Francesca Baleani:
“A Macerata imbarazzo
nel pronunciare il mio nome”
RIFLESSIONI - Invitata all'iniziativa sulla violenza di genere organizzata da Insieme in sicurezza la donna che nel 2006 fu ridotta in fin di vita dal compagno Bruno Carletti non ha potuto partecipare a causa della febbre e ha inviato una lettera: “La paura per me oggi non si chiama amore. So di vivere in una città che non è in grado di abbracciarmi"

In prima fila il presidente di Insieme in sicurezza Romeo Renis, dietro il generale dei Carabinieri Alessandro Gentili con il pittore Carlo Iacomucci
di Maurizio Verdenelli
“Non mi chiedo nulla e non so dare neppure risposte del perché io abbia incontrato studenti in altre città d’Italia e del perché in altre città senta affetto e gioia e orgoglio nell’avermi tra loro. Inviti sinceri, gioia sincera nell’incontrare la donna che sono io. Oggi mi dico, va bene così. E anche in questo c’è resilienza, credo, nel sapere di vivere in una città che non è capace di abbracciarti e pronunciare il tuo nome, la tua storia, senza provare imbarazzo. Di certo l’ambiente non è stato un punto di forza e questo lo voglio dire per le donne che verranno o che hanno provato il mio stesso isolamento. Direi loro, andate avanti a testa alta. E un monito a questa città: non avete donne comuni di fronte a voi, abbiatene cura. Certo che il pericolo che ho corso l’ho codificato. Dopo“. Ancora. “E grazie alle amministrazioni provinciali e comunali di Parma, L’Aquila, Roma, La Spezia, Bari, Latina, Massa Carrara, Monte San Giusto, Pollenza e Treia. (No, Macerata non c’è, nei miei ringraziamenti). E ringrazio stasera il dottor Gianni Giuli”.
Che, ieri sera al ‘Claudiani’, ha letto l’atto d’accusa che Francesca Baleani (assente per un improvviso febbrone) ha scritto punto per punto e formalizzato a distanza di 11 anni da quel terribile 4 luglio 2006 dove la dignità umana, non solo quella di una donna, sembrò morire in un cassonetto a Montanello. Ora Francesca, che riuscì a salvarsi per un caso quasi ‘miracoloso’ punta l’indice sulla sua città dagli ‘occhi freddi’ e distaccata. Questi sono anni di rinascita per Francesca – ha detto Giuli, direttore del dipartimento dipendenze patologiche dell’area Vasta3, che ha coordinato la tavola rotonda organizzata da ’Insieme in sicurezza’ al Claudiani cui hanno partecipato Antonella Ciccarelli (sessuologa, criminologa, componente del consiglio delle donne di Macerata), Bianca Verrillo (avvocato, coordinatore del centro antiviolenza) e Giorgio Iacobone (presidente onorario dell’associazione diretta da Romeo Renis). Una rinascita prima lenta e poi travolgente. Personalmente ricordiamo il rifiuto di Francesca di presentarsi davanti alle telecamere di un’emittente locale per un dibattito analogo promosso anni fa da chi scrive e da Gabriele Censi. Vi presero parte, al posto della Baleani, il suo legale, l’avvocato Carnevali e per Bruno Carletti, l’avvocato Mandrelli amico per anni della coppia. Poi Francesca è lentamente ma gradualmente uscita dalle sue ‘catacombe’. “Ho donato la mia storia – è scritto nel suo memoriale letto dal dottor Giuli- a chiunque volesse farne qualcosa di buono per parlare attraverso me ad altre donne. E questo ho immaginato da subito fosse il modo migliore per dare un senso al mio 4 luglio”. Da qui incontri pubblici, mostre fotografiche ed installazioni artistiche, pièce teatrali e la Rai con ‘Amore criminale’.
