La ricostruzione è una corsa a ostacoli,
cittadini angosciati e sindaci adirati

IL COMMENTO - Lunga serie di vicende che dimostrano come le lungaggini burocratiche impediscano l’avvio dei lavori e ritardino il varo dei progetti. Le situazioni più “clamorose” a Visso, Matelica, Caldarola, Castelsantangelo sul Nera, Sefro e Camerino. E tutto questo quando invece si dovrebbe pensare a far ripartire l’economia
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Visso, la visita in zona rossa lo scorso 30 ottobre (foto Falcioni)

 

di Ugo Bellesi

Si ragionava qualche giorno fa con un sindaco dell’alto Maceratese, uno dei più impegnati sul fronte della ricostruzione, il quale se la prendeva con la burocrazia sostenendo che il problema maggiore è costituito dal fatto che nessuno si vuol prendere una responsabilità, nessuno vuol mettere una firma per paura di fare qualche errore a causa della complessità della normativa. «Non solo – ha aggiunto quel sindaco – ma anche quando metti sul tappeto un problema, anziché tentare di risolverlo, cercano addirittura di sostenere che non esiste».

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Ugo Bellesi

«In fondo – replica un cittadino che era presente alla discussione – è quanto successo a Rigopiano quando al telefono si rispondeva, a chi chiedeva aiuto, che era tutto in regola». Ma in questi giorni anche per noi, di fronte al problema della ricostruzione, si cerca di sostenere che nelle zone terremotate di montagna nessuno presenta le domande per rifarsi casa…perché si preferisce andare a vivere…sulla costa». A pensarci bene, il ministro Paola De Micheli, proprio sostenendo questa sua convinzione potrebbe più facilmente portare avanti, nei confronti del presidente Conte e degli altri ministri, la proposta di esenzione o quanto meno di riduzione, per 20/25 anni, della fiscalità a carico dei residenti e di quanti sono intenzionati a ritornare. Visto è che ci troviamo dinanzi ad un “deserto” lo Stato non vedrà di molto ridotti gli introiti fiscali.

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La lavorazione delle macerie al Cosmari

Ma intanto va registrato con piacere che è ripresa la raccolta delle macerie che era stata sospesa per una “dimenticanza”. Voluta o casuale? Non lo sapremo mai. Però va detto che, calcolate le macerie pari ad un milione e 100mila tonnellate in tutto il cratere, ne sono state rimosse soltanto 700mila. I più ottimisti prevedono il completamento dell’asportazione delle macerie entro il 31 dicembre 2020, cioè al termine della fase emergenziale del terremoto. Dal canto suo però l’Anci Marche ha sollecitato: «La proroga dello stato di emergenza almeno fino al 2024» chiedendo inoltre l’istituzione di una zona economica speciale, per creare «migliori condizioni per famiglie e imprese, e per permettere loro di scegliere di rimanere sul territorio…Le risorse ci sono, abbiamo speso pochissimo rispetto ai fondi messi a disposizione, ma il problema è procedurale».
A tre anni e mezzo dal sisma la ripresa della vita nell’area terremotata è dura. Ne è testimone un commerciante di Visso, Alessandro Morani, di 46 anni, che ha dichiarato: «Ci sono voluti tre anni per presentare la domanda e ottenere le autorizzazioni nonché tre mesi per completare i lavori di ristrutturazione del mio negozio. Questo spiega che cosa significa avere a che fare con la burocrazia. Dopo oltre 36 mesi dalla grande scossa – ha aggiunto – è dura per noi commercianti che viviamo di turismo. La ricostruzione stenta a decollare».

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Il sindaco di Visso Gian Luigi Spiganti

Dello stesso tono una recente dichiarazione del sindaco di Visso, Luigi Spiganti Maurizi, che ha detto: «Fin dall’inizio si è partiti male e ogni volta che si vara un provvedimento si complicano le cose piuttosto che semplificarle. La verità – aggiunge il sindaco – è che di fronte ad un evento straordinario, come è stata la sequenza sismica del 2016 e del 2017, devono essere varati provvedimenti straordinari, speciali, che consentano di agire in fretta e bene. Altrimenti rischiamo di perdere questi nostri centri dell’entroterra». A conferma di ciò c’è stato un documento dei Comuni più colpiti dal terremoto in cui tra l’altro si legge: “Le popolazioni terremotate si sentono completamente dimenticate e offese per le promesse ricevute, rimaste totalmente disattese…I sindaci non vogliono essere correi della totale incapacità della politica per le insufficienti misure approvate nella ricostruzione, con il conseguente abbandono della montagna da parte della popolazione”.

E questo non solo per la mancata ricostruzione, ma anche per la carenza di servizi. In proposito è chiarissimo il punto di vista del vice sindaco di Matelica, Denis Cingolani, che in merito alla sanità ha dichiarato tra l’altro: «Siamo stati avvezzi nel vedere chiusure di reparti e depauperamenti vari, sino ad arrivare ad avere una specie di unico reparto Rsa, dove è concesso solo morire o quasi, considerato che siamo stati anche senza camera mortuaria per un bel pezzo. Oggi – ha proseguito – assistiamo agli ennesimi tagli nei nosocomi limitrofi come Fabriano, Camerino e ultimo San Severino…Nell’entroterra…non si può più nascere, perché i numeri dei parti sono bassi…quindi per poter venire alla luce si devono affrontare almeno 40/50 chilometri e, con le attuali vie di comunicazione, si impiegano ore per raggiungere determinati reparti dedicati. Ma alla fine, cosa importa, dato che noi della montagna contiamo poco in termini di voti?. Penso – ha concluso – si stia tentando in ogni modo di voler cancellare i nostri territori e le nostre genti».

