripercorre la conquista del capoluogo da parte dei francesi nel 1797, fino alla firma del Trattato di Tolentino. Una settimana che cambiò per sempre il volto della città e della nostra provincia
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Evio Hermas Ercoli

 

di Evio Hermas Ercoli

Duecento anni fa il 4 maggio sera perde conoscenza e il 5 maggio, alle 17.49, muore Napoleone Bonaparte. In quel periodo si viveva da noi con sufficiente tranquillità, come se la Francia fosse lontana quanto la Cina, e si parlava dei combattimenti di Lombardia come di cose accadute nei regni del Giappone, ovvero nell’isola di Sumatra. Ma inaspettatamente ai 19 di giugno dell’anno 1796 il generale Bonaparte occupò Bologna con le sue truppe ed allora cadde l’animo a tutti i sudditi pontifici, e tutti i cuori e le menti furono dominati dallo spavento (M. Leopardi).

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Palazzo Torri

Napoleone Bonaparte, generale di appena 27 anni, artigliere e massone, sta per irrompere sulla sonnacchiosa scena maceratese e di tutti i viaggiatori che hanno calcato nei secoli la Via Lauretana segnerà per sempre il prima e il dopo del suo passaggio. A freddo colpisce le Legazioni Pontificie. Annuncia addirittura la calata dell’Armée d’Italie su Roma. Il Papa, Pio VI, capisce il pericolo e supplica la pace. Il 23 giugno del 1796 a Bologna viene firmato un armistizio tra il Pontefice e il generale. Risulta subito chiaro che con i francesi tutto avrebbe avuto un prezzo altissimo. Le condizioni sono pesanti. La Santa Sede deve pagare 21 milioni di lire; cedere le ricche province di Ferrara e Bologna; consegnare cinquecento codici della Biblioteca Vaticana e cento opere d’arte. I francesi traducono ogni questione politica in corrispettivi economici. Non solo! Vogliono sottrarre porti alla flotta inglese e teorizzano il diritto di presidiare Ancona. Le strade ed i porti dello Stato pontificio devono rimanere aperti al transito delle truppe. Le somme da pagare sono enormi e Macerata vi contribuisce con gli argenti delle sue chiese.

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Napoleone Bonaparte generale dell’Armé d’Italie di Edouard Detaille

Bonaparte, come suo costume, non è soddisfatto. L’armistizio viene ripetutamente violato, perché non vuole rinunciare all’Italia Centrale. Il papa prova ad arginarlo con una “milizia civica”, composta da volontari, spacciata per regolare esercito pontificio. Si appella alla mobilitazione popolare in caso di attacco nemico. Suonare campane a martello, prendere le armi, levarsi in massa, unirsi e coadiuvare, ove l’opportunità si presenti, alla Truppa regolata, affrontare il nemico con quel coraggio e con quel valore che ispira ad un Cattolico la fede. Sua Santità inculca a tutti i suoi Vescovi, ai Parroci, ai Magistrati ed ogni altro ceto di impiegarsi con tutta l’efficacia ed incoraggiare i Popoli all’uopo suddetto (S.M., Bandi). Solo Macerata risponde bene alla chiamata del Pontefice. I Conti Girio e Pacifico Carradori montarono una truppa di cacciatori di Macerata in numero di trecento, comandati dal conte Pacifico, ed a sue spese marciò per la Romagna con le truppe pontificie venute da Roma per far fronte ai Francesi che erano presentati fino a Faenza (B. C. M., ms. anonimo). Lo stesso esercito papalino è guidato da un altro maceratese, il colonnello Luigi Barvich. Gli scettici non mancano e per molti è come spedire gli agnelli contro i lupi (M. Leopardi). Le cose in effetti vanno subito male. Il 3 febbraio 1797 Bonaparte sconfigge e disperde miseramente l’avversario presso Faenza. La via delle Marche è spalancata. L’armèe per passare su Roma imboccherà di sicuro la Via Lauretana. E Macerata, che ne vive di rendita, rischia di trovarsi in prima linea. La zona costiera invece si rende subito disponibile. Le idee illuministe e riformatrici vi si erano propagate grazie a una nascente borghesia e alla vivace presenza delle comunità ebraiche sopravvissute operose nelle città portuali (R. Paci). L’8 febbraio i Francesi prendono stabilmente Ancona e per Macerata il pericolo si avvicina. Le notizie arrivano insieme agli sconfitti. Passavano per Macerata fuggiaschi molti soldati pontifici e molti altri fatti Prigionieri, e rilasciati sulla parola (B. C. M, ms. n. 790).