Della vicenda si sono interessate anche numerose scrittrici, tutte al femminile c’è da osservare. E Province e Comuni, non a Macerata però ha sottolineato due volte, la Baleani. Quando successe ‘il fatto’, la Provincia le inviò una lettera intensa di condivisione al suo dramma, ma poi dai successori di Silenzi fino all’attuale Antonio Pettinari, solo silenzio. Ugualmente dal Comune. Chi scrive ha ricordato la visita in carcere a Bruno, direttore dei teatri comunali, da parte del sindaco maceratese. Ed è saltata su una giovane donna: “Si trattava di una visita privata, che male c’era”. Poco prima, Bianca Verrillo aveva letto un altro scritto di Francesca: “Le donne devono fare rete, non dividersi tra loro”. “E mi chiedo che donne sono con le altre donne”. “Che vittoria se ci volessimo più bene”. In realtà il pubblico, davvero non straripante (ed è un eufemismo) intervenuto al Claudiani non ha dato l’idea di gradire molto il j’accuse di Francesca. Ciccarelli: “La sensibilità delle città, sul tema, è tutta da crescere. Pensiamo al delitto d’onore, alle società che si scagliavano contro la moda delle minigonne, etc. Bisogna fare i conti ancora con questa cultura. Non possiamo dirci fuori da questa cultura: abbiamo risultati, è vero, ma sono del tutto migliorabili e non ne siamo soddisfatti. Occorre andare avanti, ancora”.
Il tema della tavola rotonda? “Riflessioni sulla violenza di genere”. Il titolo “Ferite d’amore”. “Se una paura mi è rimasta –ha scritto Francesca- non è quella nei rapporti purché siano umani. Oggi la paura per me ha altri nomi, ma non si chiama amore”. Fu un dramma d’amore quello tra Francesca e Bruno? “No, non fu litigio o un dramma d’amore. Si trattò di una relazione patologica che abbiamo letto soltanto nella sua drammatica coda” è stata la risposta, senza infingimenti, di Antonella Ciccarelli. Dalla tavola rotonda, concorde, è emersa la convinzione che l’isolamento di Francesca fu effettivo, tuttavia e soprattutto a causa del vuoto legislativo. “La legge antistalking è del 2009, e quattro anni più tardi data quella sul femminicidio. Il problema non è tanto nell’inasprimento delle sanzioni, ma nel recupero del violento. Conoscere il problema è già di per sé superare la paura” ha detto il dottor Iacobone, questore ad Enna, Ancona e Trento e già capo della mobile a Macerata.
Chi pensa al maltrattante? E’ stata poi la feconda provocazione di Giuli. Ci pensa, ad esmepio, la Voce, acronimo di violenza, offesa, cura, emarginazione. “Abbiamo avuto 13 richieste –dice Ciccarelli in riferimento al progetto di una cooperativa anconetana – il 60% sono italiani, tutti occupati, e padri. Ci ha fatto piacere soprattutto l’adesione di un uomo agli arresti domiciliari ed di un altro sotto processo. Si vogliono curare. Perché volete sapere cosa pensa di sé uno stalker? Che mai avrebbe fatto male ad una donna, che non è certo un violento lui: che ha dovuto purtroppo reagire ad una provocazione”. A Macerata, come va? Le donne hanno paura? Il dottor Renis ha rivelato di un’indagine che la sua associazione porta avanti con l’università. “Abbiamo indagato finora in due zone: centro storico e Collevario. Tutto ok, la parte femminile della popolazione ha dimostrato grande forza ed assoluta mancanza di paura verso la violenza di genere”. E il centro antiviolenza, quali dati? Verrillo: “Il terremoto ci ha un po’ bloccate. A Camerino, la sede è inagibile, ne apriremo comunque una terza, a Porto Recanati. Abbiamo avuto 41 casi, l’80% italiane. Del restante 20%, l’88% extracomunitarie. Il tipo di violenza più ricorrente? Fisica psicologica, poi psicologica, e a seguire fisica, psico, economica e infine con l’aggravante dello stalking. Residuali i casi di violenza sessuale e quelle derivanti dall’abuso subito nell’infanzia”. Gli Autori della violenza? “Nell’ordine il partner, a seguire l’ex, la persona di famiglia. L’amico o conoscente, l’estraneo e l’addetto ai servizi sono tutte ‘categorie’ al 2%”. L’età delle vittime? “Nel 41%, dai 40 ai 50 anni. Poi dai 20-40 (24%). Nella percentuale del 12% le fasce d’età dai 50-60 ed over e nel 10% dai 20-30 anni”.
