C’è una profonda lezione di vita
nella morte del piccolo Gianluca
LA DOMENICA DEL VILLAGGIO - Le delusioni del mondo terreno e il desiderio di tornare nel paradiso degli angeli
di Giancarlo Liuti
A Montecassiano è morto Gianluca, un bambino di appena quattro mesi, soffocato da un rigurgito di latte che dallo stomaco gli era risalito fino all’esofago e dalla trachea gli era entrato nei polmoni. Stava dormendo accanto ai genitori, che si sono accorti della sua morte solo al mattino, quando hanno vanamente tentato di svegliarlo. Tutto qui. Questo giornale ha pubblicato la foto del suo volto. Era un bel bambino, il suo sorriso rallegrava la pagina. Banali, le cause della morte. E silenziose, il che le ha rese ancor più irreparabili. Quattro mesi di vita sono pochissimi, solo una rapida sosta nel mondo. Si può dire che Gianluca non abbia fatto in tempo a rendersi conto di essere nato.
I lettori di Cronache Maceratesi, come quelli di qualsiasi altro giornale, sono abituati alla notizia della morte di qualcuno per un incidente stradale, una caduta dalle scale di casa o una brutta malattia. Ogni giorno muore qualcuno, i giornali sono pieni di morti, ma in quest’epoca di benessere diffuso, di progresso scientifico e di prodigi della medicina nessuno pensa che prima o poi l’ultimo respiro toccherà pure a lui. Si vive il presente. E il futuro che intravvediamo per noi non è breve, stiamo diventando longevi, in passato non si è mai vissuti così a lungo, gli anni che passano ci recano gli acciacchi della vecchiaia e ce ne lamentiamo con gli amici. Mica tanto, però. Anche negli acciacchi c’è vita e vivere – oggi, adesso, mentre parliamo – è l’unica cosa che conti.
Superare i cent’anni, una volta, faceva notizia. Significava entrare a far parte di un’esigua minoranza, che però sta diventando sempre meno esigua. I centenari non vanno più nei giornali. Di anni, per andarci, ce ne vogliono di più. Ogni tanto ci viene in mente l’idea di un aldilà – l’inferno, il purgatorio, il paradiso – ma questo ha a che fare con la fede religiosa, per le colpe e i meriti dell’aver vissuto. Anche questo, tuttavia, è in declino. Ed è la stessa chiesa cattolica, oggigiorno, ad ammettere che le sue funzioni e i suoi riti sono via via meno frequentati. La trascendenza. Cos’è mai la trascendenza? Qualcosa di arcano che sta nell’alto dei cieli, sopra le nuvole. Qualcosa che non si vende, non si compra, non si consuma. E non c’interessa. Vivere il presente significa ignorare il passato – quanto sono noiose, a scuola, le lezioni di storia! – e non porsi i problemi del futuro, che di problemi ne ha tanti ma li tiene nascosti.
Stavolta, però, la Signora con la Falce è stata forse più cattiva del solito, perché colpire un bambino di quattro mesi significa impedirgli di conoscere la ragione di vivere. Cosa avrà pensato, Gianluca, che sceso dal paradiso degli angeli vi ha fatto subito ritorno senza poter sapere – appena uno sguardo – delle nostre città, delle nostre famiglie, dei nostri amori, delle nostre amicizie? Gli è piaciuto il mondo terreno? Probabilmente no, se l’ha subito abbandonato. Meglio così, si potrà dire. Lui era felice ed è rimasto felice, un privilegio, questo, che tocca a pochissimi.


sì la vita è un pregiudizio, una superstizione molto sopravvalutata. Come diceva quel fessacchiotto di Einstein: la morte non significa nulla, le persone come noi, che credono nella fisica, sanno che la distinzione tra passato, presente e futuro non è altro che una persistente, cocciuta illusione.
Bellissimo articolo, commovente e rispettoso della morte.
Perché vivere, quando ormai la pubblicità c’ha insegnato che in paradiso c’è anche il caffé più buono.
Veramente, Liuti, la nostra non è un’epoca di benessere diffuso, eventualmente è un’epoca di malessere diffuso, sia materiale che spirituale. Con questo non intendo dire che ‘si stava meglio quando si stava peggio’, ma che ‘non è tutto oro quel che riluce’. Mi sbaglio?