Strage di Ustica, il giudice Priore:
“Volevano uccidere Gheddafi”

SAN GINESIO - Il magistrato che fece luce sulla vicenda e i parenti delle vittime hanno raccontato la loro verità su uno dei casi più inquietanti della storia italiana. Elisabetta Lachina perse entrambi i genitori: "Viviamo intrappolati nell'estenuante ricerca della verità"
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Il Dc-9 Itavia abbattuto sopra il mare di Ustica

Il Dc-9 Itavia abbattuto sopra il mare di Ustica il 27 giugno del 1980.

di Marco Ricci

«Allora siamo a discorsi da fare… […] Va bene i capelli sono bianchi… È logico… Eh, lunedì intendevamo trovarci ben poche volte, se no… Sporca eh! Allora sentite questa… Gua…» Queste le ultime frasi registrate nella cabina di pilotaggio  il 27 giugno del 1980 dalla scatola nera del Dc9 Itavia diretto da Bologna a Palermo abbattuto sopra il mare di Ustica. I piloti del volo di linea stavano scherzando raccontandosi barzellette. Pochi attimi dopo Giuseppe Lachina e Giulia Reina, padre e madre dell’allora diciottenne Elisabetta, moriranno insieme ad altre settantanove persone nello schianto con la superficie dell’acqua. Nel frattempo, a poche miglia di distanza, un TF-104 biposto dell’aereonautica militare italiana lanciava per tre volte il segnale di allarme generale di difesa aerea. I comandanti Ivo Nutarelli e Mario Naldini, alla guida di quel caccia militare, periranno otto anni più tardi nel terribile incidente occorso a Ramstein durante un’esibizione delle frecce tricolori. Poi negli anni ci vorrà la determinazione e l’impegno di un esperto magistrato, il giudice istruttore Rosario Priore, perché la verità su quella tragedia pian piano cominciasse ad emergere. Tra segreti militari, segreti di stato, depistaggi interni ed esterni, oltre a servizi di ogni paese tutti impegnati a nascondere la verità. Una verità probabilmente indicibile che nascondeva un vero e proprio scenario di guerra e segreti inconfessabili.

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Il giudice istruttore Rosario Priore, per lungo tempo titolare dell’inchiesta su Ustica

“Bisogna capire il contesto in cui è avvenuta la tragedia”, ha spiegato il giudice Priore ieri sera al teatro di San Ginesio – con a fianco Giancarlo Nutarelli, il fratello di Ivo, ed Elisabetta Lachina l’allora ragazza diciottenne che quella sera di giugno perse i due genitori. “Non c’era solo una guerra celata tra est e ovest, ma anche conflitti che interessavano stati tra loro alleati. Francia e Inghilterra non sopportavano che l’Italia avesse acquisito fin dai tempi di Mattei un ruolo importante nel Mediterraneo, anche attraverso quel lodo Moro che consentiva ai palestinesi di attraversare senza problemi l’Italia. Era in corso un’altra guerra, quella contro Gheddafi che l’Italia non solo aveva aiutato nel colpo di stato che lo aveva portato al potere ma che ancora lo proteggeva. Lasciando anche che gli aerei libici attraversassero lo spazio aereo Nato approfittando delle smagliature nella rete di rilevamento. Gheddafi era il nemico numero uno per la Nato, non per l’Italia. E il Dc-9, come pochi anni fa dichiarò lo stesso presidente Cossiga ormai probabilmente stanco di tutto quanto si raccontava intorno a Ustica, fu molto probabilmente abbattuto da un aereo francese. Che lanciò il missile nel tentativo di colpire un altro aereo. Un velivolo libico con a bordo Gheddafi che, avvertito dai servizi italiani, aveva però invertito la rotta”.

7Un teatro di guerra quello che portò all’abbattimento del Dc-9, come ha raccontato ai cittadini di San Ginesio il giudice Rosario Priore. Una verità storica a cui si è dedicato da quindici anni dopo aver interrotto la sua lunga carriera da magistrato che lo ha visto indagare sui misteri più profondi del nostro paese e non solo. Dal caso Moro all’attentato a Giovanni Paolo II, passando per il terrorismo nazionale e  internazionale. Un giudice istruttore che ha speso anni alla ricerca della verità giudiziaria. Una verità che ancora oggi dal punto di vista storico tenta ancora di rivelare. E che non si stanca di raccontare.

Elisabetta Rachini, perse entrambi i genitori scomparsi ad Ustica.

Elisabetta Lachina, perse entrambi i genitori scomparsi ad Ustica.

