Le nostre eccellenze architettoniche
spariscono da tutte le guide turistiche
IL COMMENTO di Ugo Bellesi - E’ quanto sta accadendo per colpa dei ritardi nella ricostruzione post sisma. Gli esempi più significativi sono la Madonna dell’Icona, la Madonna di Macereto, il castello di Lanciano, il castello Pallotta e il Palazzo Ducale di Camerino
di Ugo Bellesi
Sono ormai trascorsi quattro anni dal sisma e ancora non siamo riusciti a vedere ricostruita la mitica “chiesa della Cona” (come la chiamano i pastori al posto di Icona) che sorgeva nella suggestiva località di Forca di Gualdo a 1.496 metri sul livello del mare. Era stata costruita nel ‘700 a ricordo della pace, sancita nel 1522, dopo la battaglia del Pian Perduto, tra Castelluccio di Norcia e Villa di Gualdo (Castelsantangelo sul Nera). Era quindi un simbolo che per secoli è stato ricordato ogni anno sempre il 2 luglio, data che segnava anche la fine della transumanza. Appunto nel sisma del 2016 la chiesetta era andata distrutta, e si era salvata soltanto la statuetta della Madonna che è stata poi recuperata e consegnata al Comune di Castelsantangelo.
Era una piccola cappella che da sempre è stata occasione di sosta e di meditazione per le migliaia di persone che ogni anno si recano a Castelluccio per ammirare la splendida fioritura e transitano per Forca di Gualdo. Si pensava che trattandosi in fondo di quattro mura e di un tettuccio la ricostruzione potesse essere più celere e invece ha dovuto seguire la trafila che fino ad oggi ha impedito la ricostruzione di quasi tutti i Comuni dell’alto Maceratese devastati dal sisma. Finalmente però si è appreso che il progetto definitivo ha avuto tutti i pareri favorevoli. Tra pochissimi giorni sarà pronto anche il progetto esecutivo e poi si procederà all’appalto. Un pastore di Castelsantangelo ci ha detto: “Se avessero dato l’incarico a due muratori del posto l’avrebbero ricostruita in una settimana, per di più lavorando gratis. Ma così va il mondo…”. E fortunatamente i fondi per la ricostruzione già c’erano essendo forniti dal Cosmari, dal Cai, da una sottoscrizione di Macerata Opera Festival, con il progetto offerto gratuitamente da tecnici volontari del Cai e da un geologo del posto.
Se tanto tempo è trascorso prima di vedere la luce in fondo al tunnel per la “Madonna della Cona”, figuriamoci quanto ce ne vorrà per vedere la ricostruzione della Madonna di Macereto che è stata messa in sicurezza ma non è più officiata e la si può ammirare solo dall’esterno. Anche questo santuario ha una bellissima storia. Infatti si racconta che nell’agosto del 1359, mentre si attraversava la montagna per trasportare una statua lignea di Madonna con Bambino da Loreto a Napoli, i muli si fermarono proprio dove oggi sorge la chiesa e si inginocchiarono. Fu il segno evidente che la statua doveva rimanere in quel sito. E poco dopo fu costruita una chiesetta. Solo nel 1528 si diede il via alla costruzione del santuario, che inglobò la primitiva cappella, ad opera dell’architetto Giovanni Battista da Lugano, su precedente progetto del Bramante. Si tratta di uno dei più importanti esempi nelle Marche di architettura rinascimentale del 500 tanto che nel 1902 è diventato monumento nazionale. Come è noto la statua originale della Madonna è conservata nel Museo di Visso, dove si trovano anche alcuni manoscritti del Leopardi compreso “L’infinito”. E’ stato presentato il progetto per il restauro del santuario ma non si sa quando potrà essere approvato.
Stessa sorte per il Castello di Lanciano a Castelraimondo che è interdetto al pubblico e non si sa quando potrà essere restaurato. Il magnifico edificio dal 1977, con testamento della principessa Maria Sofia Giustiniani Bandini, è divenuto di proprietà degli arcivescovi di Camerino che lo avevano messo a disposizione per le visite di studiosi, ma anche di turisti e di amanti del bello. Si sa che in quel sito nel XIII secolo c’era un mulino. E’ noto che il castello fu costruito nel 1381 da Giovanni Varano che l’aveva dotato di possenti mura e torri in quanto faceva parte della “intagliata”, una linea strategica difensiva del Ducato costituita da un profondo fossato e da altre fortificazioni. Giulio Cesare Varano lo donò alla moglie Giovanna, figlia di Sigismondo Malatesta di Rimini, la quale, nel 1489 lo trasformò in castello rinascimentale circondato da ampio parco. Successivamente ebbe vari proprietari e infine papa Benedetto XIV lo vendette ai Bandini. Alessandro Bandini affidò all’arch.Giovanni Antinori l’incarico di trasformare il castello in una residenza di lusso impreziosita dalle statue provenienti da Urbs Salvia e da arredi del XVIII secolo di altissimo valore. Nello stesso castello si trova il museo dedicato a Maria Sofia Giustiniani Bandini. Ma questa storia, questa bellezza, questo patrimonio non contano nulla per quanti, volenti o nolenti, ritardano la ricostruzione.
