“Capriglia, il paese che sento mio”

PIEVE TORINA - Valeria Pelli di Roma dedica un ricordo alla frazione in cui ha trascorso tanti bei momenti con la famiglia
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Il campaniule ferito di Capriglia

Il campanile ferito di Capriglia

 

Capriglia è una frazione di Pieve Torina. Si trova a meno di un chilometro dall’epicentro della scossa di magnitudo 4.8 del 3 novembre. La ricorda con affetto Valeria Pelli di Roma che nella frazione ha trascorso momenti felici con la famiglia. «Scrivo per esorcizzare lo sgomento, ma soprattutto scrivo per tramandare, raccontare scampoli di vita e di storia di un piccolo paese, uno dei tanti che rischia di scomparire nel nulla. Il paese che sento mio, oggi più che mai». 

 

di Valeria Pelli

Capriglia se ne sta lì, adagiata sulla cresta della collina e prova con tutte le sue forze a resistere alla tempesta. È uno dei piccoli borghi medievali disseminati tra i colli marchigiani, indifesi baluardi di un passato che dimora ancora oggi tra le loro pietre, come se le case avessero un’anima che vive di vita propria. E forse è davvero così.
Capriglia è storia. Il primo insediamento nasce come castello fortificato già nel XIII secolo. Fino a qualche anno fa, alzando lo sguardo, si potevano ancora scorgere tracce della rocca che dominava la collina e si stagliava contro il cielo azzurro, finché persino lei non si è dovuta arrendere allo scorrere del tempo che ne ha progressivamente eroso il caratteristico profilo. Restano sparsi qua e là tra la vegetazione ruderi di antiche mura, vestigia della porta che immetteva alla parte alta e una torre difensiva trasformata nel corso dei secoli in campanile della chiesetta di San Biagio (il Santo Patrono di Capriglia), anch’essa ricavata da uno degli ambienti del castello originario. Lì sul campanile, ben visibile ancora oggi, lo stemma dell’antica famiglia Varano, a testimonianza di un passato remoto che si fa tangibile. Ai piedi del castello fortificato si adagiavano pigramente le case del paese, allora come oggi affacciate lungo l’unica via che segue per intero la cresta del colle. Tutte in fila, ordinate e solide, tutte così simili nella loro essenzialità, seppur così diverse.

Capriglia prima del sisma

Capriglia prima del sisma

Capriglia è muta. Il campanile, che ne è simbolo e custode centenario, appare oggi fortemente danneggiato dal terremoto, ma resiste alle scosse con orgoglio e tenacia nonostante le evidenti offese subìte finora. Le campane invece sono venute giù, quelle stesse campane che suonavano a festa all’alba per annunciare l’inizio del giorno e che tante volte ci hanno fatto storcere il naso, durante le nostre vacanze estive, perché ci sembrava suonassero sempre troppo presto. E chissà cosa daremmo ora per sentirle scampanare di nuovo. Come prima. Più forte, magari.
Capriglia è ferita. In bilico, sull’orlo dell’epicentro che sembra avvicinarsi ogni botta un po’ di più e ti pare piuttosto surreale. Non può essere vero, ti ripeti mille volte, ma poi basta una foto, una telefonata, un racconto con la voce spezzata di chi è rimasto nonostante tutto e non ci sono più dubbi. Il terremoto è proprio lì sotto. Che scuote, spinge, scrolla ogni angolo, con fare metodico e senza fretta. E allora non ti resta che immaginare le cose e le case. Quelle che resistono e quelle che vengono giù. Quelle ancora in piedi e quelle lesionate da una violenza che non si vede. Ma si sente forte. Ripensi gli odori, i profumi, i colori e quasi ti sembra di essere lì. Se non con il corpo almeno con il cuore.
Capriglia è gioia. Per chi l’ha vissuto tutte le estati fin da bambino questo paese rappresenta spensieratezza, pace, vacanza, voglia di divertirsi, scorpacciate di more, pedalate in bicicletta fino a restare senza fiato, notti trascorse cantando a squarciagola e contando le stelle cadenti. Un’età dell’oro in cui tutto era possibile. Questo significa Capriglia per tutti noi che l’abbiamo vissuta e che la amiamo come si amano i luoghi che ti hanno reso felice, di una felicità assoluta, vera ed irripetibile, come solo quella dei bambini riesce ad essere. Ma lo capisci solo dopo. Quando ti manca.
Capriglia è comunità. Ogni estate lei si riempiva di noi e noi di lei. Uno sciame chiassoso di amici, famiglie, parenti, adulti, anziani, bambini di ogni età che si ritrovano insieme a raccontarsi le proprie vite, anno dopo anno. Riti irrinunciabili ad unire intere generazioni, come la passeggiata alla casa cantoniera, ora parzialmente distrutta, le cene di compleanno, il pranzo di ferragosto, la messa delle 10, la spesa a Pievetorina perché a Capriglia di negozi non ce ne sono, due passi alle Capanne a guardare le mucche che ai bambini piacciono tanto. Le ore che scorrono oziose fino quasi a perdere il conto dei giorni. Fino a quella maledetta notte del 24 agosto, che la paura è stata tanta sì, ma nessuno realisticamente si aspettava che la natura arrivasse a tanto e la speranza era quella di tornare presto, magari già per il ponte dell’Immacolata. E invece no.
Capriglia non sarà più quella di prima, ti viene da pensare oggi, ma poi chissà… Le case crollano, i muri vengono giù, i tetti cedono, le pareti si crepano e i pavimenti tremano. Ma le fondamenta resistono, o così sembra a guardare da fuori perché il coraggio di partire per andare a vedere cosa è successo in quelle stanze ancora non ce l’hai. Rimani sgomento, impotente e speri, con la forza dell’amore, che magari…forse… un domani tornerà quella che era e che è sempre stata. Ma non ci credi tanto neanche tu adesso e da lontano tremi con lei.



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