Claudio Sanfilippo: “Le mie Marche”

Il cantautore milanese racconta la nostra regione
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Claudio Sanfilippo

Claudio Sanfilippo

 

di Claudio Sanfilippo

Una squisita e appartata metafora dell’Italia tutta. Defilata, come se fosse una terra di confine. In effetti di confini ne ha tanti, protesa sul mare e agganciata all’Appennino attraverso un movimento di colline di bellezza esoterica. La marca Pesarese che ha un piede nel Nord, quella di Ancona radicata al Centro, quelle di Macerata e Ascoli Piceno che invece un piede lo allungano a Sud. Italia centrale in tutti i sensi, si potrebbe dire. Gente solida, schietta, sgobbona e poco rumorosa. Le Marche sono apparentemente marginali e sostanzialmente centrali. Forse perchè ai Marchigiani va bene così, o forse perchè c’è un inconscio atteggiamento di rimozione verso il luogo che più di altri rappresenta un modo stare insieme squisitamente Italiano in tutte le sue sfumature. Terra di campanilismi estremi che convive con un civismo quasi “posturale”, metafora virtuosa, laboratorio naturale, esempio vivente di ciò che potrebbe essere questo scombiccherato paese così gioiosamente frantumato in mille culture diverse che non è mai diventato tale per inerzie troppo lunghe da dire in poche righe. Le Marche sono l’occasione che non smettiamo mai di perdere, una specie di bigino che spiega e non disperde. E’ stata una delle prime regioni che ho visitato, ma era il 1963, in vacanza con i miei genitori a Cattolica, avevo solo tre anni.

 

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Claudio Sanfilippo e Filippo Davoli

Ho dovuto aspettarne quaranta per ritornarci, ed è successo grazie a Filippo Davòli, l’amico scrittore incrociato per corrispondenza telematica su questioni musicali. Qualche settimana dopo era ospite a casa mia, nella Bassa Padana, tra Milano e Pavia. Le Marche le ho scoperte con lui, grazie a lui. Ci si può innamorare di un posto per i motivi più strampalati. Di solito quelli più solidi riguardano l’amore e l’amicizia. Con Filippo siamo diventati amici al volo, in immediatezza. Abbiamo incrociato le spade delle nostre rispettive arti per fare cose insieme fin da subito, abbiamo scritto canzoni, condiviso il palco (io con le mie canzoni, lui con le sue letture), e perfino dato il via a una bellissima avventura editoriale, la rivista Ciminiera, con cui collaboravo dal mio eremo lombardo. Così le Marche, da dieci anni a questa parte, sono diventate una delle mie seconde patrie. Alle mura che circondano Macerata c’è già l’odore della casa di Filippo, arroccata nel centro storico, un posto dal disordine vivo ed essenziale che mi somiglia (sarà l’assonanza tra il mio cognome e il suo nome di battesimo?), dove si mangia, si beve, si parla, si canta e – soprattutto – si fanno i pirla, come si dice dalle mie parti. Nonostante le nostre fedi calcistiche siano lontane (lui bianconero, io rossonero) riusciamo perfino a parlare di calcio, ma fino a un certo punto.

Dalla sua casa la vista è meravigliosa, l’orizzonte suggerisce quel “moto ondoso di colline” che non ha prezzo gustare mentre in cucina lavora qualche sugo, con un calice di Conero o di Matelica tra le dita. Meglio se a stomaco vuoto, che l’allegria sale più veloce. Le Marche sono anche il pesce mangiato sulla spiaggia di Civitanova o di Porto San Giorgio con abbondanti caraffe di bianco fresco e selvaggio, sono il palco condiviso nel cuore di borghi bellissimi e nascosti, minuscoli teatri ottocenteschi di una bellezza difficile da raccontare, come quelli di Montelupone o Mogliano, posti da cui può capitare di rientrare a Macerata in sette nella mia macchina, chitarra inclusa e bottiglia che gira manco fosse un calumet. O il cortile del palazzo municipale dove ti ritrovi a raccontare Milano con le tue canzoni insieme a quelle di Jannacci e Gaber. L’aperitivo tra i ciottoli di qualche vicolo impervio, a lumare la passeggiata con l’occhio adriatico e vitellone, dove risuona quel dialetto un po’ aspro, arcaico: Sanfilì, che t’àgghjo da dì?

