L’Abbadia di Fiastra ferita dal sisma,
“restaureremo mille anni di storia”

I NOSTRI TESORI - Viaggio nel luogo simbolo dell’identità culturale e storica del Maceratese, visitato da oltre 30mila turisti ogni anno. Giuseppe Sposetti, presidente della Fondazione Giustiniani Bandini: "Lavoriamo per velocizzare i tempi nonostante la lentezza delle procedure". Danni anche all'Abbazia, padre Giovanni Frigerio: "Ora diciamo messa all'aperto ma dormiamo tranquilli". LE FOTO
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Giuseppe Sposetti indica il confine tra i due comuni che attraversa l’ingresso del chiostro dell’Abbadia

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Le transenne nella parte del complesso dell’Abbadia che ricade sotto il comune di Urbisaglia

 

di Federica Nardi

(foto di Lucrezia Benfatto)

L’Abbadia di Fiastra dopo i terremoti di agosto e ottobre è spaccata in due dalle crepe e dalla burocrazia, con il chiostro attraversato dal confine tra i comuni di Urbisaglia e Tolentino, proprio dove un tempo passava il fiume da cui il borgo e la riserva naturale prendono il nome. Il primo Comune ha già firmato l’ordinanza di inagibilità e messo le transenne, l’altro no, lasciando allo sguardo del visitatore un paradosso visivo in un luogo simbolo dell’identità culturale e storica del Maceratese, visitato da oltre 30mila turisti ogni anno, e che ora si è spopolato in attesa della rinascita. «Restaureremo», dice Giuseppe Sposetti, presidente della fondazione Giustiniani Bandini, proprietaria della riserva, . «Cercheremo di farlo nel più breve tempo possibile, mantenendo l’identità del posto, che è diverso da ricostruire. I beni culturali sono come benzina per il turismo, e l’Abbadia è un punto di riferimento con il paesaggio, i servizi, i palazzi. È un’area che ha un significato ed è qui da un millennio». Certo, il fatto di dover rispondere a due Comuni «crea una specificità – dice Sposetti – E non posso negare una certa vischiosità a livello di pubblica amministrazione, bisognerà unificare le pratiche e scontrarsi contro la lentezza delle procedure». 

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La colonna rinforzata nella sala congressi

Dall’ampio parcheggio (gratuito) della riserva si costeggiano le mura della tenuta Giustiniani Bandini, in parte transennata perché dal tetto sono scivolate alcune sfere che abbelliscono la balaustra lasciando solchi nel giardino. Anche se i danni più gravi ed evidenti sono negli uffici della fondazione Bandini e in quelli della fondazione Carima, ora spostati nelle palazzine del museo dell’agricoltura, all’ingresso della passeggiata che si snoda lungo i confini del parco. Nelle stanze che conservano i preziosi ornamenti lignei alle pareti, nella sala congressi che già da agosto è stata chiusa perché una colonna ha dato segni di instabilità, le crepe attraversano i mille anni di storia dell’Abbazia. Mettono a rischio il luogo realizzato nel 1142, casa dei monaci cistercensi, poi distrutta da Fortebraccio da Montone nel 1422 finché non è il Vaticano a commissariare l’area e a darla in mano al cardinale Borgia, che sarà poi papa. Rinata sotto il segno dei gesuiti l’abbadia passa nel 1773 alla famiglia che la renderà poi lascito per tutta la comunità attraverso la fondazione, duecento anni dopo, nel 1973. Storia, leggenda (come quella che vuole che il fantasma del principe Bandini passeggi ancora per le scale il 4 novembre, giorno della sua morte), e memoria del presente: al terzo piano degli uffici, inagibile ma rimasto tale e quale al 1944, si leggono ancora le testimonianze degli ebrei internati all’abbadia durante la seconda guerra mondiale, prima di essere deportati verso l’orrore dei campi di concentramento.

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La tamponatura crollata nella chiesa il 30 ottobre

Fuori dal palazzo della fondazione, sempre dal lato di Urbisaglia, anche la pizzeria è inagibile mentre nel resto del borgo i bar, i negozi e i ristoranti sono tutti aperti. Fortunatamente l’abbazia e il chiostro non mostrano crolli evidenti ma sono stati chiusi dalla fondazione già dal 26 ottobre per tutelare la sicurezza delle centinaia di fedeli che frequentano la messa. Prudenza o presagio la mattina del 30 ottobre una tamponatura del soffitto della chiesa ha ceduto e ha ricoperto di sassi e calcinacci la navata centrale.

I monaci rimasti dopo il terremoto sono 7. «Dormiamo tranquilli – dice padre Giovanni Frigerio – diciamo la messa all’aperto quando è possibile o in una saletta. Certo le presenze sono diminuite, prima la domenica arrivavano 500 persone, ora meno di 200». Padre Giovanni però è sereno, sbriga le sue cose, la chiesa è già stata pulita e ora sarà controllata per verificare che sia tutto ok.

La tempesta sismica ha colpito ma «bisogna continuare – dice Sposetti – noi non ci siamo mai fermati e siamo fiduciosi. Le passeggiate continuano, le attività sono aperte, le cose fatte sono tante e questo posto resta gratuito e a disposizione di tutti». Oltre al borgo la fondazione possiede anche 70 edifici sparsi per la riserva, molti dei quali abitati. Tra questi alcuni sono inagibili e ora per sistemarli bisognerà affrontare la pratica delle seconde case. Ci saranno abbastanza risorse? «La riserva naturale – spiega Sposetti – esiste dagli anni ’80 e per questo lo Stato e la Regione ci danno un piccolo contributo. Ma qui è tutto tenuto in modo eccellente e la manutenzione ha un costo. La priorità ora è riaprire la chiesa e il chiostro, sfrutteremo ogni possibilità per accelerare i lavori, questo posto è unico».

Il visitatore all’abbadia lascia il cuore in un luogo o in un dettaglio. I maceratesi hanno vissuto nel parco le domeniche di sole, le notti di stelle cadenti e i pomeriggi invernali quando il viale si veste di nebbia. Anche Sposetti, che nella riserva lavora, ha il suo posto dell’anima. «È la sala del capitolo – dice il presidente – un luogo di riflessione dove un tempo potevano discutere solo determinati monaci». Sulle pareti della sala un monito che sembra suggerire la direzione in questo momento di crisi e incertezza e che riflette le parole ferme e ponderate del presidente sul futuro dell’Abbadia: “Parla poco e ascolta assai, pensa bene a quel che fai”.

 

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