Analogo destino per il Castello Pallotta di Caldarola che dopo il sisma è stato messo in sicurezza e sono state messe in salvo tutte le preziose opere d’arte di cui era ricchissimo. A causa del terremoto e dei ritardi nella ricostruzione anche questo prezioso riferimento per il turismo e per la nostra cultura viene tagliato fuori e dimenticato. E pensare che la sua storia risale a prima dell’anno mille quando lì c’era una “curtis benedettina” che poi venne protetta da una “torre di guardia”. Nel 1191 il papa Celestino II in un suo documento cita il “castrum Caldarole”. Nel 1240 fu aggregato allo stato di Camerino. Infine nel 1440 Nicolò Mauruzi di Tolentino fu incaricato di restaurare e reggere il castello Pallotta, ma, essendo egli impegnato nell’assedio di Firenze, mandò in sua vece un congiunto, l’architetto Jacopo Pallotta. Fu soltanto nel 1450 che il castello divenne di proprietà della famiglia dei conti Pallotta, nella cui discendenza annovera ben quattro cardinali. Nel 1587 Evangelista Pallotta, divenuto cardinale con Sisto V, trasforma il castello in una residenza estiva rinascimentale che negli anni ricevette la visita sia del pontefice Clemente VIII che della regina Cristina di Svezia. Prima del sisma si potevano ammirare la cucina, la sala da pranzo con arredi cinquecenteschi, le ceramiche inglesi del 700, la camera da letto del 600, la biblioteca con preziosi volumi e manoscritti, la cappella, lampadari di Murano, sete del 700. Quando si potrà tornare ad ammirare tanta bellezza e a godere del parco-giardino? Il progetto per il restauro è pronto. Quando inizieranno i lavori?
In questo elenco dei nostri edifici storici dichiarati inagibili (e chissà per quanto tempo lo saranno) non può mancare il Palazzo Ducale di Camerino intorno al quale per secoli ha girato la storia del nostro territorio. Tutto ebbe inizio nel 1259 quando Gentile Varano, divenuto podestà di Camerino, costruì un primo edificio recuperando le cosiddette “case vecchie” che erano in quella zona dove oggi appunto sorge il palazzo ducale. Nel 1266 in quel fabbricato furono insediati gli uffici del Comune. Nel 1355 Venanzio Varano mise mano all’edificio di Gentile realizzando una vera e propria residenza signorile con piano nobile e sala grande di rappresentanza impreziosita da arazzi e affreschi. L’opera terminò nel 1418 ma già nel 1464 Giulio Cesare Varano decise di accorpare le “case vecchie” di Gentile con la nuova costruzione di Venanzio. Secondo alcune fonti l’opera fu affidata a Baccio Pontelli, mentre altri autori non lo confermano e parlano dell’intervento di maestranze lombarde ma anche di scultori e pittori toscani. L’opera fu ultimata nel 1745. Molto suggestivo il cortile interno a quadriportico che ricorda l’eleganza del cortile del palazzo ducale di Urbino. Giulio Cesare tutto intorno alla cornice del quadriportico fece riprodurre alternativamente lo stemma dei Varano e la rosa dei Malatesta per ricordare il suo matrimonio con Giovanna Malatesta. C’erano anche dei graffiti con intrecci di sirene. Un’ampia balconata consente di ammirare il sottostante orto botanico e soprattutto la stupenda cornice dell’arco dei Sibillini. Nei piani sottostanti c’erano le voliere sia per gli uccelli da richiamo che per i falchi con cui Giulio Cesare andava a caccia.
Non potevano mancare le scuderie con la stalla capace di ospitare fino a 94 cavalli e la sala d’armi del XV secolo. Sono da ricordare ancora la “sala degli sposi” con affreschi del 400, la sala della Muta e l’aula Scialoja con arredi settecenteschi. Il Ducato si estinse con Giovanni Maria Varano, la moglie Caterina Cybo e la figlia Giulia. Il palazzo ducale nel 1571 divenne Palazzo apostolico sede degli uffici dello Stato della Chiesa e dal 1749 è sede dell’antica Università di Camerino, che non vede l’ora di rientrare in possesso del suo storico palazzo ritornato all’antico splendore. Palazzo che è sempre stato il cuore pulsante della vita di Camerino. A questo punto ci si potrebbe chiedere: ma che senso ha ricordare tutto questo? Il senso, o meglio l’obiettivo è uno solo: “Non dimenticare che abbiamo tante ricchezze. Sollecitare chi di dovere a fare presto nella ricostruzione”. Infatti più tempo passa e più questi nostri tesori escono dai circuiti turistici, dalle guide, dalla memoria della gente. E prima di ritornarci passeranno molti altri anni ancora. A tutto vantaggio delle province vicine, ma anche di altre regioni. E anche noi finiremo per non parlarne più perché ci saranno altre località fuori dal nostro territorio che diventeranno più alla…moda, più…rinomate, più …reclamizzate dalle riviste, dalle tv e dalle guide.