Sulle poesie di Filippo ho scritto diverse volte, i suoi libri sono tutti belli e la ragione è molto semplice: è un poeta vero che non ha mai la preoccupazione di scrivere. Ma il suo libro che preferisco si intitola padano piceno, dove le sue mescolanze di origine emiliana evocano un tipo di sguardo che conosco bene. Quel “moto ondoso di colline” dell’Appennino che vede dalla sua finestra è parente stretto di quello Oltrepadano che prende il largo dal Monte Penice (quasi un anagramma di Piceno). E l’affinità della pianura modenese con quella bassaiola lombarda dove vivo ormai da quasi quindici anni, da Milanese cittadino che ha ritrovato certe nebbie, certe rugiade nell’erba. Pensarci bene con le Marche e nelle Marche in dieci anni ho fatto tante cose, e nel 2014 vedremo finalmente l’uscita di un album con alcune mie canzoni inedite e una decina di poesie di Filippo lette dal suo amico (e sodale bianconero, ahimè) Neri Marcorè. Un altro marchigiano, della provincia di Fermo, che è un altro posto bellissimo. L’album si intitola “Avevamo un appuntamento”, dal titolo di una canzone che ho scritto per ispirazione da una poesia di Filippo. Ancor più della testimonianza della mia musica e della poesia del mio amico mi mette allegria l’idea che certamente questa uscita innescherà diverse cose da fare nelle Marche. Sempre in caccia di pretesti buoni per fare le cose che amiamo. Il privilegio è lavoro duro, ma certe cose non hanno prezzo. Il titolo, “Avevamo un appuntamento”, è tutto un programma. Di quelli che, come si suole dire, “era scritto”.

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Macerata da casa Davoli (foto F. Davoli)

 

Chi è Claudio Sanfilippo

Cantautore, allievo di Marco Ferradini, Claudio Sanfilippo vive a Milano. Nel 1985 Antonio Silva, lo storico presentatore del “Tenco”, lo ascolta per caso suonare in un locale sui navigli e un mese dopo Amilcare Rambaldi lo invita a partecipare alla rassegna. Pierangelo Bertoli incide la sua “Casual Soppiatt Swing” nell’album “Canzone d’Autore”. Mina incide la sua “Stile Libero” nell’album “Lochness” (1993) e contemporaneamente realizza il suo primo album: “Stile Libero”, dall’omonima canzone, uscirà alla fine del 1995. Gli arrangiamenti sono affidati a Francesco Saverio Porciello, detto Savè, l’amico e chitarrista col quale forma un sodalizio ventennale. Scrive quattro canzoni per l’album “Occhi” di Eugenio Finardi e per Cristiano De Andrè per l’album “Sul Confine”. Nell’autunno del 1996 “Stile Libero” si aggiudica la Targa Tenco come “migliore opera prima”. Il disco ospita Rossana Casale, Eugenio Finardi, Carlo Marrale, nonchè un quartetto d’archi arrangiato da Piero Milesi. Nel 1998 esce “Isole Nella Corrente”, il suo secondo album. Lo realizza insieme a Rinaldo Donati, che ne cura gli arrangiamenti. Partecipa con quattro canzoni a “Radio Pesci Fuor d’Acqua”, una produzione indipendente di Massimo Javicoli e Andrea Vagnoni. Quindi, nel 2002, ancora insieme a Rinaldo Donati, registra un album in milanese di canzoni originali intitolato “I Paroll Che Fann Volà”, con un duetto insieme a Nanni Svampa, che lo definisce “un milanese di risaia”. Inizia a comporre canzoni per bambini, e suoi brani si trovano nei dischi di Geronimo Stilton. Nel 2009 è uscito “Fotosensibile”, in cui suonano musicisti come Marco Brioschi, Adam Benjamin, Rinaldo Donati, Piero Milesi, Nate Wood e Ugo Binda.



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