Lo stato civile? “In maggioranza (37%) sono le nubili a subire violenza. Poco più sotto (34%) le coniugate. Molto meno (12%) le separate o divorziate. Nel 5% dei casi, le vedove”. La residenza? “Quasi tutte maceratesi (88%), pochissime da fuori provincia” Titolo di studio? “In possesso di diploma di media superiore, oltre la metà dei casi. Media inferiore e laurea nel 22%. In un solo caso, chi aveva frequentato solo le elementari”. Condizioni di lavoro? “In maggioranza (37%) occupate, delle quali stabili nella misura dell’81%. Subito dopo, disoccupate (34%). E a seguire pensionate (15%), casalinghe (7%) e studentesse (5%). Chi denuncia? “Solo il 22% di chi subisce violenza, poi denuncia, subendo il ricatto solito: l’unità della famiglia, la richiesta di perdono del partner che invece diventa sempre più aggressivo e pericoloso e ad intervalli ancora più ridotti”. L’appello di Francesca Baleani: “Sono convinta dell’importanza della condivisione dei vissuti, dei legami di sorellanza e della fiducia dell’apparato legislativo. Le leggi ci sono, troviamo il coraggio di denunciare”.


Ero presente e l’affermare che il pubblico “non ha gradito il J’accuse di Francesca” è una pura invenzione giornalistica e sensazionalistica.
Aggiungo solo che forse era il caso di sottolineare la totale assenza delle istituzioni locali. Non c’era il sindaco, non c’era il vice-sindaco, non c’era un solo assessore, non vi era un solo consigliere comunale di maggioranza. Abbastanza vergognoso e forse un giornalista non di parte l’avrebbe dovuto sottolineare.
Nessuno – almeno quelli di una certa età – ha dimenticato la tragedia di Francesca Baleani. Lei e Bruno Carletti erano personaggi noti in città. Soffrimmo… E non abbiamo dimenticato.
Mentre il Parlamento vuole approvare la legge Scalfarotto contro l’omofobia, ossia la violenza di ogni genere contro gli omosessuali, sono le donne che continuano ad essere le vittime sacrificali della mente inconscia degli uomini. Quello dell’omofobia è un falso problema. Quello dell’assassinio delle donne e della violenza sulle donne è un problema reale, che una certa cosiddetta Sinistra ha messo da parte, rispettosa della crociata pro gay di potentati d’oltre Atlantico, di cui è diventata lacchè..
No, l’omofobia non è un falso problema ma è il problema fondamentale, strettamente collegato al femminicidio.
Otello non può dire a Desdemona: “se non ci amiamo più, arrivederci e grazie”. Deve necessariamente ucciderla per difendere il suo onore e la sua identità di maschio eterosessuale, che per lui sono infinitamente più importanti di tutte le leggi di D.io e degli uomini. Uccidendo Desdemona uccide la propria componente femminile che aveva bisogno di Desdemona per restare nascosta, infatti poi si suicida. Tutto questo sangue, tutto questo dolore per un’allergia, per un pregiudizio sui gusti sessuali, peraltro tutti parimenti ridicoli.
L”assenza dell’amministrazione, e cioè dell’assessora incaricata Federica Curzi era tuttavia giustificata dalle condizioni di salute che la stessa ha segnalato in un bel messaggio ‘di partecipazione spirituale’ all’evento. Quindi assenza giustificata. E non c’è bisogno di essere pro o contro la giunta, solo per questo. O si?
Per quanto riguarda il clima in sala, non credo proprio d’essermi inventato nulla. Anche se l’assenza di Francesca Baleani riducendo la portata della sua testimonianza ha di conseguenza ridotto il dibattito intorno al suo caso, che infatti significativamente non c’è stato eccezion fatta per le due risposte all’unica mia domanda (da parte del dottor Iacobone, che a quei tempi però era questore ad Enna, e da parte della dott.ssa Ciccarelli che non a caso ha ricordato l’epopea, per fortuna trascorsa, del delitto d’onore e della ‘caccia’ alle minigonne).
Il cronista non inventa, riferisce e non trasferisce nella cronaca eventuali prevenzioni di parte, qualora sussistessero. Non se lo può permettere. Non è un social il giornale.