Banca d’Italia:
“Ecco come è stata gestita
la crisi di Banca Marche”

Via Nazionale ha illustrato alla commissione di indagine sul crac dell'istituto le attività della Vigilanza, le segnalazioni all'autorità giudiziaria, l'interlocuzione con la Commissione europea e la valutazione delle sofferenze. Il campanello d'allarme furono le ispezioni del 2010 e del 2011. Ma nel 2013 risultava ancora “largamente insufficiente lo sforzo correttivo della banca”
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banca d'Italia con la commissione

Roberto Cercone di Banca d’Italia con la commissione

 

banca marche 3

 

di Marco Ricci

Ispezioni, sanzioni, lettere di intervento con i provvedimenti da adottare per ridurre le anomalie, verbali inviati alla magistratura, la Banca d’Italia ha illustrato oggi – davanti alla commissione costituita dal consiglio regionale delle Marche per far fare luce sul dissesto di Banca Marche – tutta l’attività di Vigilanza svolta sull’istituto di credito a partire dal 2010. A spiegare anche le fasi che hanno condotto prima al commissariamento e poi alla risoluzione delle scorso novembre, è stato Roberto Cercone, dell’Unità per la risoluzione delle crisi, il quale ha ribadito quanto Via Nazionale aveva già reso pubblico in passato. Prima di scendere nel dettaglio del caso Banca Marche, Cercone ha indicato quali siano le prassi tenute dalla Vigilanza all’emergere di una situazione problematica che, di norma, viene rilevata dalle ordinarie ispezioni: lettere di intervento con gli accorgimenti da mettere in atto, interlocuzioni con la banca, altre eventuali ispezioni o altre lettere qualora permangano criticità, infine – quando non siano stati effettuati dalla banca interventi risolutivi dei problemi – un’ispezione decisiva che può portare all’amministrazione straordinaria. Di fatto, stanti i poteri effettivi allora a disposizione della Vigilanza, è quanto avvenuto per Banca Marche a partire dal 2010, con il graduale emergere di tutte le diverse criticità e il conseguente commissariamento dell’istituto, con l’emissione di nuove sanzioni per oltre 4 milioni di euro nei confronti di Massimo Bianconi, degli ex sindaci e degli ex amministratori dell’istituto.

LE ISPEZIONI DEL 2010-2011: I primi importanti segnali di anomalia emersero per Banca Marche dalle tre ispezioni condotte nell’arco di pochi mesi tra il 2010 e il 2011, ispezioni che tra l’altro rilevarono le mancate segnalazioni antiriciclaggio per le operazioni condotte in Banca Marche dai gruppi Anemone e Balducci. Il lavoro degli ispettori, oltre all’antiriciclaggio, avevano riguardato anche il processo del credito, la governance e la controllata Medioleasing (leggi l’articolo). Gli esiti negativi dei tre accertamenti – che condussero nel 2011 all’emissione di sanzioni per l’ex dg Massimo Bianconi e per gli ex amministratori – rilevarono “i primi seri problemi” all’interno di Banca Marche, spiega Via Nazionale, e diedero il via a un giro di vite che portò Bankitalia ad accrescere le interlocuzioni con gli amministratori e il management dell’istituto, ”con un accentuarsi di richieste da parte della Vigilanza perché si ponesse riparo ai problemi rilevati.”

LE SEGNALAZIONI ALLA MAGISTRATURA – II verbali ispettivi del 2010 e del 2011 furono oltre che agli ex amministratori inviati dalla Vigilanza anche alla magistratura. “A conclusione dell’ispezione del 2013 – si legge infatti nella nota illustrata da Cercone ai consiglieri regionali – il relativo rapporto fu trasmesso alla Procura di Ancona, con la quale fu avviata una intensa collaborazione. All’autorità giudiziaria erano stati in precedenza trasmessi anche i rapporti sulle ispezioni del 2010-2011.” Tale azione non è certo una prassi, ma conseguenza del sospetto, da parte della Vigilanza – ovviamente priva di poteri di polizia giudiziaria – di possibili ipotesi di reato sottostanti le anomalie riscontrate.

