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De Micheli immagina un deserto
dove Spuri lotta per ricostruire

COMMENTO - La ministra, in piena sincerità, ha ammesso di aver previsto un’immensa area abbandonata. Il direttore dell'Usr ha spiegato le difficoltà operative e confermato che solo per la presentazione dei progetti occorrerà attendere dieci anni. Infatti 60 pratiche a settimana esaminate comportano 3mila progetti approvati l’anno
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Paola De Micheli a Pieve Torina nel 2018

 

di Ugo Bellesi

Prima o poi la verità viene sempre a galla. Il riferimento è alle vicende del terremoto del 2016 che ancora angustiano migliaia di terremotati i quali ora debbono affrontare il rischio di non avere più il contributo di autonoma sistemazione.

Ugo Bellesi

Una prima verità è venuta fuori nei giorni scorsi per “merito” del ministro alle infrastrutture e ai trasporti, Paola De Micheli, già commissario alla Ricostruzione post sisma. Infatti ha dichiarato in una trasmissione della tv nazionale che «ovviamente le domande per rifarsi la casa nelle zone di montagna, aree interne, non le fa nessuno». Non è evidentemente una “voce dal sen fuggita” ma di sicuro una sua convinzione maturata quando era commissario nell’area terremotata. Convinzione evidentemente di cui ha fatto partecipi i palazzi romani. E’ per questo che sono stati emanati decreti e ordinanze in conflitto tra loro, di difficile interpretazione, inserendo anche delle “dimenticanze” come quella riguardante la riconferma dei siti in cui conferire le macerie.

Ma onore al merito anche all’ingegnere Cesare Spuri, direttore dell’Ufficio regionale per la ricostruzione, che in una intervista in televisione ha confermato che solo la presentazione delle pratiche per la ricostruzione privata porterà via almeno dieci anni. «La matematica – ha dichiarato – dice questo. A questi dieci anni, ad oggi, debbono essere aggiunti i tempi per l’istruttoria che sono, mediamente, di un anno, e i tempi per l’esecuzione dei lavori che impiegano almeno altri due anni».

Cesare Spuri

Spuri ha tenuto a sottolineare che uno dei problemi più gravi è quello delle norme contraddittorie e complicatissime e ha puntualizzato: «Se non si semplificano un po’ le norme che conducono alla preparazione dei progetti e se non aumentano i numeri dei professionisti noi continueremo ad avere quei 60 progetti a settimana circa, che comportano quei 3.000 progetti l’anno e quindi danno 10 anni solo per la presentazione dei progetti. Se la ricostruzione non è appetibile da un punto di vista economico per chi deve svolgere la professione, poi i numeri di chi ci lavora sono piccoli». Spuri ha poi affrontato il tema della carenza di personale nel suo Ufficio e ha dichiarato: «Noi è dall’inizio (quindi da tre anni, ndr) che lavoriamo con il 50% del personale che invece la legge prevede. Stiamo bandendo (al quarto anno, ndr) un concorso per circa 200 posti di lavoro, quindi più persone che guardano i progetti che vengono presentati riducono sicuramente la tempistica di esami del progetto, che oggi si aggira attorno ad un anno».
Alle difficoltà che sono state per l’Ufficio ricostruzione si aggiunge anche il fatto che ci sono mille ingegneri e architetti che hanno lavorato in questi tre anni e vantano ancora un credito dallo Stato di cento milioni di euro. Ma anche le aziende edili impegnate nella ricostruzione non è che stanno meglio. «Infatti – spiega Cesare Spuri – le imprese vengono pagate con 6/7/8 mesi di ritardo da quando vengono finiti i lavori. Chi volete che venga a lavorare a queste condizioni?».

Resta il fatto che su 34.000 fabbricati da restaurare i progetti fino ad ora presentati sono soltanto 7.500. Tutto questo fa sì che prima poi comincino a farsi avanti le grosse imprese del nord o del sud, più o meno legate a ndrangheta o mafia, che avendo disponibilità finanziarie possono facilmente vincere le gare d’appalto e poi “imporre la loro legge” a chi cerca lavoro in quello che doveva essere il più grande cantiere d’Europa e che invece la De Micheli ha “immaginato” come un grande deserto.

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