Ora Alfio Caccamo dia le risposte

CASO CORRIDOMNIA - Dopo l'archiviazione dell'indagine su Cronache Maceratesi, occorre fare chiarezza sui tanti interrogativi rimasti in sospeso sulla realizzazione del centro commerciale, a partire dalla provenienza del denaro investito per i lavori. Il legale dell'imprenditore si era impegnato: "risposte a tempo debito". Sono già passati due anni
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L'imprenditore Alfio Caccamo

L’imprenditore Alfio Caccamo

 

di Giuseppe Bommarito

Era il giugno 2012 quando venne pubblicata su Cronache Maceratesi l’inchiesta del sottoscritto sulla vicenda del centro commerciale Corridomnia; sulla società Alba s.r.l., che quel centro aveva appena realizzato a tempo record; sui rapporti di tale società con il Comune di Corridonia; su Alfio Caccamo, il socio di riferimento e il “front-man” dell’Alba s.r.l, nonché il leader dell’intero gruppo imprenditoriale che a lui faceva e fa riferimento; sulla montagna di soldi che i soci dell’Alba s.r.l. avevano versato a tale società in fretta e furia a titolo di prestiti personali. Un approfondimento in gran parte basato sull’esame di documentazione alla portata di tutti, disponibile all’interno dei bilanci e dei verbali assembleari depositati presso la Camera di Commercio.
Sempre in quei giorni – come si ricorderà – il legale di Alfio Caccamo e dell’Alba s.r.l., l’avvocato Paolo Rossi di Fermo, sia pure parlando sdegnosamente di vile aggressione mediatica, di illazioni velenose, di strumentali ricostruzioni dei fatti, di alcune “affermazioni completamente erronee” e di altre rese in forma “artatamente accusatoria e denigratoria”, interveniva su questo giornale e, senza la benchè minima incertezza, assicurava: “Documenteremo a tempo debito la provenienza di quel denaro”.
Si riferiva non a qualche spicciolo, ma a diversi milioni di euro di cui era incerta la provenienza, versati – come sopra detto – in un breve arco di tempo, precisamente tra il 2008 e il 2009, nelle casse dell’Alba s.r.l. a titolo di prestito personale infruttifero da parte dei soci della stessa: oltre al già nominato Caccamo Alfio, la sorella Caccamo Nina ed il cognato Puglisi Stefano.

Giuseppe Bommarito e Matteo Zallocco

Giuseppe Bommarito e Matteo Zallocco

Nell’attesa dei promessi chiarimenti, che ovviamente non sono mai pervenuti, è invece arrivata, in un vano tentativo di intimidazione, una bella querela per diffamazione aggravata a mezzo stampa, presentata da Caccamo & Company appunto nei riguardi del sottoscritto e di Matteo Zallocco, quest’ultimo in quanto direttore della nostra testata.
Ebbene, mai decisione fu così improvvida ed avventata, perché il procedimento penale che si è in tal modo aperto, oltre ad attestare – come si è visto – l’assenza nel contenuto degli articoli in questione della benchè minima valenza diffamatoria e quindi la piena legittimità degli stessi, pienamente ascrivibili al diritto/dovere di cronaca e di critica, nonché al diritto costituzionalmente garantito di manifestare liberamente le proprie opinioni e il proprio pensiero, ha anche rilanciato in grande stile, e con toni decisamente preoccupati, tutti i pesanti interrogativi sulla vicenda che questo giornale aveva a suo tempo proposto all’opinione pubblica ed alle istituzioni. Insomma, a conti fatti l’avventata querela si è rivelata un vero e proprio boomerang ricaduto pesantemente sulla testa di Alfio Caccamo e del suo entourage (leggi l’articolo).

Il CorridoMnia

Il CorridoMnia Shopping Park

Come infatti risulta dalla richiesta di archiviazione del sostituto procuratore Stefania Ciccioli, dalla lettura del primo articolo “deve escludersi qualsivoglia intento diffamatorio, offensivo e denigratorio … il testo riporta in primo luogo un commento molto ben argomentato, motivato e denso di riferimenti e dati veritieri, e non certo inventati dall’autore …; le opinioni critiche e le valutazioni sollevate dal Bommarito… paiono perfettamente legittime. Anche le domande che l’articolista pone circa le modalità con cui il Caccamo avrebbe reperito parte dei finanziamenti sembrano legittime e doverose  … le domande che il Bommarito si pone e propone al pubblico, pure sul piano delle implicazioni che notoriamente la provenienza opaca dei soldi comporta anche sul piano criminale, paiono più che lecite, anzi doverose”. Quanto al secondo articolo, afferma sempre il pubblico ministero, l’invito del sottoscritto alle istituzioni a porre attenzione alla vicenda e a svolgere le dovute indagini, “anche se è comprensibile che al Caccamo possa non piacere”, deve ritenersi del tutto legittimo.
A sua volta, il giudice per le indagini preliminari Enrico Pannaggi, chiamato a pronunziarsi in quanto i querelanti si erano opposti alla richiesta di archiviazione, nell’ordinanza definitiva di archiviazione, calcando ancora di più la mano, ha ribadito l’inesistenza negli articoli incriminati di espressioni ingiuriose e diffamatorie; ha riconosciuto che è stata effettuata “con competenza ed equilibrio” la trattazione da parte del sottoscritto di temi quali la criminalità organizzata, l’infiltrazione della mafia imprenditrice nel tessuto economico di regioni (come le Marche) erroneamente ritenute al riparo da tali fenomeni, il riciclaggio di soldi sporchi derivanti dal traffico di droga e da estorsione; ha ulteriormente evidenziato “il deficit di trasparenza circa la provenienza di parte delle somme investite dagli opponenti per la realizzazione del centro commerciale Corridomnia”, qualificate come prestiti personali infruttiferi. Ed ancora, condividendo appieno le considerazioni del pubblico ministero, il Gip ha affermato che “la circostanza che parte rilevante della provvista monetaria investita nella realizzazione dell’opera fosse “scudata” non vale di per sé ad attestarne la lecita provenienza”, sicchè non appare fondata la pretesa di Caccamo e soci “di impedire che venga pubblicamente denunciata l’opacità della complessiva operazione finanziaria che, dell’imponente edificazione in commento, costituisce presupposto”. Infine – prosegue il Gip – porsi le domande prospettate nei due articoli in questione è non solo un comportamento perfettamente lecito, ma anche, al contempo, preciso diritto e dovere civico.

