Il Bianconiglio al Lauro Rossi
convince con Settàneme
FESTIVAL MACERATA TEATRO - La Compagnia di Eboli è andata in scena un originale spettacolo. La memoria è il tema portante della pièce composta da Bruno di Donato
di Fabrizio Cortella
Il sipario si apre su una scena scarna e desolata; il fondale di archi in laterizio diroccati suggerisce uno spazio aperto, forse un anfiteatro romano in rovina, in cui si intravvedono sei anime perse. Sono uomini, donne, fanciulle rimasti sospesi, tra la vita terrena e quella “altra”, in un limbo, in un buio da cui desiderano solamente andarsene. Una di loro, l’avvocato, si accorge che, in fondo alle tenebre, si scorgono delle deboli luci: sono i Vivi che potrebbero liberarli dallo loro prigione angosciosa semplicemente rinnovando la memoria di questi trapassati. Così, una ad una, le anime cominciano a raccontare la propria storia, sempre drammatica, con la speranza di accendere nuove luci e di rischiarare definitivamente questa loro notte infinita. La memoria è il tema portante della pièce composta interamente dal giovane autore-regista-attore-compositore-cantante Bruno di Donato, un artista a tutto tondo. La memoria degli episodi, realmente avvenuti tra ‘400 e ‘700, narrati dalle anime “vaganti”.
La memoria personale dell’autore stesso che va a ripescare nei suoi ricordi di bambino le tante storie raccontate dall’amata bisnonna. La memoria collettiva di un’intera regione, quella Campania di periferia, quella vasta area del Salernitano, “appenninica”, al confine con la vetusta Lucania, dove codesti “fattarielli” fanno parte del vissuto quotidiano, come parenti che da epoche lontane accompagnino le giornate dei vivi. La memoria letteraria della Cultura napoletana di cui affiorano continuamente le suggestioni: il Basile de Lo cunto de li cunti, per la costruzione ad episodi e per le narrazioni fantastiche al limite del moderno horror e de La gatta cenerentola, ri-assemblata e riportata a nuova vita da Roberto de Simone, per la messa in scena drammaturgica; il Tommaso Landolfi de La pietra lunare, per il folclore magico degli uomini mannari.
Senza dimenticare il Dario Fo, lombardo di sangue ma di verve assai campana!, de Il mistero buffo, cui Di Donato espressamente si rifà nel tratteggiare l’incontro finale della Morte con i penitenti, settima “anima” a tutti gli effetti, forse la più disperata. Anche lei, infatti, non è più nella memoria degli uomini sebbene sia sempre in mezzo ad essi e venga talvolta addirittura invocata. Gli uomini la tengono come dimenticata, fanno finta che non esista, illudendosi di potere vivere in eterno, senza dovere un giorno rendere conto delle proprie azioni. Inevitabile, per gli spettatori, fare una riflessione sul proprio presente, sul come vivono la vita in attesa della fine, che giunge sempre improvvisa ed improvvida. Così termina lo spettacolo, con gli attori in riga sul proscenio, a luci accese, a ricordarci che anche loro hanno vissuto la tragedia del terremoto, quasi quarant’anni fa, e ad esortarci di non perdere la memoria del «nostro», affinché non diventi un’altra anima vagante nel limbo.
Con questo secondo lavoro, intenso e ben articolato, Bruno di Donato ha riscosso lusinghieri successi in Italia, “Ma non nella nostra terra…” come ci ha confessato con una punta di amarezza l’autore, “…dove il pubblico preferisce il teatro di Scarpetta e De Filippo….”. Gli episodi sono assai coinvolgenti e commoventi, un po’ meno le parti di raccordo dove, talora, la tensione emotiva cala. I vari quadri sono, inoltre, arricchiti da brani musicali originali, cantati dall’intero cast, in cui spicca la voce potente dello stesso di Donato, un passato da cantante e da vincitore di “Sanremo Rock 2005” col suo gruppo, gli Yres. Potente e calda anche la voce di Sara Rocco, nei panni di Natalina, una maara che pativa la “pena della luna”. Ovviamente, non tutti i componenti dispongono di tali capacità canore per cui, a tratti, si è colta una certa disomogeneità espressiva. Ciononostante, il commento musicale, onnipresente, è risultato essere l’attore in più sulla scena.
Il pubblico ha seguito con la massima attenzione la narrazione, resa più ardua dall’uso del dialetto salernitano, in perfetto silenzio, riservando l’applauso, fragoroso e liberatorio, alla chiusura dello spettacolo. Il pubblico si è complimentato con gli attori scesi in platea ed ha rivolto ad essi numerose domande. Tutti si sono disimpegnati con bravura, anche l’esordiente Nadia Petraglia, appena sedicenne, ma un plauso particolare meritano Umberto Del Priore (interprete di don Cerruti, prete dalla condotta assai deprecabile), degno continuatore della tradizione recitativa dei Barra e dei Mastelloni, e Daniela Della Rocca (Angelella), soave ma nel contempo sensuale nell’impersonare l’ambiguità della fanciulla accusata di stregoneria. I commenti favorevoli raccolti nel foyer premiano il coraggioso lavoro di un giovane autore e sono il migliore viatico per la competizione della Rassegna nella quale «Settàneme» sarà sicuramente protagonista! E domenica prossima è la volta del Teatro Impiria di Verona che presenta Molto piacere, una commedia di Laura Murari, per la regia di Andrea Castelletti.
(Foto di scena di Ettore Lambertucci)