Ignazio Visco

Ignazio Visco

LA LETTERA DI VISCO – Nella ricostruzione esposta dalla Banca d’Italia, si accenna così – oltre alla richiesta di più patrimonio per un suo riequilibro rispetto agli impieghi – alla durissima lettera del gennaio del 2012, a firma del governatore Ignazio Visco, dove venivano richiesti a Banca Marche, pena il commissariamento dell’istituto, “incisivi interventi correttivi”, proprio alla luce delle anomalie emerse nelle precedenti ispezioni e delle criticità non ancora rimosse. Tra queste sollecitazioni di Visco c’erano tra l’altro l’invito ad individuare per tempo un nuovo direttore generale e la richiesta di immettere in Cda consiglieri con pregresse esperienze in banche di medie o grandi dimensioni. Quest’ultima sollecitazione, lo ricordiamo, fu accolta solo da Fondazione Carima la quale nominò in Cda l’ex vice presidente di Unicredit, Francesco Maria Cesarini, e Francesco Grassano. I due consiglieri indicati da Macerata furono poi gli unici a rifiutarsi di approvare la semestrale del 2012, l’ultima chiusa in attivo dalla banca, non ritenendo credibili i numeri esposti dalla dirigenza dell’istituto. Anche l’invito di Visco ad inserire nel management nuove qualificate risorse cadde sostanzialmente nel vuoto, mentre l’allora ex presidente dell’istituto continuava a difendere la tenuta gerarchica dell’istituto e la dirigenza interna di Banca Marche.

Massimo Bianconi

Massimo Bianconi

L’USCITA DI BIANCONI – La nota esposta da Cercone accenna anche alle circostanze che portarono all’allontanamento dell’ex dg, Massimo Bianconi, avvenuto proprio su impulso della Banca d’Italia con la richiesta della Vigilanza, a giugno del 2012, di accelerare il ricambio del direttore generale. Durante un’ispezione in Banca Tercas, lo ricordiamo, erano infatti venuti alla luce dei cambi di assegno eseguiti da un funzionario di Banca Marche per conto di Massimo Bianconi. L’ex dg, tre mesi dopo la sollecitazione di Via Nazionale, uscirà da Banca Marche ma con 2.3 milioni di euro di buonuscita e una misteriosa lettera di encomio in tasca, lettera di cui l’allora presidente non conservò neppure copia dell’originale (leggi l’articolo).

IL COMMISSARIAMENTO – Se dalle ispezioni del 2010 e del 2011 emersero dunque i primi segnali di allarme, fu una successiva e prolungata ispezione della Vigilanza, a partire dal novembre del 2012 e protrattasi fino a settembre dell’anno successivo, a far gradatamente luce sul quadro gravissimo che poi condusse al commissariamento di Banca Marche. L’ispezione decisiva, nata in origine per valutare l’adeguatezza degli accantonamenti, venne poi estesa agli altri profili di rischio, dopo che Banca d’Italia aveva giudicato “largamente insufficiente lo sforzo correttivo della banca”. Così – se una prima relazione interlocutoria da parte della Vigilanza ancora impegnata nella valutazione dell’istituto portò a fine estate 2013 ai due mesi di gestione provvisoria – ad ottobre Banca Marche venne posta in amministrazione straordinaria per gravi perdite patrimoniali e gravi irregolarità amministrative.