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Luca Maria Giuseppetti

Molto preoccupato anche il sindaco di Caldarola, Luca Maria Giuseppetti, che in una intervista ha detto tra l’altro: «A distanza di oltre tre anni, senza ancora leggi straordinarie e senza una divisione per fasce, in base ai Comuni più danneggiati, la situazione è ferma, direi peggiorata. Se questi territori non vengono vissuti restano una sorta di monumento: la desertificazione è fisiologica, alcune persone non hanno intenzione di tornare…Alcuni proprietari sono emigrati e non si trovano più nemmeno attraverso il consolato…La preoccupazione più grande è che non abbiamo i numeri ‘politici’ per essere ascoltati: pochi abitanti pochi elettori».

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Mauro Falcucci

Qualcosa da recriminare, anzi molto, ce l’ha anche il sindaco di Castelsantangelo sul Nera, Mauro Falcucci il quale ha tenuto a sottolineare che: «Per rifare il cimitero ci sono voluti 22 passaggi procedurali e 15 mesi di tempo. E questo perché ci sono le procedure straordinarie per il terremoto. Con quelle ordinarie avremmo impiegato tanto minor tempo». La conseguenza è che con queste procedure e con questi tempi le aziende locali sono costrette a non cercare più i lavori di ricostruzione. Si tenga anche conto che, terminati i lavori, i pagamenti arrivano anche dopo 7/8 mesi. Il che significa che prima o poi arriveranno le imprese mafiose.

Ma sul fronte dei disservizi qualcosa per cui protestare energicamente ce l’ha anche il sindaco di Sefro, Pietro Tapanelli. Infatti nel suo territorio (soprattutto in parte del capoluogo e nelle frazioni di Sorti, Agolla e Montelago) manca la copertura dei segnali di telefonia e del digitale terrestre. Da tempo sollecita il potenziamento del digitale terrestre, del segnale Rai e della telefonia mobile, ma è tutto inutile. Eppure la soluzione sarebbe semplice: basta sollevare di qualche metro il ripetitore per dare alla popolazione terremotata non solo la possibilità di usare i telefonini o guardare la Tv, ma soprattutto di sentirsi più sicura, in occasione di qualche emergenza o malattia, per chiedere soccorsi.

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Il sindaco di Camerino Sandro Sborgia

Le cose non vanno bene neppure a Camerino. Infatti fin dal 2017 erano disponibili i fondi per la ristrutturazione del mattatoio comunale, ma la burocrazia ha sollevato eccezione perché l’opera “non rientrava nella tipologia delle opere pubbliche”. Superato questo ostacolo la pratica è stata approvata dalla Regione e poi dall’Anac. Ma essendo state modificate nel frattempo alcune normative dal decreto “Sblocca cantieri” si è perso altro tempo e il progetto è tornato alla Giunta comunale per l’approvazione definitiva. L’Ufficio ricostruzione aveva approvato l’opera fin dal 2018, ma soltanto in questi giorni si sono potuti consegnare i lavori. Esemplare anche quanto accaduto sempre a Camerino per la ricostruzione della scuola “Betti” destinata ad ospitare oltre 500 alunni della materna, delle elementari e della media. Con ordinanza firmata a gennaio 2017 e l’impegno del capo del governo Gentiloni e del commissario Errani, si era assicurato che l’edificio sarebbe stato disponibile per l’inizio del nuovo anno scolastico, a fine 2017. Dopo tre anni è ancora tutto fermo. Una prima conferenza dei servizi convocata a Rieti per la progettazione definitiva della scuola è stata rinviata. Ne è stata convocata un’altra sempre a Rieti certi che fosse quella decisiva ed invece è stato comunicato che non se ne poteva discutere perché mancava l’indagine archeologica. Quindi tutto è stato rinviato sine die. Non la si poteva fare prima questa indagine? E’ lecito pensare che qualcuno “rema contro”?

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Una delle filature nelle sae

Come una ciliegia sulla torta è arrivata nei giorni scorsi la segnalazione che le “casette” dei terremotati rivelano sempre nuovi difetti di costruzione, con le mura umide, i pavimenti bagnati, le porte marce, le fessure da mezzo centimetro che si aprono nelle pareti. E chi se ne intende commenta: “I lavori non sono stati fatti a regola d’arte. Molte Sae sarebbero da rifare!” Per non parlare poi dei casi di allergia che colpisce chi ci abita e dei cattivi odori che provengono da qualche fogna. Tutto quanto siamo andati elencando fin qui, riportando le testimonianze dei protagonisti e nello stesso tempo “vittime” del post terremoto, non fa che dimostrare che si sono create e si stanno creando le condizioni perché aumenti la sfiducia verso le istituzioni, subentri la tristezza nel vedere i propri borghi dopo tre anni esattamente come sono stati lasciati nell’ottobre 2016, si perda la speranza di rientrare nelle proprie case e si cominci a pensare ad un futuro lontano da qui. Tutto ciò quando l’arcivescovo di Camerino, mons. Francesco Massara, lancia l’appello: «Dobbiamo incentivare l’economia di questi territori, senza lavoro spingiamo la gente ad andare via. Bisogna creare le condizioni per invertire la rotta». Mentre il sindaco di Camerino, Sandro Sborgia sottolinea «la necessità che queste terre siano considerate una risorsa» come lo sono state da sempre.



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