Molière-Dezi, binomio vincente a Montecosaro
“Un matrimonio scombinato” debutta al teatro delle Logge
di Walter Cortella
Nell’ambito della Rassegna “VariOrizzonte” in corso al teatro delle Logge di Montecosaro la Compagnia Cfd di Macerata ha presentato il suo nuovo lavoro, “Un matrimonio scombinato” tratto da Molière e diretto da Diego Dezi che ne ha curato la traduzione e l’adattamento. Com’è noto, una prima nasconde, sempre molte incognite. In quel momento topico, tutto ciò che è stato pianificato, provato e riprovato nei minimi particolari nel corso di estenuanti prove e che ha fino ad allora funzionato egregiamente, viene sottoposto alla verifica finale. È una prova impegnativa. La presenza del pubblico, l’emozione, l’ansia, la tensione e l’adrenalina a mille potrebbero pregiudicare il tutto, in un attimo. Una battuta che sfugge, il ritmo che cala, il meccanismo che per un piccolo imprevisto si inceppa possono mandare a monte il lavoro di mesi. Questo, d’altro canto, è il fascino sottile e perverso del teatro per il quale vige la regola del «buona la prima» poiché ogni sera si recita in diretta, senza rete. Ebbene, tutto ciò a Montecosaro non si è verificato e il debutto della formazione maceratese è andato oltre le più rosee aspettative. Legittima la soddisfazione del trainer Dezi per la prestazione di buon livello fornita dall’intero cast, del quale fanno parte, oltre agli attori, anche tecnici, sarta, direttore di palcoscenico e aiuto. Ognuno dà il suo contributo per la riuscita dello spettacolo.
Va da sé che il lavoro, come tutti i meccanismi di precisione, deve essere messo a punto e sottoposto ad uno specifico rodaggio sul campo. A questo servono le repliche, dopodiché Un matrimonio scombinato sarà in grado di affrontare con serenità e buone chances di successo anche la valutazione delle severe giurie dei concorsi. Intanto, l’apparato nel suo insieme ha dato prova di funzionare a dovere. E se è vero che «il buon giorno si vede dal mattino…..», c’è da essere fiduciosi. Scandagliando in profondità il testo di Molière, Diego Dezi ha saputo far emergere, grazie ad alcune indovinate soluzioni registiche, l’umorismo un po’ amaro che si cela nelle pieghe della vicenda per certi aspetti drammatica del povero Georges Dandin, contadino arricchito che cerca di riscattare le sue umili origini sposando una nobildonna che però lo ricambia con la più spavalda e sfacciata infedeltà. E come ogni parvenu, Dandin paga a caro prezzo il biglietto d’ingresso nel mondo della nobiltà che gli lega le mani e gli impedisce di farsi giustizia a suon di bastonate, cosa possibile se avesse sposato una contadinotta. Subisce angherie d’ogni genere e viene addirittura malmenato dalla bella e volubile moglie Angelica, spalleggiata ad oltranza dai genitori, i baroni di Sotenville, tanto nobili quanto squattrinati e frivoli. La giovane e vanitosa Signora si fa impunemente corteggiare, incurante dei doveri coniugali derivanti dal sacro vincolo del matrimonio, dal timido e balbettante visconte Clitandro, interpretato con bravura da Fabio Campetella. Il povero Dandin, di fronte alla granitica coalizione dei Sotenville, è davvero impotente, a nulla vale la sua straripante vigoria fisica. In una sorta di visione onirica, la sua casa va letteralmente in pezzi, proprio come la sua esistenza.
Le pareti si muovono vorticosamente in un serrato tourbillon, come fossero sotto l’effetto di un malefico sortilegio. È l’inizio della fine. La testa gli gira. Esausto, crolla a terra in ginocchio. È desolato. Non gli resta che invocare l’aiuto risolutore del Cielo che benevolmente gli concede di ritrovare, nonostante l’amaro finale in cui tutti si fanno ancora una volta beffe di lui, l’agognata pace interiore quando finalmente ridiventa «padrone del suo cuore». Allora, ricordando le rivelatrici parole pronunciate da Orgone ne Il Tartufo, riacquista la serenità e comincia una nuova vita. È l’ultima scena: la casa si scompone di nuovo, ma adesso sono tutti gli altri personaggi della storia a muoversi terrorizzati tra gli elementi che, ruotando come mossi da una misteriosa e ciclopica forza, potrebbero travolgerli. Nella sarabanda conclusiva, Georges Dandin si esalta fin quasi alla follia, sulle coinvolgenti note delle frenetiche atmosfere musicali di Goran Bregovic.
Nel mettere in scena questa commedia di Molière, Dezi si ispira al mondo della commedia dell’arte che riecheggia in particolar modo nelle movenze e nei costumi di Lubin (Francesco Benedetti), il furbo servitore del visconte Clitandro, della serva Claudine (Paola Cosimi), smaliziata e vezzosa complice di Angelica (Valentina Simonacci, sempre frizzante e graziosa) e di Colin (la dinamica Laura Silvetti), serva fedele di Georges Dandin, personaggio centrale della pièce, interpretato con misurato vigore da un sorprendente Andrea Tonnarelli. Completano il cast i baroni di Sotenville (Rossella Calfon e Walter Cortella) che vivono in una singolare dimensione esistenziale, fatta di serate danzanti, divertimento, spensieratezza e null’altro. Insomma, una coppia gaudente di matrice felliniana, ben resa dal trucco marcato e dalla bizzarra foggia dei costumi realizzati da Maria Sincini. L’efficace disegno luci è opera di Stefano Zagaglia che ha costruito, coadiuvato dalla impagabile Maria Vallorani, l’artistica e suggestiva scenografia, ideata dal regista Dezi, sempre ricco di fantasiose idee. Dopo questo felice e lusinghiero debutto vai, Georges Dandin, verso una nuova ed esaltante avventura teatrale.