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Jean Auguste Dominique Ingres, ritratto di Napoleone Bonaparte

Il Governatore pontificio della città, Monsignore Arezzo, non perde tempo e fugge insieme al suo luogotenente. Con lui scappano il colonnello Barvich, di ritorno dalla sconfitta di Faenza, e tutte le magistrature pontificie insieme alla truppa pontificia di presidio ed al corpo di guardia. Le carceri rimangono incustodite e si temono disordini tra i giacobini imprigionati negli ultimi tempi. Restò la città senza governo di sorte veruna (A. S. M., A. P.). In curia rimane il povero Alessandretti, un prelato straziato dall’insicurezza, che da lì a pochi mesi sarà travolto dagli eventi. Vescovo ancora fresco della cattedra vescovile assunta il 28 giugno dell’anno precedente, resta comunque al suo posto. Nella notte tra l’8 e il 9 di febbraio i Priori (i consiglieri comunali dell’epoca) convocano un Consiglio straordinario. Tutti i maceratesi che contano si scoprono improvvisamente filo francesi, con il vescovo che avalla il ribaltone politico. Sentendo che l’Armata Francese non solo ha invaso tutta la Romagna, ma ancora Pesaro, Fano, Sinigallia e che sia già prossima alla città di Ancona, per il che non solo retrocedono e fuggono le poche Truppe Pontificie verso Roma ma le Città suddette per non aver forze sufficienti si siano date spontaneamente in mano alle truppe Francesi (A. S. M., A. P.).

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Il Generale Jean Lannes ritratto da Paulin Guerin

Il nemico è alle porte. Tutti sono concordi di non fare alcuna resistenza e di assecondare i vincitori. Un opportunismo che farà scuola. Viene costituita una Municipalità Repubblicana, con tanto di Guardia Civica alla francese. Al comando di essa è chiamato il nobile Giacomo Panici, di simpatie giacobine. I Priori pensano così di anticipare le eventuali richieste francesi e danno disposizioni per provvedere alla buona accoglienza dei soldati francesi ancor prima che arrivino. Partono verso Ancona due ambasciatori per incontrare Napoleone, e per offrire alle sue truppe l’amicizia e la collaborazione della città. In poche ore il potere secolare del papa è cancellato. Così il 9 febbraio si installa un governo provvisorio di 24 membri rappresentativo di tutte le classi di cittadini. Il 10 febbraio arrivano i soldati francesi, comandati dal leggendario generale Lannes. Il vescovo in persona si scomoda per accoglierli e va loro incontro in località Due Fonti. Macerata vive la sua luna di miele giacobina. Il generale prende alloggio a casa Pallotta, mentre i soldati si accampano nei dintorni della città e parte nei conventi. Le famiglie gentilizie della città fanno a gara per ospitare lo stato maggiore francese. Naturalmente viene richiesta una contribuzione straordinaria per sostenere le spese degli ospiti. L’11 febbraio Napoleone convoca in Ancona tre rappresentanti della Municipalità maceratese e pretende la somma di 7.000 scudi. Il 12 febbraio il futuro maresciallo Berthier in un proclama esprime la soddisfazione di Bonaparte per l’accoglienza ed esorta la città al giuramento di fedeltà alla repubblica francese. A questo punto tutta l’armata si sposta su Macerata, che cade preda di una comprensibile agitazione per la visita del Generalissimo in persona. Domenica 12 febbraio arriva l’avanguardia francese, il 13 l’intero corpo d’armata. Alle quattro pomeridiane del giorno 14 febbraio, sotto una gran pioggia, si presenta il generale Bonaparte sul suo cavallo bianco con un bellissimo Corpo di Guardia di Cavalleria (B. C. M., ms 790). Il vescovo si scomoda di nuovo e gli va incontro umilmente. I due si incrociano sempre alle Due Fonti. Le parole del prelato sono di preghiera per l’incolumità dei fedeli. Il Generale non si scompone più di tanto e risponde perentorio: Date a Cesare quel che è di Cesare! Un incontro impensabile per i contemporanei. A Macerata non si fa politica senza il nulla osta della Curia.

