Raffaello, Picasso, Monet:
Giro di opere false in provincia
Nei guai ex rappresentante della Gutti’s
TREIA - Il maceratese Michel Agnetti è imputato insieme ad un ragioniere commercialista di Macerata in un processo che riguarda una serie di dipinti contraffatti e che si volevano far passare per autentici attraverso perizie fasulle
di Gianluca Ginella
Un giro di opere false dei più grandi artisti della storia dell’arte da Raffaello, a Monet, fino a Picasso. Questo è al centro di un processo che doveva aprirsi oggi al tribunale di Macerata (ma è stato rinviato) e in cui sono imputate due persone per reati che, a vario titolo, vanno dalla ricettazione, alla falsità ideologica commessa dal privato a violazioni del codice dei Beni culturali.
I lineamenti delicati tratteggiati dal pennello di uno dei più grandi pittori del Rinascimento, Raffaello, il Cubismo di Picasso con le sue opere che l’occhio deve interpretare, la descrizione della luce nell’impressionismo di Monet. Opere di maestri che spesso hanno un valore enorme. Diverse di queste giravano nella nostra provincia, ma erano dei falsi. Questo sostiene l’accusa (pm Francesca D’Arienzo) in un processo al tribunale di Macerata e in cui sono imputati il 38enne Michel Agnetti, libero professionista maceratese, e a Paolo Vitali, 63 anni, residente a Macerata, ragioniere commercialista, per lui le contestazioni riguardano solo un Raffaello. Quel Raffaello, da cui è nata una indagine dei carabinieri del Nucleo di tutela dei Beni culturali, è la Sacra famiglia con santa Elisabetta, san Giovannino e Angelo. Secondo l’accusa, Agnetti e Vitali avrebbero detenuto il dipinto al fine di farne commercio attribuendolo falsamente a Raffaello attraverso la realizzazione in una falsa perizia tecnica che attestava analisi chimiche svolte sull’opera e che recava l’intestazione dell’università di Camerino a firma di una ricercatrice. Sempre secondo l’accusa il certificato lo avrebbero utilizzato per presentarlo ad uno storico dell’arte che avrebbero incaricato di effettuare un expertise sull’opera per accreditarla a Raffaello. Contattata dallo storico, la ricercatrice aveva però negato che quella perizia l’avesse realizzata lei e aveva denunciato la cosa. Agnetti e Vitali dal canto loro negano di aver mai affidato la perizia di quell’opera alla ricercatrice: «Non sappiamo nulla di questa perizia, né da dove sia venuta fuori. Non è nemmeno firmata, potrebbe averla realizzata chiunque» dice l’avvocato Christian Severini che assiste Agnetti insieme all’avvocato Diego Lacchi. Ad Agnetti viene contestata l’aggravante di aver commesso i fatti in qualità di rappresentante all’ufficio che la società Gutti’s art gallery ltd di Londra aveva a Treia (incarico che oggi non ricopre più). Questi fatti risalgono al gennaio del 2012. Il resto delle contestazioni al processo riguarda il solo Agnetti. Gli viene contestato di aver ricevuto un dipinto di Picasso (Buste de homme) e di averne accreditato l’autenticità mediante false attestazioni e di averlo venduto come autentico. Gli viene contestato di aver ricevuto e poi venduto altre due false opere di Picasso “Volto di giovane con cappello e barba” e “Volto di giovane” e una di Camille Pissarro che avrebbe venduto come autentiche. Gli viene contestato di aver attribuito falsamente a Rembrandt e Monet, mediante certificazioni fasulle e fotomontaggi, due dipinti ad olio. Gli viene contestato di aver ricettato altri 8 dipinti ad olio, di cui due Picasso. Di aver contraffatto, attribuendone poi con false attestazioni la paternità a maestri come Fontana, Monet, Picasso, Bueno, 13 dipinti ad olio. E infine per aver ricevuto al fine di venderlo come autentico un Morandi (dipinto che venne sequestrato a casa sua) e di aver detenuto nella sede espositiva di Treia della società Gutti’s art gallery di Londra, per farne commercio e spacciandolo per autentico mediante la realizzazione di false expertise, il dipinto “Maternitè” di Henri Matisse. «Solo oggi abbiamo avuto modo di prendere visione del fascicolo e dobbiamo leggere le contestazioni – dice l’avvocato Severini –. Il mio cliente era preposto a far visionare al pubblico i dipinti della galleria Gutti’s nella sede espositiva di Treia, ma in pratica era un commesso. Non aveva alcun modo di decidere sulla vendita o sul prezzo delle opere. Gli davano delle direttive e lui faceva quello che gli diceva la società. Le opere non erano sue ma della Gutti’s». Il processo è stato rinviato all’8 ottobre per via del legittimo impedimento del legale di Vitali, l’avvocato Giancarlo Giulianelli.
