Sanremo, Cinzia Pennesi sul caso Venezi:
«Le direttrici d’orchestra sempre esistite
Declinare al femminile è doveroso»

IL COMMENTO dopo le parole della collega sul palco dell'Ariston: «Dire che il ruolo è maschile è un falso storico. Ma il problema è che se non narriamo, non esistiamo e dalle "sorelle minori" mi aspetterei un altro tipo di consapevolezza. Non voglio parlare male di lei ma dirle che sta sbagliando»
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Cinzia Pennesi

 

di Federica Nardi

«Direttrici si chiamavano e ci chiamiamo, perché donne. Venezi, che tu non lo sappia è grave, che tu faccia finta di non sapere è pessimo. Dire che il ruolo è “direttore d’orchestra” è un falso storico. Sono sbalordita che dica che il ruolo è maschile e poi si lamenti sempre del fatto che in Italia si lavori poco perché l’ambiente è maschilista». Le parole della direttrice d’orchestra Beatrice Venezi ieri sera al festival di Sanremo hanno diviso il pubblico. Tra chi la loda e chi invece critica la sua scelta di volersi far chiamare al maschile, “direttore”. Sul tema è intervenuta anche Cinzia Pennesi, nota direttrice d’orchestra e consigliera comunale di Matelica. «Non voglio parlare male di Venezi – specifica Pennesi, assessora alla Cultura della Giunta precedente -, però voglio dirle che sta sbagliando. Se non narriamo, non esistiamo».

Pennesi ricorda che affermare, come ha fatto Venezi, che il ruolo è “direttore d’orchestra”, è storicamente inesatto. «Per non partire da troppo lontano (le donne hanno diretto dal mondo mesopotamico) inizio da Vittoria Aleotti (1573-1620) divenne direttrice di un gruppo detto Concerto grande che suonò davanti a Papa Clemente VII e alla regina di Spagna. Orsola Aspri nel 1827 diresse al Teatro Valle la sua opera “Le avventure di una giornata”. Josephine Amann-Weinlich direttrice delle Dame Viennesi a metà Ottocento, Ethel Smyth direttrice del coro delle suffragette nel 1911, Carmen Campori, modenese, che muore intorno al 1960 dirige 500 orchestre nel mondo, Nadia Boulanger dirige la Boston Symphony Orchestra, la Filarmonica di New York e nel 1938 Strawinskij le affida la prima mondiale di Dumbarton Oaks a Washington. Potrei continuare per un mese, citando tante, tantissime brave e ottime musiciste».

E allora perché insistere nel farsi chiamare “direttore”, al maschile? «Purtroppo sono le logiche di un marketing ormai riconosciuto. Una fenomenologia giocata non sulla bravura ma sull’”unicità del primato” – risponde Pennesi -. Venezi nelle sue stesse interviste dice che è un mondo maschilista. Anche io quando ho iniziato mi legavo i capelli e mi vestivo da uomo, come se dovessimo compiere l’azione a cui siamo abituate atavicamente, cioè la negoziazione. Negoziare per posizionamenti che non dovrebbero essere un privilegio ma una consuetudine. La gravità delle parole di Venezi sta nel dire che il direttore d’orchestra è un ruolo maschile. Il sottotesto è : “Io sono talmente brava che ce l’ho fatta”. Noi siamo cresciute così. Io mi sono sentita dire tante volte “Quanto sei brava, dirigi come un maschio”. Il problema però non nasce nella declinazione di operaio o cameriera. È quando si sale di ruolo che dà fastidio. E che dia fastidio anche a una donna mi sembra preoccupante. E se noi non impariamo a raccontare la storia delle donne, con la giusta declinazione, in ogni settore, categoria e carriera, faremo un torto alla storia dell’umanità, non solo a quella delle donne. Auguro a Venezi tutto il successo che merita, difenderò sempre le donne che lavorano. Ma dalle “sorelle minori” mi aspetterei un altro tipo di consapevolezza. La vera sfida quando “sfondi il tetto di cristallo”, è rimandare giù l’ascensore anche per altre donne. Dobbiamo essere consapevoli che noi “anziane” siamo modelli di riferimento importanti per le giovani donne. Rappresentarsi come donne e farsi chiamare al femminile vuol dire fare del bene alla storia dell’umanità, che è composta al 50% da donne». E tornando alla direzione d’orchestra: «Sbagliato trattare il “ruolo” come il fine piuttosto che come il mezzo per l’unico, vero obiettivo: fare musica. E in questo essere donna o uomo dice poco», conclude Pennesi.

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