L’INTERLOCUZIONE CON L’EUROPA –  La ricostruzione di Banca d’Italia chiarisce anche come, dopo l’infruttuoso tentativo da parte di due advisor (Banca Imi e Unicredit) di trovare, su incarico dei commissari, soggetti disposti ad acquisire Banca Marche, a metà del 2014 nacque la prima ipotesi di intervento del Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd), in concomitanza con la possibile ricapitalizzazione di Banca Marche ad opera dell’ex Credito Fondiario (Fonspa). Il successivo faro, aperto dalla Commissione europea sul salvataggio di Banca Tercas per un possibile aiuto di stato, rese però necessaria un’intensa consultazione dell’Italia con Bruxelles per ottenere l’indispensabile via libera della Commissione, questo “nella convinzione, da parte delle autorità italiane, che l’ipotesi di aiuto di Stato fosse infondata e che di ciò si potesse convincere la Direzione competition”. L’atteggiamento degli uffici della commissione comunque “rimase pervicacemente di rifiuto dell’intervento del Fitd”, dice ancora Banca d’Italia, e il rifiuto si protrasse anche davanti alla successiva (e ultima) possibilità, cioè effettuare un “burder sharing”, ovvero una condivisione degli oneri del salvataggio con gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati. Con il “burder sharing” gli azionisti avrebbero probabilmente visto convertiti i propri titoli obbligazionari in azioni ma non avrebbero subito l’azzeramento dei loro investimenti come poi avvenuto con la risoluzione. Ma il no della Commissione non cadde neanche davanti a questa ipotesi. “Questo atteggiamento fu confermato ufficialmente al più alto livello in una lettera dei Commissari Hill e Vestager del 19 novembre 2015”, cioè proprio pochi giorni dopo da quando l’Italia si era dotata, con l’introduzione della Brrd, degli strumenti normativi per poter effettuare il “burder sharing”. Fu la doccia fredda finale che portò – in assenza di qualunque altra possibilità se non la liquidazione coatta amministrativa di Banca Marche, con l’istituto ormai in crisi di liquidità e costretto alla richiesta di un prestito di emergenza da 200 milioni di euro – alla procedura di risoluzione aperta contemporaneamente anche per Popolare dell’Etruria, Carichieti e Cariferrara.

LA CESSIONE DELLE SOFFERENZE –  Uno dei punti più discussi della risoluzione che ha portato alla nascita della Nuova Banca Marche riguarda l’importo a cui sono state cedute le sofferenze del vecchio istituto di credito. Stimate ad un valore di mercato medio del 17% rispetto ad un valore di bilancio medio del 43%, la loro cessione alla bad bank ha creato infatti ulteriori perdite tamponate prima con l’azzeramento delle obbligazioni subordinate, poi dal Fondo unico per la risoluzione delle crisi con circa un miliardo di euro. Banca d’Italia, dopo aver chiarito come tale valore sia stato richiesto dalla Commissione europea prendendo ad esempio una simile procedura aperta nel caso di una banca slovena, ha precisato ai consiglieri regionali un aspetto delle norme poco compreso. Cioè come la cessione delle sofferenze sia avvenuta, data l’estrema urgenza, basandosi su una valutazione provvisoria, così come previsto dalle legge sulla gestione delle crisi bancarie. Alla valutazione provvisoria seguirà adesso una valutazione definitiva affidata ad un esperto indipendente, “secondo quanto stabilito dalla Brrd e dalla disciplina italiana di recepimento”. La legge, lo ricordiamo, prevede anche – nel caso di differenze positive – il rimborso dovuto agli azionisti e agli obbligazionisti. Ma se nulle sono le speranze per i titolari di azioni Banca Marche, scarsissime sono anche le possibilità di parziale rimborso per gli obbligazionisti subordinati. Qualora il prezzo di cessione delle sofferenze alla bad bank risultasse infatti maggiore di quanto inizialmente stimato, le norme stabiliscono come debba essere rimborsato prima il Fondo unico per la risoluzione delle crisi il quale, nel complesso delle quattro banche, ha effettuato un esborso da 1.7 miliardi, qualcosa che per la sola Banca Marche vale come detto circa un miliardo di euro.



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