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Il salone interno di palazzo Torri

Napoleone prende alloggio a Palazzo Torri, la più bella e trascurata architettura settecentesca della città. Riposa in una stanza a tramontana del piano nobile. Al mattino si affaccia dal grande terrazzo. Ammira un panorama mozzafiato che scende verso il mare fino al Conero. Scrive subito all’amata Giuseppina il suo enchantement e confida di trovarsi nell’Eldorado, in una provincia delle più belle e senz’altro la più ricca degli Stati pontifici (C., II, n.1497). Il 15 mattino sfilano in città 8.000 soldati francesi prima di proseguire per Foligno. Un messaggio chiarissimo. L’armée d’Italie si prepara a piombare su Roma. Napoleone non perde tempo. Nega ai maceratesi il diritto di aver nominato una loro Municipalità. Ordina che ne venga scelta una amica dei francesi. Alla sera Berthier azzera tutto e senza preamboli nomina uomini fidati. Nasce la prima amministrazione centrale composta di quindici membri scelti fra le persone più distinte pe’ loro lumi e per loro credito nella provincia coll’approvazione dello stesso Bonaparte. La scelta napoleonica influenzerà per sempre la collocazione laica e radicale del futuro gruppo dirigente risorgimentale. Giuseppe Graziani, che due anni prima aveva alzato le colonne del primo tempio massonico in città, Giovanni Lauri, nonno del futuro deputato massone Tommaso, e Pantaleone Pantaleoni, padre di Diomede e nonno di Maffeo, che svolgeranno un ruolo cruciale nella cultura aconfessionale della nazione. Viene rinnovata anche la guardia civica e vengono creati quattro tribunali: polizia, pubblici soccorsi, militare e di finanza (B. C. M., mn. 261, n.11). Il compromesso con la Chiesa locale non viene nascosto.

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Louis-Alexandre Berthier ritratto da Jaques Augustin Pajou

Lo stesso Bonaparte ammette con tanto di proclama che non sarebbe stato fatto alcun cambiamento nella religione. Il fatto, ingiustamente trascurato, è di grande rilievo. Per Bonaparte è l’inizio di una sua politica religiosa, che alla fine lo porterà al Concordato del 1801. Nelle mani di Berthier tutti i componenti giurarono fedeltà alle leggi della repubblica francese, stemperata dall’aggiunta che non ci opponiamo alla religione cattolica e promettiamo di non far niente contro i suoi interessi (L. Paci). La reazione dell’entroterra sarà molto diversa da Macerata. Nei paesi si stava con gran timore, per cui pensavano alcune famiglie di scasare e fuggire alle Montagne (A. M. Assortati). Ogni Comune con almeno 10.000 abitanti deve nominare una Municipalità di nove membri e un cancelliere. Dappertutto va istituita una guardia civica. La classe politica locale non reagisce. I consigli comunali si riuniscono con molto stento….anche né casi di necessità (V. Col avito). La sostituzione dei vecchi governanti è pressoché impossibile. Tutti, vecchi e nuovi deputati, debbono prestare giuramento di fedeltà alla Repubblica Francese. In Macerata si fecero vari accampamenti delle truppe che giungevano e quindi partivano verso Tolentino. Si fissò il Comandante della Piazza nel palazzo Pallotta e da ogni città e luogo della provincia della Marca si chiamarono 5 Deputati al fine di riscuotere il giuramento di fedeltà e d’ubbidienza alla Repubblica Francese (G. Annibaldi). Viene pubblicato e diffuso in provincia l’ordine di disarmo generale. Subito partono i commissari francesi con un programma draconiano di requisizioni. Il papa invia nelle Marche una delegazione plenipotenziaria nella speranza di evitare l’occupazione di Roma.

 

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La firma del Trattato di Tolentino, in piedi al centro Napoleone Bonaparte

 

L’appuntamento è a Tolentino. Bonaparte non si smentisce e si fa precedere dal generale Victor con una divisione di 15.000 soldati.