A questo punto, sia pure confortati da tali inequivocabili affermazioni da parte della magistratura intervenuta sulla querela di Caccamo e ovviamente del tutto soddisfatti per l’esito di una pur sempre sgradevole vicenda giudiziaria, rimaniamo tuttavia, come giornale, pienamente convinti che la vicenda di Alfio Caccamo e del Corridomnia Shopping Park costituisca nella sua opaca genesi finanziaria una vicenda di grandissima rilevanza per l’intera collettività e per le competenti istituzioni, che sinora ne hanno sottovalutato tutte le sottese implicazioni, passate, presenti e future.
Va infatti segnalato che, persistendo nel frattempo quello che il Gip ha definito come un preoccupante deficit di trasparenza in capo al gruppo Caccamo ed in assenza del benchè minimo chiarimento sui fondi di incerta provenienza, lo stesso gruppo (costituito, oltre che dall’Alba s.r.l., dalle società Nefer s.r.l. e Voghera Est s.r.l. e da altre imprese collegate), mentre gran parte delle aziende operanti nel settore dell’edilizia è in ginocchio sotto l’effetto della più pesante crisi dal Dopoguerra in poi, sta allargandosi sempre più a livello provinciale e regionale, avvalendosi anche di subappalti di rilevanti opere pubbliche ed estendendosi pure ad altri settori imprenditoriali.

Ci vediamo quindi costretti a rilanciare con ancora più forza alle istituzioni medesime, alla magistratura ed alle competenti forze dell’ordine i nostri interrogativi.
Il primo, sempre eguale: qual è la provenienza dei due milioni e mezzo di euro versati a titolo di prestito personale infruttifero tra il 2008 e il 2009 alla società Alba s.r.l. dai soci Alfio Caccamo, Nina Caccamo e Stefano Puglisi (e di altri cinquecentomila euro versati nello stesso periodo ad un’altra società del gruppo)? Come ha potuto in quegli anni l’Alba s.r.l. imbarcarsi in un affare come il centro commerciale Corridomnia, ben al di sopra delle proprie apparenti possibilità finanziarie e di quelle dei suoi soci, nonché palesemente sproporzionato rispetto al reddito dichiarato e all’attività economica svolta? Perché non è stato dato seguito alcuno alle segnalazioni bancarie di operazioni sospette per movimentazioni di ingentissime somme di denaro contante effettuate proprio in quel periodo dallo stesso Alfio Caccamo e da altri suoi strettissimi congiunti? Perché, nel caso specifico, si è proceduto solo a livello di verifica tributaria e non è stata invece applicata in sede penale la normativa antiriciclaggio, che avrebbe imposto ad Alfio Caccamo ed ai suoi soci e congiunti di rivelare la provenienza di tutti quei soldi, senza la possibilità di nascondersi dietro lo scudo fiscale (utilizzabile solo a fini tributari)? Perché, infine, in assenza di spiegazioni chiare, documentate e circostanziate circa la provenienza dei fondi in questione, non venne all’epoca disposto il sequestro preventivo del cantiere di Corridomnia, come prevedeva, ed anzi imponeva, la normativa antiriciclaggio? Da quali “protezioni” è scaturita tanta disattenzione nei confronti di Caccamo e soci?

Non sono domande di poco conto, e, nell’attesa di conoscere gli sviluppi delle complesse indagini che a suo tempo saranno state pure avviate sulla vicenda e che in qualche modo saranno andate avanti, non ci stancheremo di proporle, confidando in un auspicato scossone da parte delle istituzioni. Ma soprattutto siamo sostenuti dalla speranza che prima o poi le nuove generazioni, l’associazione Libera, gli imprenditori che ogni giorno sputano sangue rispettando le leggi e le regole del mercato, i cittadini di buona volontà, escano dal torpore e dall’indifferenza e reclamino a viva voce legalità, fermezza e tempestività, su questa così come su altre analoghe opache vicende che sempre più stanno avvolgendo le Marche in una preoccupante nebulosa.

 



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