“Perché il silenzio sarebbe peggio”, come dirà più tardi Elisabetta Lachina. Il silenzio in una storia fatta di registrazioni scomparse, di fantasiose ricostruzioni sulla dinamica della strage come ad esempio la scocca del Dc-9 corrosa dai carichi salmastri di pesce. E piena di morti inspiegabili, di strani suicidi, con stati europei che ancora oggi, a più di trent’anni di distanza da quel 27 giugno del 1980, si rifiutano di fornire alla magistratura italiana l’identificazione dei loro apparecchi in volo quella sera. Una verità storica che però sta lentamente emergendo.

Ma perché quei silenzi? “Molti di quei militari”, ha raccontato Priore, “difendevano con il loro silenzio un segreto militare. Perché è inutile negarlo, la storia degli stati è fatta anche di segreti. Che l’Italia ha utilizzato molto male, difendendo speso loschi affari piuttosto che la propria sicurezza nazionale. Ma esistono segreti militari. E il 27 giugno del 1980 si fu forse a un passo da una guerra”.

“Voi potete immaginare cosa significhi essere un figlio, un padre, un fratello delle vittime di Ustica?”, ha chiesto nel silenzio del teatro Elisabetta Lachina. “Io non vorrei che qualcuno in questa sala provasse quello che proviamo noi. Vivere intrappolati nella strage, nell’estenuante ricerca della verità. Avevo diciotto anni quando uccisero i miei genitori”, ha proseguito nel racconto, “e nessuno mi avvertì. Appresi la notizia dal telegiornale. Qui si è evitato persino di guardare negli occhi i parenti delle vittime di Ustica”. Ha senso andare avanti?, ha risposto ad una domanda del pubblico. “Ha senso anche se con tanta fatica. Ma se non fossimo andati avanti a gennaio di quest’anno il Ministero della Difesa e quello dei Trasporti non sarebbero  stati condannati in via definitiva per non aver garantito la sicurezza di quel volo. E la sentenza emessa conferma quello che il giudice Priore ha provato a dire da anni. Che sul cielo di Ustica ci fu una battaglia”.

Giancarlo Nutarelli. Il fratello Ivo lanciò tre volte il segnale di difesa aerea.

Giancarlo Nutarelli. Il fratello Ivo dal suo TF-104 lanciò tre volte il segnale di difesa aerea.

“Io sono entrato in questa tragedia da una porta secondaria”, ha ricordato Giancarlo Nutarelli, il fratello di Ivo, “Ricordo bene un pomeriggio del 1983. Eravamo vicino a Prato per una riunione di famiglia. Mentre passeggiavamo, all’aperto, domandai a mio fratello cosa secondo lui fosse successo ad Ustica. Non ne ho la più pallida idea, mi rispose. Poi nel 1992, leggendo i giornali, venni a sapere che con il suo aereo era in volo vicino al Dc-9. Subito mi tornò in mente quel pomeriggio del 1983. Ho impiegato tempo per capire”, è andato avanti nel suo racconto Giancarlo Nutarelli, “fino a quando non ho compreso che con quel silenzio mio fratello aveva difeso non solo l’aereonautica ma anche me e la sua famiglia. E ho capito solo dopo che allo stato teneva più che alla sua vita”. Ivo Nutarelli perì poi a Ramstein. In modo poco chiaro secondo Giancarlo. “L’aereo delle frecce tricolori che pilotava Ivo si trovò 150 metri fuori posizione. Un’enormità per chi riusciva a volare in volo rovesciato a due metri dal suolo. Le frecce tricolori quando sono distanti volano a dieci metri un’ala dall’altra. Più spesso sono a due metri.”

E così in circa due ore al teatro di San Ginesio chi era presente ha vissuto dal vivo un vicenda per i maceratesi confinata nelle pagine dei giornali o nei servizi televisivi. Non solo con tutti i suoi misteri ma con tutti i suoi drammi umani consumati in una delle stagioni più tristi del nostro paese. Poco più di un mese dopo quel 27 giugno del 1980 infatti – a fabbriche chiuse, quando gli italiani partivano per le vacanze – la bomba alla stazione di Bologna causò altre sessantanove vittime. Di nuovo depistaggi, di nuovo segreti, di nuovo ombre.

Ma quale fiducia nello stato possono avere oggi coloro che furono vittime dirette della tragedia di Ustica, di quei silenzi, di quei depistaggi, del muro di gomma che si parò davanti alla ricerca della verità? “Cosa salvare dello Stato?”, si sono interrogati allora Elisabetta Lachina e Giancarlo Nutarelli, “Gli italiani. Quelli che ci scrivono, che ci chiedono. O coloro come il giudice Priore che hanno passato la vita alla ricerca della verità. O come chi è qui ad ascoltare, magari sveglio dalle cinque di mattina e che domani racconterà ai colleghi quello che ha ascoltato”. Per il resto lo stato italiano nelle parole di chi ha vissuto e sofferto questa tragedia non sembra meritare molto altro. E il silenzio, come ha detto Elisabetta Rachina, sarebbe molto peggio.

 

 

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