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Antoine-Jean Gros, Napoleone Bonaparte, Campagna d’Italia

La sera del 16 insieme allo stato maggiore lo raggiunge e passa la notte nel palazzo del conte Parisani. La mattina dopo inizia l’incontro con gli inviati del Papa. Non c’è niente da trattare. Al cardinal Mattei, che prova a protestare, spiega che non è un negoziato. Il trattato lo scrivono i vincitori, non i vinti. Più volte butta all’aria tutto. Il pomeriggio del 19 febbraio, domenica, sottoscrive la ‘sua’ versione di trattato; un testo che sancisce la crisi irreversibile del potere temporale del papa ed anticipa lo scenario dei rapporti stato chiesa dell’epoca risorgimentale. Vengono imposti: la rinuncia ad Avignone e a Venassino (art. 6), la cessione delle legazioni pontificie di Bologna, Ferrara e Ravenna ( art. 7), l’occupazione temporanea di Ancona ( art. 8); il pagamento di 15 milioni di lire in denaro o oggetti preziosi (art. 10); 800 tra cavalli e buoi (art. 11), il futuro pagamento di altri 15 milioni di lire in moneta o in preziosi (art. 12); una forte indennità alla famiglia di Bassville, rappresentante della Francia assassinato a Roma nel 1793. Il trattato prevede pure l’occupazione temporanea di Fano, Urbino, Macerata, Camerino e Perugia da parte dell’armata francese sino al pagamento delle somme stabilite. Il significato della pace di Tolentino, il significato più autentico sta nell’aver fatto risaltare la natura limitata e non necessaria del potere temporale dello stato come garanzia della libertà della Chiesa (A. M. Ghisalberti). L’art. 13 del trattato è forse quello più famoso. Prevede la consegna di 100 opere d’arte e di preziosi manoscritti della biblioteca vaticana. A dire il vero le requisizioni sono iniziate prima del trattato e continueranno ben oltre i limiti imposti dal trattato. I francesi spediranno ininterrottamente a Parigi quadri, statue ed oggetti preziosi per molti anni, fin quasi alla vigilia della caduta di Napoleone.

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Napoleone Bonaparte di Jaques Louis David

Il giudizio dei contemporanei su tale “razzia” è contraddittorio. I più indignati sono i credenti che subito denunciano il sacrilegio. Famosa la pasquinata sulle spedizioni oltralpe delle opere d’arte. Sono tutti ladri i francesi? Tutti no, ma Buonaparte… Il gioco di parole è comprensibile, anche se storicamente ingeneroso. La cultura delle “conquiste artistiche” parte da premesse completamente diverse e offre ottime coperture filosofiche alla politica sistematica dell’esproprio. Uno dei carri che porta le opere d’arte a Parigi nel 1798 alza un cartello con la scritta Ils sont enfin sur une terre libre! (F. Boyer). Ancora oggi gli intellettuali sono intimamente convinti che le arti possono tornare al loro splendore solo in una terra libera e pensano che sia sacrosanto strappare gli oggetti alla tirannia dell’ignoranza. La Tyrannie et l’art n’ont jamais sympathisé, per dirla con il Winckelmann. Il venti di febbraio Napoleone Bonaparte se ne torna indietro sul suo cavallo bianco da dove era arrivato sei giorni prima. In quella settimana venne esercitata la violenza della storia. A Macerata le cose non tornarono più al loro posto. Da lì a un paio di anni la città sarebbe stata devastata e saccheggiata. Una intera generazione trucidata. La città perse il suo primato, che, lo si voglia o no, coincideva con il dominio pontificio. Da allora tutti cercano di rimettere indietro l’orologio. Da destra e da sinistra provano disperatamente a ritrovare lo splendore d’antan. Fin dalle prime elezioni dell’Italia unita i candidati locali promettono di resuscitare gli antichi splendori. Purtroppo o per fortuna in quei sei giorni, da martedì a domenica, la capitale della Marca venne attraversata dall’anima del mondo… un tale individuo, che seduto su un cavallo spaziava sul mondo e lo dominava (G. W. F. Hegel).

 



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