Processo a porte chiuse
TREIA - Quando un episodio di cronaca nera diventa spettacolo per far meditare
di Walter Cortella
La stagione di prosa 2013-14 del Teatro Comunale di Treia ha preso l’avvio con l’esibizione della Compagnia Teatro Service che ha messo in scena Processo a porte chiuse, di Giuseppe Riccardo Festa. Si tratta di un cupo dramma su un caso di violenza carnale, tema purtroppo di grande attualità. Non passa giorno, infatti,senza che gli organi di informazione debbano segnalare gravissimi fatti di sangue compiuti contro le donne, vittime innocenti di uomini capaci di commettere efferati delitti, consumati il più delle volte nell’intimità delle mura domestiche. Spesso gli assassini o gli stupratori (compagni,familiari o amici della vittima), appartengono alla categorie delle persone cosiddette «normali», quelle cioè dalle quali non ti aspetteresti mai un’aggressione, tanto meno una violenza carnale. Processo a porte chiuse, sfruttando la potente forza evocatrice del teatro,mira a richiamare l’opinione pubblica, ormai anestetizzata e agnostica, sulla gravità di simili episodi.
La regia dello spettacolo è stata curata da Matteo Canesin, un giovane promettente, cresciuto artisticamente in seno al Teatro dei Picari di Macerata, diretto da Francesco Facciolli. Dopo le sue prime esperienze in ambito amatoriale, decide di compiere il grande balzo e intraprendere la carriera dell’attore professionista. Per questo, lasciata la nostracittà, frequenta a Roma la Scuola di teatro e musical, dove conosce molti coetanei di talento. Con essi si imbarca in un’avventura affascinante, anche se piena di incognite. E gioca subito la carta della regia, una decisione impegnativa e coraggiosa, non c’è che dire! Per il debutto in «prima nazionale» del suo spettacolo sceglie Treia, ambiente ideale per trovare la giusta concentrazione. Il piccolo teatro Comunale non è pieno, ma il pubblico è attento e alla fine tributerà un caloroso applauso a Matteo Canesin& Co. per la positiva prestazione collettiva. La vicenda prende spunto da un episodio di violenza carnale consumato in treno. Una giovane viaggiatrice viene aggredita e stuprata e l’autore di questo vile atto viene arrestato subito dopo, mentre si aggira frastornato lungo i binari della stazione. Questo è l’antefatto. Alcuni viaggiatori commenta «a caldo» l’accaduto. Subito dopo l’azione si sposta all’interno di un tribunale, dove si svolge l’iter processuale, dalla fase istruttoria alla sentenza finale, che non può essere che di colpevolezza. Sulla scena, minimalista e vagamente simbolica, ideata da Marco Guarino e realizzata da Stefania Sbarbati, si susseguono tutti i protagonisti della vicenda. Ognuno di essi racconta la «sua» parte della storia, per come l’ha vissuta.
La fase istruttoria vede sulla scena Danilo Massimino nei panni del commissario e Roberto Giannuzzi, nel ruolo dell’ispettore. Piccola parte la sua, ma resa con efficacia.Il primo a rievocare i fatti, con dovizia di particolari, è l’imputato (Giulio Neglia), un uomo «normale», descritto dall’avvocato della difesa come «un padre di famiglia, un onesto lavoratore», indotto in tentazione dalla minigonna della ragazza e dalla sua camicetta,appena sbottonata sul turgido seno giovanile. Quindi è la volta della giovane vittima, interpretata da Valeria Spada. Ignara della sua avvenenza e serenamente appisolata, non immaginava nemmeno ciò che stava per accaderle. Il brusco risveglio la precipiterà nel baratro dell’orrore. E il ricordo di quella allucinante disavventura la segnerà per tutta la vita. Sfilano poi, con le proprie testimonianze, la moglie dell’imputato (Nika Perrone) , ferita nell’intimo dall’imprevedibile gesto del marito, e il fidanzatino della vittima (Arcangelo Zagaria), sempre teneramente innamorato e pervicacemente pronto a riallacciare con lei quel rapporto affettivo, messo a dura prova dagli eventi. Dopo le testimonianze, la fase dibattimentale nella quale l’avvocato della difesa (Ivano Calafato) tenta l’impossibile per salvare il suo assistito, fino a ribaltare con cinismo le responsabilità delle parti in causa. È un classico: vittima e carnefice vedono scambiati i propri ruoli, ma a nulla serve la sua brillante ars oratoria. Deve vedersela con un’agguerrita patrocinante diParte Civile (Francesca L. Guarino) che ribatte con tenacia ogni sua considerazione e con il non tenero Pubblico Ministero (Alice Viglioglia) che basa la sua arringa sul consunto luogo comune che vuole la donna un semplice oggetto di esclusiva pertinenza del maschio. La difesa è messa alle corde: la sua è una battaglia persa.
E infine il giudice (Matteo Canesin), che dopo una lunga riflessione ad alta voce sul suo ruolo e sull’efficacia della pena in generale, infligge all’imputato la prevista condanna detentiva. Lo spettacolo, presentato per scelta registica in forma di «prova generale», è riuscito a tenere ben desta l’attenzione del pubblico, fin dalle prime battute. Bravi tutti i protagonisti, alle prese con monologhi impegnativi. Sono elementi molto giovani, ancora un po’ acerbi, ma in questa loro performance hanno messo in luce grandi potenzialità e indubbio talento artistico. Hanno bisogno di fare esperienze e sicuramente, con il procedere del rodaggio dello spettacolo, acquisteranno sempre maggior padronanza di sé. Sentiremo sicuramente in futuro parlare di loro. Le premesse per fare bene ci sono tutte.
(Foto di Mauro Bacaloni)



Un grandissimo grazie a Walter Cortella per il bellissimo articolo! Dopo aver letto altri suoi articoli qua su Cronache Maceratesi in cui stroncava altri spettacoli non sapevo veramente cosa avrebbe potuto scrivere! Aspettavo con ansia una critica! Grazie grazie grazie…
Grazie di essere venuto a vedere lo spettacolo e speriamo di aver invogliato il pubblico a venire a teatro nonostante le intemperie!!!
Bellissimo articolo, bellissimo spettacolo e soprattutto bravissimo Matteo e tutta la compagnia di attori… Avanti così.
Un piccolo appunto, l’autore delle foto è Mauro Bacaloni, non Marco… 🙂
Grazie per averlo sostituito…. 😛